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L'affaire cormorani

Dal cielo piombano a caduta libera i cormorani e nelle acque sfrecciano i siluri. Minacce da sopra e da sotto la superficie e la battaglia infuria, mentre i pesci nostrani sono messi a dura prova. E gli uomini, di certo, non stanno a guardare incrinando l'equilibrio naturale.

  • Laura Succi
  • Maggio 2020
  • Domenica, 24 Maggio 2020
Cormorani in un'azione di caccia - Foto Pixabay Cormorani in un'azione di caccia - Foto Pixabay

I nostri fiumi non sono più quelli di una volta e varie voci raccontano con diversi toni la stessa storia.

Paolo Lo Conte, naturalista, premette che le cause che hanno stravolto i corsi d'acqua sono tante, tutte provocate dalle attività umane come: "La cancellazione di molti ambienti acquatici minori dove si riproducevano i pesci, l'inquinamento, i massicci prelievi a scopo irriguo e idroelettrico che hanno ridotto notevolmente le portate dei corsi d'acqua, la costruzione di sbarramenti che, anche se muniti di scala di risalita, hanno reso più complesse le migrazioni compiute dai pesci per fini alimentari o riproduttivi. Poi ci sono gli effetti indotti dai cambiamenti climatici: fenomeni estremi come la siccità e le alluvioni, seguiti poi da immancabili lavori di disalveo che hanno annullato qualsiasi diversità ambientale. E non è da meno la sempre più abbondante presenza di pesci esotici che contribuiscono a mettere in pericolo le nostre specie, predandole o entrando in competizione per lo spazio e per le risorse alimentari: i casi più eclatanti sono il siluro e il misgurno asiatico".

L'affaire cormorani

In questa situazione per niente rosea si è pure aggiunto il problema dei cormorani, uccelli che mangiano circa 500 grammi di pesce al giorno e che hanno contribuito a impoverire le popolazioni ittiche, per esempio di temolo adriatico, di trota marmorata o di luccio cisalpino.

La ricerca pubblicata sulla rivista European Journal of Wildlife Research, fatta da Lo Conte, insieme ai curatori del Museo civico di Storia Naturale di Carmagnola - l'ittiologo Giovanni Delmastro, l'ornitologo Giovanni Boano e il professore Stefano Fenoglio del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell'Università degli Studi di Torino, ha per l'appunto dimostrato che su 139 esemplari di luccio cisalpino catturati a scopo gestionale (tra il 2009 e il 2013) ben il 57% presentavano lesioni dovute ad attacchi di cormorani. Lo stesso studio ha anche evidenziato come il dato fosse sicuramente sottodimensionato: i danni su animali di piccole dimensioni apparivano minori semplicemente perché gli esemplari inferiori ai 30 cm di lunghezza venivano predati e non riuscivano a scappare, e quindi non venivano censiti.

"Detto ciò, spiega Lo Conte, si capisce che l'impatto dei cormorani sulle specie ittiche autoctone è forte, a maggior ragione sapendo che sono in condizione di particolare fragilità. Ma l'indicazione più importante che se ne ricava è però soprattutto ambientale: è probabile che se i corsi d'acqua fossero in condizioni migliori, soprattutto dal punto di vista della portata e degli habitat, la predazione da parte dei cormorani potrebbe essere meglio assorbita.
Va comunque ricordato, aggiunge lo studioso, che il cormorano non fa parte storicamente dell'ornitofauna del Piemonte occidentale e, di conseguenza, la risposta comportamentale alla predazione da parte delle specie ittiche autoctone è sicuramente più debole, in quanto non supportata da una storia evolutiva sufficientemente lunga. Da questo punto di vista è significativo che le conseguenze della predazione costante da parte del cormorano siano più evidenti nelle specie che vivono in acque correnti, rispetto a specie che adottano comportamenti più schivi", conclude il naturalista. 

Il punto di vista del pescatore

Oreste Cocco, presidente della riserva comunale di pesca di Carmagnola conferma la diagnosi e non si sottrae alle responsabilità della sua categoria: "L'intervento dell'uomo è stato pesante, è innegabile, e per il pesce siluro possiamo solo rimproverare quei pescatori e allevatori che l'hanno portato dall'Est europeo. Certo a questa situazione già di per sé molto difficile si sono aggiunti anche i cormorani che, diciamolo chiaro, non sono il problema numero uno: però basta andare sul Po per vedere quanto sono bravi a cacciare i pesci quegli uccelli".

Il problema non è stato trascurato ma è gestito, anche se non ovunque, con misure di contenimento. A fronte di rilevazioni tecniche inviate dalle Province, l'ISPRA di Bologna autorizza ad abbattere fino al 10% dei cormorani che vengono censiti, l'operazione viene poi eseguita dalle guardie venatorie provinciali e questa azione ha contribuito, seppure in parte, a ridurli o almeno a renderli più diffidenti.
"La gente quando sente parlare di piani di contenimento inorridisce perché gli uccelli si vedono, e pensare che qualcuno spari a un uccello colpisce la fantasia: però nessuno vede quello che c'è sott'acqua, ma se ci si rendesse conto dei danni provocati dall'uomo e anche dal cormorano sulla fauna ittica, probabilmente quella stessa gente avrebbe un atteggiamento diverso", puntualizza Cocco.

L'ittiofauna autoctona

Per controbilanciare lo stato delle cose e per dare quindi una mano alla natura, vengono anche immessi nei fiumi pesci autoctoni. La Città Metropolitana di Torino ha da molti anni un progetto che prevede dodici incubatoi dove le associazioni di pescatori producono avannotti delle specie più a rischio. "Quello di Carmagnola produce trote marmorate e lucci; lavoriamo anche sulla genetica, selezioniamo i riproduttori e usiamo per la riproduzione artificiale solo quelli che sono puri oltre il 98%", dice Cocco che è anche il presidente dell'Unione dei consigli di valle, un'associazione che riunisce tutti gli incubatoi della provincia di Torino.
"Nei nostri incubatoi continuiamo a riprodurre pesci con fatica, con poche risorse e con un grande lavoro dei volontari. Quando gli avannotti sono abbastanza grandi da potersela cavare nell'ambiente selvatico li immettiamo nei fiumi; spesso purtroppo, capita di trovare un pesce con la pancia squarciata da un cormorano e allora la delusione alimenta il sospetto che gli sforzi fatti negli incubatoi siano inutili, rischiando di minare la pur ferrea buona volontà".

D'altra parte spiega, ancora Cocco: "Negli ultimi anni il comportamento dei pescatori è molto migliorato. Oggi la maggior parte di loro pesca soprattutto con ami senza ardiglione e pratica la tecnica del no-kill, recuperando il pesce nell'acqua senza mai tirarlo all'asciutto e, dopo averlo slamato, lo rilasciano senza danni nell'acqua, segno inequivocabile della grande attenzione alla salvaguardia del patrimonio ittico dei nostri poveri fiumi che non può essere ulteriormente depredato".

Per il bene dei nostri fiumi

La maggior attenzione delle Associazioni piscatorie è, ormai da tempo, far sì che quanto vive nel fiume resista e venga conservato per le generazioni future.

Della Toffola, ornitologo del GPSO - Gruppo Piemontese Studi Ornitologici - associazione che dalla fine degli anni '70 del secolo scorso effettua i censimenti degli uccelli acquatici svernanti nella regione, cormorani inclusi, spiega che il fenomeno dei cormorani è in forte diminuzione rispetto al boom demografico di metà degli Anni '90: "Sono arrivati dal Nord Europa, principalmente dalla Danimarca, dove è stata vietata la caccia diretta e con l'aumento delle popolazioni sono approdati a svernare anche in Piemonte. Dopo poche decine di individui negli anni '80, i primi veri contingenti sono atterrati agli inizi degli anni '90, in seguito qualche individuo ha iniziato a fermarsi e le prime coppie hanno nidificato nell'isolone di Oldenico nelle Lame del Sesia.

Prima si vedevano solo sulle grandi aste fluviali, aggiunge Della Toffola, poi, con l'impoverimento delle risorse ittiche, dai fiumi si sono sparpagliati su tutto il territorio regionale, e ora si può trovare un cormorano in qualunque rigagnolo, anche nelle risaie vercellesi, anche in una roggia, anche nei torrenti di montagna dove predano specie pregiate come la trota e il temolo. I dati dei conteggi però certificano che dagli Anni '90, quando eravamo arrivati al top di oltre 4.700 uccelli svernanti in Piemonte, la popolazione si è dimezzata, probabilmente per effetto dei piani di controllo effettuati in Europa centro-settentrionale da cui arriva buona parte degli svernanti, ma anche per fattori legati al degrado dei fiumi: gli ultimi dati invernali ci dicono che siamo intorno ai 2000/2400 individui (dati IWC).

Il cormorano è un pescatore formidabile ed è indubbio che la sua presenza abbia inciso sulla popolazione ittica. Mangia solo i pesci, ma non preda solo quelli nativi, inghiotte di tutto, anche le specie esotiche, da quelli grandi ai piccolini senza distinzione. Ha un'unghia sul becco che è come un bisturi e può anche succedere che il pesce che riesce a scappargli dal becco muoia in seguito le malattie causate dalle ferite", conclude Della Toffola.

Forse non tutti sanno che la Regione Piemonte ha propri Centri di Referenza per la gestione di specie animali selvatiche tutelate che sono affidati agli Enti gestori delle aree naturali protette. Questi Centri di referenza si occupano di conservazione e di ricerca: il Centro di referenza "Ittiofauna", capofila l'Ente di gestione delle aree protette del Ticino e del Lago Maggiore in associazione con l'Ente di gestione delle aree protette del Po torinese e con l'Ente di gestione delle aree protette dei Parchi Reali.

Il CRIP è anche su INaturalist con il progetto Pesci del Piemonte che ad oggi contiene 2.930 osservazioni, 69 specie e 96 osservatori e il Centro di referenza "Avifauna planiziale", in capo all'Ente di gestione delle Aree protette del Po vercellese-alassandrino.

Il morale della favola è che in fondo, per il bene dei nostri fiumi, le posizioni di pescatori, tecnici e ornitologi non sono poi così distanti e tutti si trovano d'accordo nel favorire una attenta conservazione e il ripristino della naturalità dei nostri corsi d'acqua.

 

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