Generalmente si attribuisce un'immagine romantica al lavoro del guardiaparco. Donne e uomini che trascorrono intere giornate nella natura con il loro binocolo a osservare la fauna e la flora prendendo appunti su un taccuino e occasionalmente intervenendo per salvare un animale ferito. Se questo è vero per una parte del tempo, a cui si aggiungono – per dovizia di particolari – ore di marcia forzata su sentieri ripidi e impervi, levatacce mattutine prima dell'alba e appostamenti infiniti al freddo pungente o sotto il sole cocente, ci sono una serie di altre mansioni più concrete e meno idealizzabili. L'origine semantica del termine "guardia" risiede nel verbo "guardare" finalizzato allo studio, alla protezione e alla vigilanza e ci restituisce un quadro completo sugli incarichi affidati alle divise verdi che operano nei Parchi delle Alpi Cozie.
Il ruolo del Guardiaparco
«Spesso ci si dimentica – esordisce Luca Giunti, recentemente nominato responsabile dell'Area vigilanza delle Aree Protette delle Alpi Cozie – che siamo a tutti gli effetti un corpo di Polizia. Da un lato possediamo competenze specifiche come veri e propri naturalisti, dall'altro dobbiamo conoscere a menadito anche il codice civile e quello penale. Però preferisco definirci come forze dell'ordine chiamate a garantire una convivenza pacifica tra gli esseri umani e l'ambiente che in un parco si può considerare come bene pubblico. Per questo motivo correggo sempre coloro che mi chiamano "guardiaparco" perché il mio ruolo non è semplicemente quello di osservare, ma quello di tutelare attivamente, anche sanzionando coloro che trasgrediscono una norma».
Un po' come il Vigile urbano che ha competenza sul proprio territorio comunale, i guardiaparco hanno giurisdizione all'interno dei Parchi e delle Riserve naturali regionali, oltre che entro i confini dei siti della Rete Natura 2000 gestiti dall'Ente da cui sono assunti. Sono a tutti gli effetti agenti e ufficiali di Polizia Giudiziaria.
«Al di là degli studi e dei monitoraggi naturalistici – prosegue Giunti – il nostro è principalmente un lavoro di relazione con chi vive nei parchi, con chi ci lavora e con chi li frequenta per svago. Siamo le figure a cui i cittadini si rivolgono per ottenere informazioni di ogni genere: dal consiglio sull'escursione domenicale, alle indicazioni per effettuare lavori forestali. Viviamo con sofferenza una giornata trascorsa in ufficio perché il nostro compito principale è quello di presidiare il territorio e fornire un supporto a coloro che ne hanno bisogno. Fa parte della buona reputazione di cui godiamo e che dobbiamo continuare costantemente a costruire».
Le funzioni delle sanzioni
Ovviamente un corpo di vigilanza è anche chiamato a sanzionare coloro che compiono degli illeciti.
«Compilare un verbale è sempre una sconfitta – riflette Giunti – perché significa che non siamo stati in grado di prevenire l'illecito. D'altronde, gran parte dei comportamenti illegali che si possono compiere in un Parco sono, in realtà, danni alla collettività che difficilmente si possono risarcire. Il caso più evidente è il bracconaggio perché la fauna selvatica è un patrimonio indisponibile dello Stato, da un punto di vista giuridico. Ma anche un gesto comune come raccogliere un fiore impedisce agli altri frequentatori di goderne la vista. E se quell'azione viene ripetuta e reiterata per le migliaia di persone che visitano un Parco, le conseguenze diventano ben più gravi per gli habitat e per le specie danneggiate. Purtroppo, nella relazione che dobbiamo redigere alla fine di ogni anno, possiamo soltanto indicare il numero di sanzioni che abbiamo emesso e non le trasgressioni che abbiamo evitato. Ma è chiaro che una parte del nostro lavoro è dedicata alla diffusione della cultura dell'ambiente e della montagna e al rispetto delle regole, anche facendo in modo che chi ha violato una norma, non lo rifarà perché ne ha capito il senso».
Molte persone, però, sostengono che le regole all'interno dei Parchi sono troppo severe e rappresentano un ostacolo per chi vuole vivere e lavorare in montagna.
«Se vediamo la cosa dal punto di vista dei reati più gravi, di quelli che producono un danno significativo all'ambiente – conclude Giunti – posso affermare che le norme dentro e fuori dalle aree protette sono le stesse. La differenza è che in un Parco ci sono i guardiaparco che presidiano il territorio e lo conoscono in profondità. Mi riferisco, per esempio, a certe discariche abusive che abbiamo individuato, oppure allo smaltimento scorretto dei rifiuti dei cantieri che fuori dalle aree protette è una prassi soltanto perché non si effettuano i dovuti controlli. Anzi, coloro che hanno l'interesse e il piacere di realizzare lavori o iniziative all'interno delle aree protette in osservanza delle norme sanno che possono trovare, nel corpo di vigilanza e nei vari uffici dell'Ente Parco, personale a disposizione per trovare le strategie più efficaci e meno onerose con cui snellire la burocrazia al fine di garantire sempre la convivenza tra gli esseri umani e l'ambiente».
NB: Tutte le foto di questo articolo provengono dall'archivio immagini dell'Ente di gestione delle Aree protette delle Alpi Cozie.