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Niente polmoni, siamo geotritoni!

Alla scoperta dei geotritoni fra ricordi personali, studi scientifici e curiosità di questo anfibio, un autentico unicum nel panorama della biodiversità.

  • Franco Andreone
  • Maggio 2025
  • Lunedì, 26 Maggio 2025
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Niente polmoni, siamo geotritoni!

Devo dire che la mia personale avventura, scientifica ed emotiva, con alcuni tra i più fantastici anfibi italiani, i geotritoni, è iniziata più tra le pagine di una rivista che sul campo. Quell'anno, il 1981, matricola in scienze biologiche all'Università di Torino, ero anche fresco di iscrizione alla mitica Associazione Naturalistica Piemontese (ANP per gli intimi). Un'altra epoca, quasi fossimo in un Matrix Reloaded, quando i cellulari pesavano ancora una cifra e l'unico social era la cena tra squattrinati appassionati di natura. Proprio in uno di quegli epici raduni, promosso dal Museo "F. Craveri" di Storia Naturale di Bra, nello sfogliare la Rivista Piemontese di Storia Naturale distribuita all'occasione, mi imbattei in un articolo che attirò subito la mia attenzione. Sul fascicolo dell'anno, cospicuo per spessore e per numero di articoli scientifici contenuti, spiccava un lavoro, a dir poco pionieristico, di Angelo Morisi, indimenticato biospeleologo ed erpetologo di Cuneo. Angelo in quegli anni aveva passato le sue giornate a scrutare allo stereo microscopio le feci dello Speleomantes strinatii (all'epoca lo chiamavamo ancora Hydromantes italicus) nella Grotta del Bandito (Roaschia, provincia di Cuneo), all'interno delle quali aveva identificato i resti di coleotteri e di altri invertebrati, regalandoci uno dei primi studi sulle abitudini alimentari di queste elusive salamandre. Anni dopo mi ritrovai a indagare insieme ad Angelo la dieta della Salamandra lanzai con una tecnica dal nome a dir poco altisonante: stomach flushing (che, tradotto per i non addetti, significa pressappoco "lavanda stomacale"). Angelo mi aiutò in questa impresa scientifica, che dettò poi le regole per l'ecologia trofica di questi e altri animaletti dal sangue freddo.

La distribuzione geografica

Per tornare a bomba sui nostri geotritoni: stiamo in effetti parlando di urodeli - cioè di anfibi con la coda. Per chi non mastica il greco antico: οὐρο = coda e δηλόω = evidente. In Italia ne abbiamo ben otto specie: cinque che vivono solo in Sardegna (Speleomantes genei, S. flavus, S. imperialis, S. supramontis e S. serrabusensis) e tre continentali (S. italicus, S. strinatii e S. ambrosii). Siamo quindi la capitale europea di "Geotritonia" insomma. La famiglia Plethodontidae cui appartengono infatti ha il suo quartier generale nel Paese delle occasioni mancate, gli Stati Uniti. Nell'attesa di un nuovo e migliore MAGA "Make Amphibians Great Again" noi ci accontentiamo delle nostre otto specie di geotritoni. In North Carolina - dove ho avuto il piacere di perdermi anni fa sugli Appalachi, i Plethodontidae fanno a gara a chi si moltiplica di più: si parla di ben 26 specie appartenenti ai generi Desmognathus, Plethodon, Eurycea, Aneides, Gyrinophilus e Pseudotriton, come se fossero in una sorta di reality show evolutivo. Lì è il centro di radiazione adattativa della famiglia. Forse durante la deriva dei continenti qualcuno prese la rotta sbagliata: invece di seguire il futuro Cristoforo Colombo verso le Americhe, hanno fatto il viaggio al contrario, lasciandoci con una manciata di specie in Europa, mentre oltreoceano impazzavano con la biodiversità.

Un tipo di respirazione particolare

A volte li chiamiamo Speleomantes per ribadire la loro unicità tassonomica, altre volte anche Hydromantes, mettendoli nello stesso genere delle altre tre specie, che vivono solo negli Stati Uniti, H. brunus, H. platycephalus e H. shastae. Non c'è un accordo: dipende dall'orientamento tassonomico di chi fa gli studi, se è più innovatore o conservatore. Sia le specie europee che quelle americane hanno una morfologia piuttosto simile tra loro. Sostanzialmente presentano un corpo affusolato, zampe piuttosto larghe (per arrampicarsi meglio e aderire a pareti verticali) e una caratteristica anatomica che le rende speciali: non hanno polmoni. Zero. Niente. I geotritoni respirano solo attraverso la pelle, come se fossero in una perenne SPA umida. Negli anfibi la respirazione cutanea è già di per sé importante, ma nei geotritoni diventa di fatto l'unico modo per acquisire l'indispensabile ossigeno - il che spiega anche perché siano così fissati con la vita nelle grotte (o in prossimità delle stesse), dove l'umidità raggiunge 100%. Ma davvero stanno solo in grotta? All'inizio si pensava di sì, ma i loro occhi ben sviluppati evidenziano come i geotritoni non siano propriamente degli anfibi specializzati per la vita in grotta (definiti troglobi), ma semplicemente organismi che preferiscono frequentare gli ambienti cavernicoli, proprio per l'elevata umidità (sono quindi degli animali troglofili).

Gli ambienti in cui vivono

Perché se è sì vero che adorano l'ambiente di grotta, non disdegnano uscite in esplorazione nell'ambiente esterno. In molti casi li si può anche trovare all'aperto, soprattutto di notte o dopo la pioggia, lungo sfasciumi di rocce, a volte addirittura appollaiati sui rami degli alberi. Insomma, i geotritoni sono un po' anfibi con un passato da emigranti geologici e un'indole da speleologi occasionali. Che poi i geotritoni siano animali stravaganti era già chiaro dal fatto che gli scienziati nel tempo non siano riusciti a mettersi d'accordo sul loro nome: Geotriton, Spelerpes, Hydromantes, Speleomantes... sembra quasi che ogni zoologo, per dispetto, ne inventi uno nuovo. Ma al di là dell'identità e della crisi tassonomica e nomenclatoriale imperante, questi anfibi sono vere e proprie meraviglie evolutive, dotati di caratteristiche che li rendono più simili a personaggi di un film di fantascienza che a semplici salamandre terricole.

Anfibi dalla lingua lunga!

Mentre la maggior parte degli anfibi si accontenta di una lingua di lunghezza modesta, i geotritoni hanno sviluppato della loro evoluzione un'arma segreta: una lingua super protraibile, che scatta come un elastico per agguantare le prede a distanza. Pensate a un camaleonte anfibio, ma con un po' meno stile e (forse) più efficienza. E per mirare meglio? Niente paura: i geotritoni hanno occhi frontali e ben sviluppati, che garantiscono una vista binoculare e tridimensionale, permettendo loro di calcolare con precisione il momento perfetto per sferrare il colpo mortale (e ingoiare la preda). Se pensate poi che arrampicarsi su pareti lisce sia un serio problema, i geotritoni ridono di voi. Il loro corpo è ricoperto da una sorta di muco adesivo, che li trasforma in piccoli spidermen delle grotte. E le zampe, larghe e quasi palmate, ben sviluppate, potrebbero competere con quelle di un geco ubriaco. La coda, poi, non è lì solo per fare scena: è piuttosto grassoccia, funziona come riserva energetica e, quando serve, funge anche da quinto arto per stabilizzarsi e aderire alle superfici.

Il corteggiamento e la riproduzione

La cosa fantastica è che i geotritoni non hanno una fase larvale acquatica, come invece avviene per molti altri anfibi. Per finire questa carrellata circa la life history dei geotritoni bisogna dire qualcosa in più sulla approfondire la riproduzione. Tutta la loro vita, compresa la riproduzione, ha luogo in ambiente subaereo, che, per l'appunto, deve avere un'elevata umidità, prossima alla saturazione, cioè al 100%. I maschi di geotritoni hanno sotto al mento una ghiandola (detta "mentoniera", per l'appunto), che, nel periodo riproduttivo, si sviluppa particolarmente e produce feromoni afrodisiaci. Ma non pensate a un romantico profumo tipo "Dolce & Gabbana": qui si passa direttamente dal petting alla "vaccinazione d'amore". Il maschio durante il corteggiamento graffia la femmina con i suoi dentini caniniformi e, così facendo, le inietta dei love feromons, convincendola - con un mix di dolore e di chimica - che sì, lui è il ganzo prescelto. Se questo non è poi il più dark dei metodi di seduzione, non so proprio cosa dirvi. Quando la femmina è sedotta accetta il dono di una spermatorfora, che di fatto è un pacchetto gelatinoso di sperma deposto sul terreno del maschio. Gran parte degli anfibi urodeli, infatti, ha normalmente fecondazione interna, ma non sempre hanno un vero e proprio accoppiamento o amplesso. Il maschio dei geotritoni depone infatti la spermatofora, che ha, tra l'altro, una morfologia particolare. Se convinta la femmina le passa sopra con la propria cloaca e la raccoglie. La fecondazione avviene quindi un po' per procura. Ma con una grande efficienza.

La gestazione delle uova nei geotritoni è sorprendentemente lunga: prima di essere deposte, le uova impiegano almeno 6 mesi per raggiungere la dimensione adatta. Una volta pronte, la femmina ne depone 5-15 per covata in ambienti molto umidi (ma non in acqua). Queste uova sono relativamente grandi (5-8 mm di diametro) e contengono abbondanti riserve di vitello, che permettono all'embrione di completare interamente il suo sviluppo all'interno dell'uovo. A differenza di molti altri anfibi, i geotritoni hanno uno sviluppo diretto: i piccoli non passano attraverso uno stadio larvale acquatico, ma nascono già perfettamente formati e pronti per la vita terrestre. Un altro aspetto affascinante è il comportamento materno: la femmina sorveglia attivamente le uova fino alla schiusa, difendendole da eventuali intrusi, arrivando persino a mordere altri geotritoni che si avvicinano troppo!.

La schiusa avviene dopo 2-6 mesi, a seconda delle condizioni ambientali e della specie. Una volta nati, i giovani geotritoni impiegano 3-4 anni per raggiungere la maturità sessuale. Considerando che questi animali vivono in media 15 anni, una femmina avrà tempo per poche deposizioni nel corso della sua vita. Questa bassa prolificità rende i geotritoni particolarmente vulnerabili ai cambiamenti ambientali, soprattutto perché abitano ecosistemi stabili e delicati.

 

* Franco Andreone è Conservatore di Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro del gruppo di coordinamento dell' IUCN/SSC Amphibian Specialist Group e Focal Person per l'Italia di IUCN/SSC

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