Delle preziose osservazioni sulle montagne ci arrivano da Pierre Bourcet (1700-1780), originario dell'alta Val Chisone, più precisamente di Usseaux. Pierre Bourcet, dopo la campagna militare del 1708, che portò alla conquista da parte sabauda delle alte valli della Dora e del Chisone (assedi di Exilles e di Fenestrelle), ancora ragazzino, dovette abbandonare la terra natìa ed emigrare in Francia. Qui seguì la carriera militare, diventò ingegnere e cartografo.
Una guida alla montagna di tre secoli fa
Nel suo trattato Principes de la guerre de montagnes (Principi della guerra di montagna) edito nel 1775, Bourcet guarda alle Alpi con gli occhi di un militare del Settecento. Le sue osservazioni sono dirette principalmente, quindi, agli ufficiali francesi di quel tempo, ma le sue riflessioni conservano ancora oggi un sorprendente interesse.
Fin dalle prime pagine propone una sorta di piccolo glossario della montagna: spiega cosa sono valli, valloni, colli, catene montuose e perfino i tourniquet, ovvero i sentieri a zigzag che salgono o scendono lungo i versanti. Non si tratta solo di definizioni: è un modo per mettere ordine in un ambiente complesso, dove ogni dettaglio può fare la differenza.
I consigli di allora sempre attuali
Per Bourcet, conoscere davvero la montagna è fondamentale per ogni ufficiale che deve operare in questo contesto. Non basta studiare carte e descrizioni a tavolino: un buon comandante deve osservare il territorio di persona, salire sulle cime, guardare dall'alto per capire come si distribuiscono villaggi, pascoli, corsi d'acqua e vie di passaggio. Solo così si può avere una visione completa.
E aggiunge un'immagine molto efficace: chi si muove in montagna dovrebbe conoscere il territorio "come un pastore conosce i suoi pascoli". Il pastore sa dove portare il gregge, dove trovare erba tra i dirupi, quali passaggi utilizzare. Allo stesso modo, chi attraversa o deve operare in montagna deve conoscere ogni versante, ogni possibile accesso, senza trascurare nulla.
Un altro elemento decisivo è il ritmo delle stagioni. In molte zone alpine, spiega Bourcet, le operazioni, ma potremmo dire anche semplicemente gli spostamenti, sono possibili solo per pochi mesi all'anno: grosso modo dalla fine di giugno alla fine di settembre. Per il resto del tempo, neve e gelo rendono tutto molto più difficile, se non impossibile. Questo evidentemente ai suoi tempi, successivamente la nascita dei corpi alpini e le esperienze della Prima Guerra Mondiale dimostreranno come la montagna può essere teatro di guerra e testimone purtroppo di drammatici eventi tutto l'anno.
Ciò non significa che la montagna nel Settecento in inverno sia del tutto impraticabile. Alcuni colli restano percorribili anche con la neve, ma a condizioni ben precise: servono uomini che battano continuamente i sentieri e che trasportino viveri e materiali. Il vero nemico, però, non è la neve fresca, ma il vento. In poche ore può cancellare ogni traccia, disorientare chi cammina e rendere impossibile trovare un riparo.
Per questo Bourcet propone soluzioni molto concrete: costruire rifugi nei punti più frequentati, dotarli di campane da suonare in caso di maltempo e segnare i percorsi con pali ben visibili, uno dall'altro, per guidare i viandanti anche nella bufera.
Gli incidenti in montagna, oggi come allora
Eppure, nonostante tutte queste precauzioni, la montagna invernale può restare imprevedibile. Il vento, accumulando la neve, può generare improvvisamente enormi masse che si staccano e precipitano a valle: sono le valanghe, che Bourcet chiama lavanches. La loro forza non travolge solo ciò che incontrano lungo il percorso, ma sposta anche grandi masse d'aria, capaci di essere letali per chi si trova nelle vicinanze.
A distanza di secoli, le sue parole restituiscono un'immagine molto concreta della montagna: un ambiente affascinante, ma esigente, che richiede conoscenza, rispetto e attenzione continua.
L'inverno 2025-26, sotto questo punto di vista, si è dimostrato particolarmente drammatico. Un articolo del 21 febbraio, ad esempio, racconta come nello stesso mese abbiano perso la vita circa una ventina di persone.
Un successivo contributo del 23 marzo titolava "Valanghe: l'Italia il paese in Europa con più morti, 37 le persone decedute questo inverno". Complessivamente in Europa gli incidenti segnalati, quando la frequentazione su neve evidentemente non è ancora conclusa, sono oltre 130.
La preoccupazione nei confronti delle valanghe è una tematica che percorre i secoli e certamente non è il solo Bourcet che nel passato se ne è occupato. Tra sentieri battuti dal vento, pali di segnalazione e campane nella tormenta, il mondo descritto da Bourcet può sembrare lontano. Eppure, quando oggi la neve si muove e il silenzio si spezza, le dinamiche ricordano quelle di allora, rese ancora più complesse, forse, dai cambiamenti climatici in atto e dall'uso sempre più spinto dei social.
