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Leggere la natura insieme a Davide Sapienza

Proseguono al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino gli appuntamenti con "Leggere la natura. Due chiacchiere con agli autori", incontri con gli scrittori dei libri che segnaliamo nella rubrica Il Segna-Libro. Il settimo appuntamento è per il prossimo 22 ottobre, alle ore 18, insieme a Davide Sapienza, autore di "Geopoeta. Nelle terre della per-cezione".

  • Alessandra Corrà
  • Ottobre 2026
  • Giovedì, 10 Settembre 2026
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Foto p.g.c. D. Sapienza Foto p.g.c. D. Sapienza

Giovedì 22 ottobre 2026 sarà un'occasione preziosa per incontrare e ascoltare Davide Sapienza, scrittore e giornalista, tra gli interpreti più intensi del racconto contemporaneo della montagna, che ha fatto del paesaggio un territorio di scrittura, esplorazione e pensiero.

L'incontro si configura come una conversazione aperta e informale, più vicina al clima raccolto di un rifugio alpino che a quello di una conferenza tradizionale: un momento di dialogo e confronto, in cui tutti i partecipanti potranno porre domande, condividere riflessioni e lasciarsi coinvolgere dalla pratica geopoetica.

In vista dell'incontro, in programma alle ore 18 presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, abbiamo rivolto a Davide Sapienza alcune domande per approfondire i temi al centro di Geopoeta. Nelle terre della per-cezione, il suo ultimo ibro.

Davide, in Geopoeta. Nelle terre della per-cezione il territorio sembra parlarci attraverso i suoi segni, i suoi ritmi, persino i suoi silenzi. Viviamo però in una società che tende a consumare rapidamente luoghi ed esperienze. Il cammino può restituirci il tempo necessario per ascoltare davvero il mondo? Che cosa possiamo percepire camminando che la velocità ci rende invisibile?

«La cosa più abbondante sulla terra è il paesaggio», scrive José Saramago in Una terra chiamata Alentejo. Ma il paesaggio è prima di tutto una percezione: ognuno lo percepisce e lo attraversa a modo proprio.

Nel mondo moderno siamo sempre più abituati a guardarlo attraverso una sorta di "imbuto". Non è necessariamente negativo in sé, ma questo restringimento dello sguardo può produrre un appiattimento sensoriale, un indurimento della percezione e delle emozioni. E il modo in cui percepiamo le cose modifica inevitabilmente il nostro modo di rapportarci al mondo.

Camminare significa innanzitutto cambiare velocità. Muoversi a piedi, anziché in automobile o in moto, permette di entrare in un altro tempo e di capire qual è il proprio ritmo della vita. Camminando ci si può avvicinare maggiormente ai propri paesaggi interiori: lo sguardo rallenta, diventa più attento, quasi meditativo, e cominciamo a vedere cose che la velocità normalmente ci rende invisibili.

La nostra società tende a considerare il paesaggio qualcosa di secondario rispetto alle esigenze economiche e produttive, ma credo sia un errore. Potremmo vivere e lavorare meglio se prestassimo maggiore attenzione ai luoghi che abitiamo. Perché maltrattare il paesaggio significa, alla fine, maltrattare anche noi stessi. Il paesaggio non è qualcosa di separato da noi: influenza il nostro equilibrio, la nostra sensibilità e la qualità della nostra vita. Prendersene cura significa anche prendersi cura di noi.

Nei tuoi viaggi nel Nordland la luce sembra avere un ruolo particolare: modifica il paesaggio e, insieme, il modo in cui lo percepiamo. Quanto conta l'immaginazione per conoscere davvero un luogo? E quella luce può arrivare a rendere più sottile il confine tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore?

Sto seguendo proprio in questi giorni un progetto in Portogallo che si intitola The Traveling Light, La luce che viaggia, nato inizialmente in rapporto con il progetto Bodø2024 e quindi la luce artica con la luce dell'Atlantico: lassù a Nord e a Sud, in Portogallo, sono luoghi bagnati dalle stesse acque e la risposta è proprio questa: la luce viaggia.

Nel Nordland la luce crea paesaggi particolari. Cammini tra fiordi, ghiacciai, montagne e acqua e ti accorgi che ciò che hai davanti cambia continuamente. Bodø si trova a circa 67 gradi di latitudine nord, appena sopra il Circolo Polare Artico: lì l'inclinazione del sole è diversa da quella a cui siamo abituati alle nostre latitudini e la luce artica modifica profondamente la percezione del paesaggio. Non si limita a illuminare le cose: le trasforma, perché trasforma il nostro modo di vederle.

Anche per questo propongo viaggi di pratica geopoetica nel Nordland a piccoli gruppi, per mostrare dove e come ho lavorato, dovrei dire, percepito. Per lavorare sull'immaginazione e sulla percezione servono tempo, spazio e attenzione. È molto diverso dall'arrivare con una nave da crociera, sbarcare insieme a centinaia di persone e trovarsi davanti a un luogo che rischia di diventare semplicemente una cartolina.

Camminando, invece, entri nel paesaggio con un altro ritmo e puoi osservare come la luce lo modifica continuamente. È lì che immaginazione e percezione cominciano a dialogare: il luogo non è più soltanto qualcosa che guardi dall'esterno, ma un'esperienza che entra dentro di te. Il confine tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore diventa allora molto più sottile.

Nel libro ci sono figure molto diverse, da François Truffaut a Brian Eno, da Werner Herzog a Giovanni Segantini, fino ad autori come Alan Watts. Musica, cinema, letteratura e paesaggio: questa contaminazione di linguaggi sembra attraversare la tua poetica senza confini. Che cosa rappresentano per te questi incontri? E questa libertà di passare da un linguaggio all'altro è anche un modo per mettere alla prova la nostra percezione della realtà?

Brian Eno e Truffaut sono, in un certo senso, dei vascelli che permettono al libro di navigare. La musica, però, è la "cosa" più importante nella mia vita: mi ha sempre accompagnato e continua a guidarmi anche nella scrittura. Se devo entrare in un particolare mood, uso la musica, perché mi permette di raggiungere uno stato percettivo e creativo preciso. Brian Eno, per esempio, racconta che durante un periodo in cui era costretto a letto dopo un incidente ascoltò una musica quasi confondersi con il rumore della pioggia. Le poche note che riusciva a percepire gli davano l'impressione di piccoli cristalli, di "iceberg sonori" che emergevano dalla tempesta. È un'immagine che sento molto vicina al mio percorso e al libro che ho scritto Attraverso le terre del suono (Edizioni Underground. 2019): la musica non è più soltanto qualcosa che ascolti, ma può diventare spazio, paesaggio, geografia. Poi ci sono autori come Alan Watts, capaci di spiegarti, o di farti vedere, cose alle quali forse da solo non saresti arrivato.

Geopoeta nasce proprio da questo continuo attraversamento. È una sorta di flusso di coscienza — anche se è un'espressione che non amo particolarmente — in cui posso passare dalla musica al cinema, dalla letteratura al paesaggio e all'esperienza. La libertà è un mondo senza cuciture: non abbiamo necessariamente bisogno di separare ciò che, nell'esperienza, può appartenere allo stesso viaggio. In questo senso Geopoeta è un libro che viaggia dentro e fuori di noi. Attraverso le sue pagine viene messa alla prova la percezione del nostro rapporto con la Terra e con l'universo, valorizzando la conoscenza esperienziale come strumento di libertà. Per conoscere non basta ricevere un'informazione: conta il percorso che facciamo per arrivarci e l'esperienza che quella conoscenza produce in noi.

Anche per questo il QR code presente nel libro non è un semplice elemento accessorio. Per entrare pienamente nel percorso bisognerebbe seguirlo, ascoltare e guardare ciò a cui rimanda, cercando di non interrompere il flusso. Parola, musica, immagini e paesaggio diventano così parti dello stesso viaggio, dentro e fuori di noi.

Questa idea del Nord ritornerà anche in Nel giardino artico, un libro che dovrebbe uscire tra circa un anno e già titolo del penultimo capitolo di Geopoeta. È un testo che ho scritto in inglese nel Nordland, a partire dalla mia esperienza di lavoro e di attraversamento di quei territori. Ora lo sto traducendo in italiano e sarà pubblicato da Meltemi Edizioni. Il titolo stesso è una provocazione. Siamo abituati a pensare al Nord come a uno spazio desolato, spoglio, quasi privo di vita; poi lo attraversi e ti accorgi che è un giardino. È anche la nostra percezione a dover cambiare.

Viviamo un tempo segnato dal cambiamento climatico, dalle guerre e dalla violenza, ma anche da una crescente semplificazione della realtà. In un mondo che sembra chiederci risposte sempre più immediate, può la scrittura difendere la complessità e la nostra capacità di sentire? E, in questo senso, ti consideri uno scrittore sovversivo?

Per comprendere davvero il cambiamento climatico consiglio, per esempio, l'ascolto del nostro podcast Ghiaccio sottile su RaiPlay Sound. Abbiamo bisogno di strumenti che ci permettano di andare oltre la superficie delle cose. Sì, mi considero uno scrittore sovversivo. Credo di esserlo stato anche nel mio rapporto con l'ambiente editoriale. Ammiro gli artisti che riescono a rendere popolare la propria arte, come per esempio i Pink Floyd, ma dietro di loro ce ne sono moltissimi altri che forse non raggiungeranno mai quella popolarità e che, tuttavia, hanno compiuto un lavoro altrettanto importante. Il valore di un'opera non coincide necessariamente con la sua visibilità.

Anche l'intelligenza artificiale può avere aspetti positivi, ma porta con sé un rischio: quello di semplificare i passaggi che portano alla meta della conoscenza e di decidere per noi tutto, annientandoci. Può permetterti di arrivare immediatamente a una soluzione, ma nel farlo rischi di perdere tutto il percorso necessario per raggiungerla. E spesso è proprio nel percorso — nella ricerca, nell'errore, nel tempo impiegato, nelle domande che incontriamo — che avviene la parte più importante della conoscenza.

Questa ricerca continua di riduzione e velocità ha conseguenze anche sul nostro modo di percepire la realtà. Oggi siamo continuamente esposti a immagini di guerre e violenza, al punto che rischiano di diventare parte del paesaggio quotidiano. Ci abituiamo a vederle e, proprio attraverso questa assuefazione, possiamo perdere persino la capacità di provare sdegno.

Essere sovversivi, allora, può significare anche opporsi a questa anestesia: difendere il tempo necessario per comprendere, la complessità delle cose e, soprattutto, la nostra capacità di sentire.

 

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