Dall'inizio del XVI secolo in poi, almeno 680 vertebrati, dal dodo al lupo di Sicilia e la tigre di Tasmania si sono estinti, quasi sempre per cause umane. Almeno il 9% di tutte le specie di mammiferi allevati per l'alimentazione o l'agricoltura sono state portate all'estinzione e almeno 1000 sono minacciate. Secondo l'IPBES - la Piattaforma intergovernativa di politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, massima autorità scientifica in tema di biodiversità - la natura stia diminuendo a livello globale a tassi senza precedenti nella storia, e il tasso di estinzione delle specie sta accelerando.
Queste alcune delle criticità presentate il 21 aprile scorso a Roma, in una conferenza organizzata dall'Ispra presso la sede italiana del Parlamento Europeo nella conferenza per la presentazione dell'ultima pubblicazione IPBES dal titolo "Assessment Report on the Different Value and Valuation of Nature", redatto da 82 esperti di scienze sociali, economiche e umanistiche.
IPBES sostiene che circa 1 milione di specie (un quarto di quelle conosciute) è a rischio d'estinzione. Di queste specie, il 50% potrebbe estinguersi entro la fine del secolo in corso. Gli autori del rapporto hanno coniato l'espressione "dead species walking" per le circa 500 mila specie non ancora estinte, ma che a causa della distruzione e degradazione degli habitat a loro disposizione e ad altri fattori legati alle attività umane (sovra-sfruttamento, inquinamento, cambiamenti climatici e diffusione di specie aliene invasive) vedono ridurre le loro probabilità di sopravvivenza nel lungo periodo.
L'IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) è nato nel 2012 e ad esso partecipano 140 Paesi del mondo che sono anche membri ONU.
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