Baretti apre il suo scritto offrendo una interpretazione sull'origine del toponimo: "Questo appellativo la Rognosa è frequente nelle Cozie; esso si applica alle punte elevate che trovansi su spartiacque saettati più frequentemente dalle correnti aeree di tormenta; questa produce degli strani rumori fischiando attraverso gli spacchi delle rupi formanti vette, quindi si dice in dialetto, che rougna".
L'ascesa avviene in compagnia dell'amico Lionello Nigra, presentato come un appassionato geologo in erba. Giunti a Pinerolo col treno, i due proseguono con una vettura sino alle ultime borgate poste sotto il colle del Sestriere: "Troviamo per le strade numerosi mulini per la steatite, talco compatto; è la famosa craie de Briançon che i nostri sarti ricomprano a caro prezzo dalla Francia; se ne macina però in tanta copia che deve sicuramente ricevere altre e numerose applicazioni. Troviamo pure dei casolari, ove si fabbricano crogiuoli refrattari di argilla impastata con grafite, il talco nero del nostro vetturale; e veramente non ha tutti i torti di arrischiare nomenclatura mineralogica così erronea; per molti caratteri esterni, tranne la colorazione, i due minerali presentano grande analogia, la struttura, la lucentezza adiposo-metallica, la mollezza, il tatto grasso ed untuoso, la incombustibilità coi mezzi ordinari, la tenacità, la resistenza all'acqua, ecc".
Arrivati a Fenestrelle, i due pranzano e preparano le provviste. Qui il racconto si arricchisce di osservazioni di costume, a volte spigolose, che restituiscono la mentalità dell'epoca. È comunque grazie all'interessamento con un ufficiale che ottengono un aiuto: "Il gentilissimo signor Audano, capitano della compagnia alpina residente a Fenestrelle, ci provvede di una buona guida, un soldato della compagnia, certo Bocco di Mentoulles, che senza domandare né spiegazioni, né altro, ubbidisce ciecamente al suo superiore, e salta lì per lì a cassetta della nostra vettura. Una stretta di mano, cordiali ringraziamenti al bravo capitano, e via per la Rognosa, quando già cade la notte".
Ecco come appare la vallata ai loro occhi durante la risalita serale: "Le montagne ai fianchi segnano appena il loro profilo sul cielo trapunto di miriadi di stelle; e nelle tenebre lancia diabolici riflessi la bocca di fuoco di una fornace da calce, avanti alla quale passano e ripassano, simili a demoni, le ombre degli uomini addetti al lavoro della cottura".
Finalmente raggiungono il territorio del comune di Pragelato, qui li attende un momento di smarrimento: «Alle 11,30 di sera arriviamo ai casolari di Souchères d'en haut; saltiamo abbasso della vettura che ritorna issofatto a Fenestrelle. Eccoci tutti tre in mezzo alla strada solitaria; nemmeno l'abbaiare d'un cane rompe il silenzio della notte; non un lumicino indica un essere umano che vegli. Battiamo ad una porta: nulla; Bocco ribatte con sassi, coi talloni ferrati, le chiovate pelli: nulla; si fa un fracasso spaventevole, si arriva quasi ad abbattere la porta, si grida al fuoco: sempre nulla. Forse che le onde del Chisone sono al succo del papavero? Forse che i fiori distillano essenze sonnifere? Ma allora il famoso miele di Pragelato dovrebbe agire da narcotico".
Solo dopo una lunga insistenza qualcuno si accorge di loro: "Un disperato tentativo di Bocco approda a buon fine; s'apre una finestruola; scende qualcuno da una scaletta interna; la porta apre il suo unico battente, ed entriamo nella locanda di Marion d'la côta d'bosc. Non cerchiamo l'origine di tale appellativo; ma beviamo un litro di buon vino, e poi belli e vestiti ci gettiamo su due lettucci contenuti nell'istessa camera".
La sveglia suona nel cuore della notte: «Alle due antimeridiane siamo in piedi; si prende, horresco referens, il bicchierino di branda, e via per le scorciatoie verso il colle di Sestrières. Prima di raggiungerlo attraversiamo un rigagnolo, ed attacchiamo per pascoli e boscaglie la cresta che scende da sud, cioè dalla Rognosa. (...) Bocco, che soprannominiamo gambe di ferro e polmoni di acciaio, è sempre un duecento passi avanti noi, quantunque carico d'incomodissima cesta. Noi però non ce ne curiamo e seguitiamo a salire senza scomporci parlando di fiori, di rocce, di ascensioni, toccando argomenti diversissimi nel giro di poche frasi. Il sole sorge, e noi salutiamo la larga cervice di calcare dello Chaberton. Tocchiamo le prime nevi, i primi clappey. Bocco essendo sempre avanti, così noi non ci arrestiamo, e procediamo senza prendere alcun riposo la nostra via. Il valloncino che dominiamo, e che scende al colle Sestrières e poi sulla valle del Chisone, è bastamente selvaggio. Superiamo un dorso, ed eccoci di fronte la vetta della Rognosa colle sue balze frantumate cadenti verso il Chisone".
Dopo un'analisi geologica dei luoghi, l'appetito suggerisce una decisione, Baretti esclama: «Giudico opportuno arrestare il nostro Bocco per mandar giù un bocconcino". Riempito lo stomaco, il gruppo si interroga sulla strada da seguire: Baretti propone la scalata dalla parte che piomba quasi verticalmente nella valle del Chisone, ma la guida si oppone: "Dobbiamo quindi tagliare quasi orizzontalmente la parte più elevata del valloncino a nord, raggiungere lo spigolo che scende a Sauze de Cesanne, e poi per esso guadagnare il sommo. Fatta astrazione da alcuni cordoni di serpentina, di alcune strisce di neve liscia e dura come il marmo, la traversata non presenta pericolo alcuno. La neve ci diè un po' di lavoro, giacché non avevamo scarpe con grossi chiodi, non avevamo né alpenstock, né picca. Bocco ben munito di chiodi alle scarpe sale senza alcun impaccio, e noi andiamo più a rilento e coll'aiuto del nostro soldato riusciamo a valicare più rapidamente le strisce traditrici, anzi in alcuni casi la daga venne in aiuto per tagliare dei gradini. E questo è il solo aiuto avuto dal nostro conduttore, giacché il Bocco prima e dopo fu sempre fuori di portata per poterci aiutare, ed è questo il solo difetto che possiamo rimproverare al Bocco, quello cioè di abbandonare troppo l'alpinista. Altro che portarci di peso sulla Rognosa, come si buccinò! Le ascensioni, tanto più quella della Rognosa, non esigono l'aiuto delle gambe e delle spalle altrui per compierle, e nel caso nostro avevamo bisogno di un portatore per le provvigioni e non per uso nostro».
Poi, finalmente, verso le 9,30 raggiungono il vertice sormontato da un grossissimo segnale trigonometrico: «Un paio d'ore ci fermammo lassù, e furono ore deliziose per me e per Nigra, in grazia della conversazione tenutavi e dello spettacolo magnifico di cui godemmo; per Bocco grazie al placido sonno, cui si diede in braccio sdraiato in posizione poco comoda sull'orlo del precipizio. Lo svegliammo e poco mancò che il suo cappello, colla inevitabile piuma d'aquila, prendesse la via più corta per ritornare alla valle del Chisone. La sete ci consiglia la discesa verso Sauze de Cesanne. Dato il segnale, il Bocco rovina giù come una valanga pei detriti, e noi a precipizio sulle sue orme. Io cerco ove mai dobbiamo dirigere la nostra discesa per trovare dell'acqua. E' anche questo uno studio che l'alpinista deve fare".
Trovata una sorgente, il gruppo si concede una sosta e attinge alle provviste della cesta trasportata dal Bocco. Poi, terminato il suo compito, la guida rientra in alta val Chisone, mentre Baretti e Nigra scendono "a Sauze de Cesanne, ove mancò poco rimanessimo avvelenati da un perfido vino propinatoci da un oste del luogo".
Altri tempi.