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La riscossa del cinema ambientalista

I film di denuncia e sensibilizzazione ambientale, proponendo storie contemporanee e coinvolgenti, stanno contribuendo alla trascinante rinascita del documentario, un genere che sembrava scomparso come i dinosauri

  • Gaetano Capizzi
  • giugno 2010
  • Domenica, 13 Giugno 2010
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Dilaga un nuovo interesse di massa. Ogni giorno sui mezzi di informazione compaiono articoli e servizi sulle emergenze ambientali. Da quando i cupi scenari disegnati dagli ambientalisti si sono trasformati in drammatiche realtà, i cambiamenti climatici e l’esaurimento delle fonti energetiche fossili occupano i primi posti nella classifica delle paure che attanagliano l’opinione pubblica occidentale e l’evidenza di questi fatti ha investito anche il cinema con la forza di un ciclone.

Lo star system hollywoodiano si è subito distinto per un impegno irrefrenabile a favore dell’ambiente: Leonardo DiCaprio ha prodotto e narrato L’undicesima ora, il cui titolo biblico suona come un campanello d’allarme sulle sorti del pianeta; Daryl Hannah, la sirenetta a Manhattan, al suo lavoro di attrice affianca la militanza ambientalista, così come il natural born killer Woody Harrelson; Matt Damon ha fondato l’Ong Water.org per favorire l’accesso all’acqua pulita in Africa e l’elenco delle star non finisce qui: Scarlet Johannson, Keanu Reeves, Madonna, Julia Roberts, Ed Norton… I film a tema ambientale sono ormai migliaia. Soltanto al Festival Cinemambiente di Torino per la selezione ne arrivano centinaia ogni anno.

Una scomoda verità è stato un grosso fenomeno culturale e di botteghino: ha vinto l’Oscar, ha contribuito in modo determinante all’assegnazione del Nobel ad Al Gore, ha sensibilizzato il mondo sul problema dei cambiamenti climatici, si è assestato come terzo documentario per incassi nell’intera storia del cinema, preceduto solo da La marcia dei pinguini e da Fahrenhet 9/11. Il 5 giugno 2009, nella Giornata Mondiale dell’Ambiente, Home di Yann-Althus Bertrand, bellissimo film sull’impronta ecologica umana, è stato proiettato contemporaneamente in più di 120 nazioni ed è stato visto nella sua versione integrale su YouTube da circa dodici milioni di persone.

Nel 2010 l’Oscar per i documentari è stato assegnato a una coinvolgente ecoinchiesta sostenuta da Steven Spielberg e George Lucas, The Cove, sulla strage illegale dei delfini in Giappone. Pure l’Oscar per i film di animazione è andato a un cartone sull’ambiente, Logorama, sul potere del consumismo più sfrenato. Persino l’ecofantasy Avatar, campione assoluto d’incassi, denuncia senza mezzi termini, pur in un mondo fantastico, lo sfruttamento capitalistico delle risorse della terra e lo sterminio dei popoli indigeni. Il regista James Cameron, convinto ambientalista, è chiamato a sostenere campagne per la difesa del territorio, come la lotta di tredici tribù amazzoniche contro la costruzione di una diga faraonica sul Fiume Xingu, uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni, diga che costringerebbe 13.000 indigeni a evacuare le loro terre.

«La diga è il miglior esempio di ciò che abbiamo tentato di raccontare in Avatar, la visione della civiltà tecnologica che minaccia le culture e le popolazioni che vivono nel mondo naturale, dichiara il regista al New York Times. Il mondo civilizzato si spinge nella foresta e distrugge una civiltà». Dopo il successo di Una scomoda verità, uno degli argomenti più trattati è stato il riscaldamento climatico affrontato in modo efficace da The Planet di Linus Torell, Michael Stenberg, Johan Soderberg, film che ha indicato la strada alla “new wave” del documentario svedese. Sullo stesso tema troviamo il docu-dramma inglese The Age of Stupid di Franny Amstrong, interpretato da Pete Postlethwaite, già protagonista de Il nome del padre di Jim Sheridan, il canadese The Great Warming di Micheal Taylor, narrato da Keanu Reeves e Alanis Morrisette e l’olandese Meat the Truth del 2009, una sorta di meta-documentario sul genere ambientalista che individua negli allevamenti intensivi una delle cause principali dell’emissione di gas serra. Il problema dell’esaurimento delle fonti energetiche è trattato in modo efficace dallo svizzero The Crude Awakening. Il film pacato, pignolo nello snocciolare dati scientifici, diviso in capitoli come un saggio, getta una luce sinistra sul futuro di una società basata sull’energia a basso costo. The Nuclear Comeback del neozelandese Justin Pemberton analizza luci e ombre della corrente di pensiero che indica nella scissione dell’atomo una possibile soluzione per il pianeta afflitto dal riscaldamento globale.

I problemi del mare sono al centro di The End of the Line di Rupert Murray, documentario inglese del 2009 che esorta a un atteggiamento consapevole rispetto al consumo del pesce e indica nel 2048 l’anno dell’esaurimento delle risorse ittiche, arrivando persino a pubblicare sul sito ufficiale del film l’elenco dei ristoranti ecosensibili. Il film più crudo sulla biodiversità è senz’altro Darwin’s Nightmare di Hubert Super, documentario presentato a Venezia nel 2004 e vincitore del Premio Europa Cinemas, potente e spaventosa metafora degli effetti collaterali della globalizzazione. La cattiva alimentazione e la cultura del fast food sono al centro della denuncia di Super Size Me di Morgan Spurlock, novello Micheal Moore, che filma se stesso in un esperimento: si nutrirà soltanto di hamburger e patatine per un mese, mostrandone le conseguenze attraverso le proprie analisi cliniche. Our Daily Brad dell’austriaco Nikolaus Geyrhalter, un piccolo-grande capolavoro, tra fascinazione e orrore mostra i luoghi surreali in cui oggi il nostro cibo viene prodotto. Il canadese Andrew Nisker in Garbage! The Revolution Start at Home racconta l’esperienza di una famiglia che stivando i propri rifiuti in garage prende coscienza dell’enorme quantità di immondizia prodotta. Il film inaugura una serie di documentari che spingono a riflettere sui nostri comportamenti privati. Si inseriscono in questa scia il divertente Recipes for Disaster dell’anglo-finlandese John Webster, che cerca con moglie e figli di vivere un anno senza usare la plastica, e No Impact Man dell’americano Colin Beavan, la cui famiglia detta le regole di una vita a basso impatto ambientale. Il documentario è diventato un caso mediatico e ha dato vita a un vero e proprio movimento che si basa sulle regole della “No Impact Week”: un’azione al giorno per rendere migliore il pianeta. Tutti questi film mostrano l’esistenza e la vitalità di un “cinema ambientalista”, che non si limita a rappresentare la bellezza della natura, ma ne denuncia in modo esplicito la violazione sistematica. È un cinema che incita alla presa di coscienza e all’azione: spesso nei siti ufficiali c’è il link “take action” o addirittura nei titoli di coda vengono proposti decaloghi di buone prassi che suggeriscono cosa possa fare concretamente lo spettatore per risolvere un determinato problema ambientale.

Tutti questi lavori, proponendo storie contemporanee e coinvolgenti, contribuiscono alla rinascita generale del documentario, un genere che sembrava scomparso come i dinosauri. Una nuova sensibilità ambientale sembra imporsi anche nel classico documentarismo naturalista, che soprattutto in Francia ha sfornato una serie di film belli ed ecologicamente corretti come i poetici Microcosmos e Genesis di Marie Perennou e Claude Nuridsany, lo stupefacente Il popolo migratore di Jacques Perrin, il commovente La marcia dei pinguini di Luc Jacquet e Animal in Love di Laurent Charbonnier. Queste opere spettacolari vanno oltre la disneyana, ma distaccata bellezza delle immagini, e conducono lo spettatore in una nuova dimensione di empatia e coinvolgimento. Il livello di penetrazione dei temi ambientali emerge chiaro dalle centinaia di spot pubblicitari che invitano al risparmio delle risorse naturali.

La pubblicità è passata dal concetto di “big idea” che caratterizzava le campagne di un decennio fa a quello di “big ideal”, cavalcando l’interesse dei cittadini per l’ambiente e i temi etici. I prodotti vengono reclamizzati come “eco”, “a impatto zero”, “verdi” sullo sfondo di mari, montagne e laghi incontaminati. Anche la tv si fa ambientalista. Il MIPTV, il mercato dei contenuti televisivi di Cannes, dall’aprile del 2008 ha dedicato alla “Green tv” un’apposita sezione. Reti generaliste e tematiche ospitano programmi ambientalisti, da National Geographic, a Discovery Channel, al Sundance Channel di Robert Redford, alla NBC e soprattutto alla giapponese Nhk, premiata con il Green TV Award. Le generazioni future ci potranno rimproverare di avere lasciato loro in eredità un pianeta malato, non certo di non averne documentato i problemi.

Gaetano Capizzi, laureato in storia del cinema, ha diretto il Festival Cinema indipendente italiano a Berlino, è stato tra i fondatori dell’AIACE-CIC (Centro Italiano Cortometraggio) e nel 1998 ha fondato il Festival Cinemambiente di Torino di cui è direttore. È presidente dell’Environmental Film Festival Network che raggruppa i maggiori festival internazionali di cinema ambientale.e raggruppa i maggiori festival internazionali di cinema ambientale

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