Ne abbiamo parlato ovunque. Al bar, per strada, nei giardini condominiali, in ascensore, in casa, nei luoghi di lavoro. Ma soprattutto, l'abbiamo sentito addosso: sulla pelle sudata, nel fiato corto, nella testa confusa. E l'abbiamo vissuto: puntando spesso gli occhi al cielo per scorgere anche solo una nuvoletta di passaggio oppure guardando ripetutamente il termometro che, anche di notte, raramente è sceso sotto i 30 °C.
Quest'anno il caldo estivo non ha dato tregua in città, al mare, in montagna, e in tutta la Penisola del nostro Paese. Un'estate, quella del 2026, che ha fatto notizia e che verrà ricordata (fonte Ansa) per essere stata sopra la media per numero e durata delle ondate di calore. Ad aggravare la situazione, la rapidità con cui le ondate si sono succedute, quasi senza interruzioni.
Aria condizionata sì, no, forse...
Quanti di noi hanno pensato che senza aria condizionata non fosse possibile superare l'estate? Oppure quanti di noi hanno pensato di attrezzarsi con un impianto domestico di climatizzazione?
Naturale pensarlo, se almeno 35mila persone in più di quanto ci si sarebbe normalmente aspettato sono morte quest'estate nelle quattro ondate di caldo consecutive che hanno battuto ogni record in Europa.
I dati, incompleti, arrivano da appena metà del Continente. La mortalità in eccesso in Germania, Francia e Spagna ha superato i 25mila casi, secondo i dati nazionali ancora provvisori, e gli esperti sostengono che il bilancio aumenterà in modo significativo una volta consolidati i dati complessivi di agosto.
In un articolo pubblicato su Futura Network - il sito che raccoglie studi, articoli, interviste e segnalazioni di materiali, per esplorare i possibili scenari futuri – Tommaso Tautonico scrive: "Per gran parte del Novecento l'aria condizionata è stata il simbolo del benessere delle economie più ricche. Oggi rappresenta sempre più uno strumento di adattamento climatico. Alla COP30 di Belém, le tecnologie per il raffrescamento sono state riconosciute come infrastrutture essenziali, al pari dell'acqua potabile, dell'energia e dei servizi igienico-sanitari. Secondo le stime, il caldo estremo ha provocato in media circa 489mila morti ogni anno nel Mondo nel periodo 2000-2019, confermandosi l'evento climatico più letale". E lo stesso a utore cita una ricerca pubblicata su The Lancet Countdown 2022, che attribuisce all'aria condizionata circa 190mila decessi evitati ogni anno tra le persone con più di 65 anni.
Impianti di climatizzazione di cui, però, secondo l'International Energy Agency (IEA), soltanto il 20% dispone soltanto il 23% delle famiglie europee, nonostante il Vecchio Continente si stia riscaldando più rapidamente e qui si concentrino, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità e The Lancet, tra il 10% e il 15%oltre delle morti mondiali attribuite al caldo.
Quindi, i condizionatori d'aria diventano via via sempre più necessari, tuttavia "i gas refrigeranti che circolano al loro interno, gli idrofluorocarburi (Hfc), partecipano all'effetto serra. E poi i condizionatori utilizzano tanta elettricità, più di qualsiasi altro elettrodomestico e intorno al 10 per cento dei consumi globali: un dato critico, specialmente se quell'elettricità viene prodotta – come oggi è la norma – bruciando combustibili fossili. Il paradosso di queste macchine, insomma, è che mitigano la stessa crisi climatica che contribuiscono ad aggravare", ha scritto Marco Aguzzo in un articolo pubblicato su Wired. Quindi non saranno la "panacea" del grande caldo.
Ondate di calore: ma quanto ci costano?
Oltre a essere un rischio che incrementa i dati sulla mortalità, il caldo estremo, incide sui costi economici che i Paesi sono chiamati ad affrontare.
Una nuova ricerca guidata dal CMCC - Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici spiega che per l'esposizione prolungata a periodi siccitosi, agricoltura, manifattura ed edilizia sono tra i settori che pagano il prezzo più alto.
E in futuro, le cose potrebbero peggiorare in un clima ancora più caldo: siccità prolungate erodono il PIL, investimenti e occupazione per anni e i danni raddoppiano con l'aumentare delle temperature. Sappiamo già che la siccità europea del periodo 2015-2018 è costata circa 439 miliardi di euro". Sempre il medesimo rapporto del CMCC - redatto da ricercatori della Fondazione CMCC e Politecnico di Milano - quantifica l'impatto della siccità prolungata sull'economia europea che risulta sottostimata se il costo economico reale della siccità non prende in considerazione anche gli anni successivi all'evento meteoclimatico. Un singolo evento siccitoso, infatti, influisce immediatamente sul PIL pro capite, ma le perdite maggiori si accumulano nei sei anni successivi, arrivando a circa 1 punto percentuale di crescita cumulata perduta: una cifra maggiore dell'impatto del primo anno. Prendendo ad esempio la siccità del 2015–2018, leggiamo che è già costata all'Europa una cifra stimata intorno ai 439 miliardi di euro: per quanto riguarda l'Italia, a una perdita di 1,45 punti percentuali di crescita del PIL per abitante (circa 24,3 miliardi di euro) e a 330.000 posti di lavoro in meno. In un mondo con 2 °C di riscaldamento le perdite salirebbero a 3,99 punti percentuali (circa 74 miliardi di euro) e a circa 960.000 posti di lavoro.
Ed è l'Europa meridionale ad affrontare un aumento dei costi più elevato: Spagna, Grecia, Portogallo e Albania sono tra i Paesi che subirebbero le perdite più importanti, fino a tre volte quelle sostenute nel 2018. Ma anche l'Italia (oltre alla Spagna) è oggetto di preoccupanti previsioni: stava già scritto nel lontano 2007, quando l'IPCC - Intergovernmental Panel on Climate Change e cioè il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico - in uno dei suoi rapporti scriveva che - secondo gli studi disponibili - durante l'estate, il fabbisogno di climatizzazione per il raffreddamento degli ambienti avrebbe inciso sulla domanda di energia elettrica dei due Paesi con aumenti del 50% entro il 2080, e che i picchi di domanda di energia elettrica durante le ondate di calore estive potevano diventare pari o superiori addirittura ai picchi registrati durante i freddi periodi invernali. Indicazione riportata, a livello italiano, nella Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici che vedrà luce ben 8 anni dopo.
Il caldo brucia (anche) la biodiversità
Il cambiamento climatico sta diventando un fattore sempre più determinante anche nella perdita di biodiversità. L'ultimo rapporto di Legambiente (maggio 2026) lo definisce "una minaccia crescente che agisce amplificando gli effetti delle altre pressioni ambientali. L'aumento delle temperature, le variazioni nei regimi delle precipitazioni e la crescente frequenza di eventi estremi stanno modificando la distribuzione delle specie e alterando gli equilibri ecosistemici marini, terrestri e di acque dolci in tutto il Mondo. È fra le cause principali di perdita di specie a livello locale, diffusione di malattie e ha provocato morie di massa di piante e animali, portando alle prime estinzioni causate dal clima.
Sulla terraferma, l'aumento delle temperature ha costretto numerose specie animali e vegetali a spostarsi verso altitudini più elevate o latitudini differenti, spesso in direzione dei poli, con conseguenze rilevanti per gli equilibri degli ecosistemi. Il rischio di estinzione aumenta con ogni incremento della temperatura globale: si stima che, con un aumento di 1,5°C, circa il 4% dei mammiferi possa perdere il proprio habitat, quota che potrebbe salire fino al 41% in uno scenario di riscaldamento di 3°C.
Analogamente, negli ecosistemi marini, l'aumento delle temperature sta compromettendo in modo sempre più grave la sopravvivenza degli habitat costieri e oceanici. Tra il 2009 e il 2018 è andato perduto il 14% dei coralli delle barriere coralline a livello globale, principalmente a causa del cambiamento climatico. Le prospettive future risultano particolarmente critiche: un aumento della temperatura media globale di 1,5°C potrebbe determinare la perdita tra il 70% e il 90% dei coralli rimanenti, mettendo a rischio uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità del Pianeta".
Nello stesso rapporto si legge che "l'Italia è indicata come una delle regioni europee più esposte e vulnerabili agli impatti del riscaldamento globale, con ripercussioni dirette su sanità, agricoltura, risorse idriche e infrastrutture. [...].
In tutto questo, i target previsti su clima e biodiversità per il nostro Paese sono fermi: non cresce la percentuale di aree protette, principale presidio per la tutela della biodiversità, non si riduce il degrado degli ecosistemi e aumenta il consumo di suolo. Siamo ben oltre il giro di boa degli obiettivi del decennio 2020-2030 e ci apprestiamo a scrivere dell'ennesima occasione mancata sebbene siamo tra i Paesi più ricchi di biodiversità e, in ragione di questa nostra condizione, da sempre raccontiamo di un Made in Italy anche della natura. Peccato che ne parliamo soltanto e i fatti, come la storia, si incaricano di smentire questa bella ma inconsistente narrazione", così come sta scritto nella premessa del Rapporto.
Si ringrazia per la consulenza prestata, Giorgio Pelassa, funzionario del settore Sviluppo sostenibile e Cambiamenti climatici della Regione Piemonte