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Foreste, come reagiscono agli incendi

Gli incendi delle foreste boreali da un lato e tropicali ed equatoriali dall'altro hanno un impatto ecologico completamente diverso. E' un fenomeno naturale nel primo caso mentre è provocato dall'uomo nel secondo. In entrambi i casi, però, c'è una accentuazione del ruolo antropico e una maggiore predisposizione climatica allo sviluppo del fuoco a causa del cambiamento climatico.

 

 

  • Renzo Motta, Davide Ascoli*
  • Settembre 2019
  • Giovedì, 29 Agosto 2019
Amazzonia, la foresta tropicale dopo le fiamme  (Foto: p.g.c Linda Gonzalez Peppla) Amazzonia, la foresta tropicale dopo le fiamme (Foto: p.g.c Linda Gonzalez Peppla)

 

L'estate 2019 è stata caratterizzata da grandi incendi che hanno interessato diversi biomi terrestri – parti della biosfera che vengono classificate per la presenza di flora e fauna caratterisici - con caratteristiche ecologiche molto diverse tra loro, come le foreste boreali che si trovano alle latitudini più settentrionali dell'emisfero nord, e le foreste equatoriali e tropicali che si trovano vicine all'equatore in entrambi gli emisferi.
Gli incendi hanno avuto un grande spazio sui media suscitando un forte impatto sull'opinione pubblica. I messaggi veicolati però, come spesso accade in queste situazioni, hanno visto prevalere una componente emotiva a scapito di una corretta informazione. Infatti, gli incendi boreali e tropicali hanno profonde differenze, alcune similitudini e diversi legami con il cambiamento climatico con importanti implicazioni a scala locale e globale.

La foresta boreale in Siberia

Il fuoco nelle foreste boreali è il principale fattore di disturbo naturale tanto da svolgere un ruolo fondamentale nei processi ecologici di questo bioma. Le foreste boreali "bruciano" naturalmente in quanto i fulmini innescano il fuoco durante la stagione secca e la vegetazione a prevalenza di conifere è molto infiammabile. Nel solo Canada gli incendi di origine naturale rappresentano in media il 79% della superficie bruciata e percorrono oltre 2 milioni di ettari di foresta all'anno (una superficie pari all'estensione di grandi regioni italiane come il Piemonte o la Sicilia), e in alcuni anni, come il 1995, hanno percorso quasi 7 milioni di ettari (più della metà di tutte le foreste italiane). Nella sola Alaska la media annuale è di 0,5 milioni di ettari mentre in Russia di circa 2,5 milioni di ettari. Gli alberi delle foreste boreali, dovendo convivere da milioni di anni con il fuoco, hanno quindi sviluppato degli adattamenti che favoriscono la resistenza (ad esempio cortecce più spesse che isolano dal calore i tessuti vitali interni) e la resilienza (ad esempio, il passaggio del fuoco favorisce l'apertura dei coni e la rinnovazione di alcune specie che altrimenti non potrebbero riprodursi). Il fuoco periodico ha un tempo di ritorno variabile tra 100 e 200 anni, modella il paesaggio, e crea le condizioni per la vita di molte specie animali e vegetali (gli stessi orsi trovano il nutrimento nelle zone percorse dal fuoco e non all'interno delle foreste dense) e per la conservazione della biodiversità. In questi ultimi anni si sono osservati anche molti incendi provocati dall'uomo (in media il 21%, quasi 4 volte inferiore rispetto a quelli naturali), la cui percentuale aumenta negli anni con clima più mite che rende difficoltosa la diffusione degli incendi da fulmine. Spesso questi incendi ripercorrono aree già bruciate aumentando la frequenza del disturbo al punto da non essere compatibile con le strategie di rinnovazione delle foreste con conseguenze negative sugli ecosistemi boreali (un degrado generalizzato e tempi di recupero molto più lunghi).
Gli incendi avvenuti in Alaska e in Siberia nel 2019 sono quindi un evento "normale" da un punto di vista ecologico, in quanto non è provocato dall'uomo e avviene tutti gli anni.
Inoltre questi incendi si sviluppano per lo più in aree remote non abitate. Tuttavia, quello che è stato "anomalo" nel 2019 è la durata degli incendi (molti si prevede che si spegneranno solo con l'arrivo delle piogge a ottobre) e l'estensione verso le latitudini maggiori, superiori rispetto alla norma, a indicare gli effetti dei cambiamenti climatici caratterizzati da siccità prolungate e temperature crescenti soprattutto alle latitudini elevate.


La foresta equatoriale in Amazzonia

Nelle foreste equatoriali e tropicali il fuoco non svolge lo stesso ruolo ecologico in quanto questi biomi sono caratterizzati, in generale, da climi più umidi e ricchi di precipitazioni e la vegetazione a dominanza di latifoglie è poco infiammabile. In alcune regioni gli incendi si possono diffondere perché ci sono delle stagioni secche (periodo tra agosto e ottobre), in particolare negli anni in cui l'Oceano Pacifico si riscalda sopra la media (anni denominati El Niño) portando periodi di siccità più accentuati in gran parte delle Americhe. Dal momento che il fuoco è un elemento molto raro in questi ecosistemi, con un tempo di ritorno mediamente di 900-1000 anni, la maggior parte delle specie presenti (un numero elevatissimo di latifoglie sempreverdi, liane ecc.) non presenta adattamenti a questo disturbo. Ne consegue che gli effetti del passaggio del fuoco sono a volte più difficili da rimarginare (sono infatti foreste meno resistenti e resilienti al passaggio del fuoco). Inoltre, la maggior parte (oltre il 99%) degli incendi che si osservano nelle foreste equatoriali o tropicali sono di origine antropica e sono legati soprattutto alle pratiche agricole: il fuoco è lo strumento più economico e veloce per eliminare la foresta e creare pascolo, zone aperte per le coltivazioni agricole, l'impianto di palma da olio, soia ecc. Anche alcune utilizzazioni forestali "poco sostenibili" che provocano degrado possono creare, direttamente ed indirettamente, condizioni favorevoli per la diffusione degli incendi attraverso la costruzione di strade e piste forestali o l'accumulo di necromassa al suolo, ma svolgono un ruolo marginale rispetto al volume complessivo del fenomeno.

Gli incendi in Brasile purtroppo avvengono tutti gli anni ma nel 2019 l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale ha posto il giusto accento su questo fenomeno (probabilmente anche a causa dell'atteggiamento del nuovo governo brasiliano nei confronti dello "sfruttamento" dell'Amazzonia). La deforestazione e i conseguenti incendi hanno ricadute non solo locali ma globali, a partire dalla elevata quantità di emissioni di gas serra (si stimano 228 milioni di tonnellate di CO2 per gli incendi del 2019 in Amazzonia), la cui dispersione ha una portata globale.

Il ruolo dei cambiamenti climatici e delle foreste

Entrambi i fenomeni (gli incendi più naturali nelle foreste boreali e quelli di origine antropica nelle foreste equatoriali e tropicali) sono favoriti dai cambiamenti climatici in atto: temperature elevate e prolungati periodi di siccità sono le cause predisponenti ideali. In tutti i modelli, sia a scala regionale che globale, è previsto per i prossimi decenni un aumento degli incendi, anche se le previsioni sono estremamente variabili in funzione delle caratteristiche ecologiche dei popolamenti forestali e del ruolo che l'uomo avrà nell'usare e modificare il territorio e nel governare il fenomeno incendi.
Le conseguenze di questi incendi possono essere molto diverse dal punto di vista ecologico: nelle foreste boreali non sono causa di degrado ma anzi un mezzo per la conservazione della biodiversità, mentre in Amazzonia sono prevalentemente legati a deforestazione e/o degrado degli ecosistemi forestali. Tuttavia, in entrambi i casi si hanno effetti molto gravi dal punto di vista del cambiamento climatico: gli incendi su superfici così estese provocano infatti l'immissione di milioni di tonnellate di anidride carbonica in atmosfera proveniente soprattutto dalla combustione del suolo organico e della necromassa che si accumula nel sottobosco, e riducono (e nei casi peggiori annullano) il potere di mitigazione che queste foreste possono svolgere nei confronti dell'aumento dei gas serra.

Occorre ricordare che l'aumento dell'effetto serra è dovuto prevalentemente all'immissione in atmosfera di carbonio proveniente da depositi fossili e che le foreste e l'aumento della copertura forestale non possono essere la "soluzione del problema. Tuttavia, in attesa di una soluzione sostenibile (che passa inevitabilmente per la riduzione delle immissioni di carbonio proveniente da depositi fossili), le foreste possono svolgere, per alcuni decenni, un fondamentale ruolo di mitigazione limitando l'accumulo di carbonio in atmosfera. Questo ruolo di mitigazione può però essere compromesso dagli incendi. Sotto questo punto di vista gli incendi delle foreste tropicali ed equatoriali sono più gravi rispetto agli incendi delle foreste boreali. Alle latitudini più settentrionali l'aumento della temperatura e gli incendi possono avere, però, un effetto sinergico liberando enormi depositi di carbonio immobilizzati nel suolo congelato con conseguenze che nei prossimi decenni, se non si arresterà la tendenza attuale, possono essere devastanti a livello globale.

In sintesi, gli incendi delle foreste boreali da un lato e tropicali ed equatoriali dall'altro hanno un impatto ecologico completamente diverso (fenomeno naturale nel primo caso e provocato dall'uomo nel secondo). In entrambi i casi si osserva però una accentuazione del ruolo antropico e una maggiore predisposizione climatica allo sviluppo del fuoco a causa del cambiamento climatico. Se gli effetti ecologici sono molto diversi, in entrambi i biomi le conseguenze dal punto di vista del ruolo di mitigazione delle foreste dei cambiamenti climatici sono molto negative e, anche in questo caso, con proiezioni ancora più sfavorevoli negli scenari disponibili per i prossimi decenni.

*Dipartimento di Scienze Agrarie, forestali ed alimentari (DISAFA), Università degli studi di Torino. Largo Paolo Braccini 2, 10095 GRUGLIASCO (TO)

 

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