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Le zecche non saltano, non volano ma mordono!

Raccogliere i 'ritorni' naturalistici più significativi insieme alle 'partenze' più angoscianti: è questo il fil ruoge che accomunerà gli articoli che pubblicheremo da oggi su Piemonte Parchi per svelare alcune delle 'peripezie naturalistiche' vissute nei parchi piemontesi. Un'occasione per raccontare (anche) tutto quel lavoro che, ogni giorno, viene messo in campo da chi nelle aree protette ci lavora, per aiutare la Natura a riprendersi i propri spazi, reali o soltanto immaginari. 

Cominciamo dalle zecche, esseri sospesi tra dannazione e meraviglia. 

  • Luca Giunti
  • Giugno 2019
  • Giovedì, 13 Giugno 2019
Le zecche non saltano, non volano ma mordono!  (foto L. Tomassone) Le zecche non saltano, non volano ma mordono! (foto L. Tomassone)

Nell'ultimo mezzo secolo il paesaggio che ci circonda è cambiato rapidamente. Lo spopolamento di montagne e colline, l'abbandono di secolari pratiche colturali, le modifiche del clima, le immissioni volute o accidentali di animali e piante esotici, il miglioramento delle sensibilità ambientali... sono fattori che - intrecciandosi e talvolta confliggendo - hanno prodotto modifiche inimmaginabili negli Anni '60 dello scorso secolo. Le aree protette della Regione Piemonte hanno assistito a questi fenomeni, perseguendo le finalità della loro Legge istitutiva (n. 19 del 2009). E con curiosità, competenza e passione, li hanno spesso studiati, talvolta incoraggiati oppure hanno provato a combatterli.

Per questo, nei "ritorni" naturalistici più significativi così come nelle "partenze" più angoscianti, sono annotate storie, aneddoti bizzarri, ricerche scientifiche, progetti e accoglienze ricevute, compresi gli insuccessi, le difficoltà, o ancora i problemi irrisolti. E come sempre avviene per evoluzione e selezione naturale, queste 'peripezie naturalistiche nei parchi del Piemonte' che cominciamo a raccontarvi, sono nate in un contesto ambientale mutato, in cui qualcuno si avvantaggia mentre qualcun altro soccombe. Un esempio? Le zecche, esseri viventi evolutivamente perfetti. 

Zecche, destinate a una lunga vita sulla Terra

Rita Levi Montalcini, individuando nel continuo superamento degli inevitabili errori il motore di ogni progresso umano e scientifico, citava gli scarafaggi come esseri evolutivamente perfetti al contrario degli umani. Ma commentava con ironia che nessuno di noi vorrebbe essere una blatta (Elogio dell'imperfezione Baldini e Castoldi 2010). Nemmeno una zecca, aggiungo io, nonostante siano probabilmente destinate a sopravvivere sulla Terra molto più a lungo della nostra specie. Succhiavano già il sangue dei dinosauri piumati, 100 milioni di anni fa e da allora sono cambiate piuttosto poco, resistendo a sconquassi climatici e tellurici che hanno spazzato via interi gruppi più grossi e potenti. Sono state catalogate circa 900 specie in tutto il mondo, raggruppate in tre famiglie: una comprende un solo genere diffuso nell'Africa meridionale (Nuttallielidae), mentre le altre due separano le zecche dure da quelle molli (Ixodididae da Argasidae). La distinzione è facile: le prime hanno uno scudo dorsale chitinoso assente nelle seconde. Queste ultime si nutrono di norma su uccelli, come la Argas reflexus detta anche "zecca del piccione". Le altre ci disturbano in modo particolare, perché oltre ai cani possono assaggiare anche noi umani. Il loro morso di per sé sarebbe innocuo ma – se in precedenza si sono nutrite su animali infetti – potrebbero inocularci protozoi, batteri e virus pericolosi.

Paesi come la Francia, la Svizzera, l'Austria e la Germania convivono da anni con questi parassiti. In Italia dagli Anni '90 del secolo scorso erano presenti solo nei boschi del nord est: Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino. La loro espansione in Piemonte è documentata da pochi anni, soprattutto nelle zone di montagna come la Val Susa, in particolare con Ixodes ricinus, potenziale vettore della malattia di Lyme, causata dal batterio Borrelia burgdorferi, e della encefalite da zecche o TBE, provocata invece da un virus.

Perchè si sono diffuse in Piemonte

I fattori che ne hanno favorito la diffusione sono, manco a dirlo, correlati alle scelte umane. L'abbandono delle pratiche tradizionali ha riempito di arbusti ed erba alta quei prati che per secoli erano tenuti sfalciati; l'aumento degli ungulati selvatici e domestici ha aperto possibilità alimentari insperate per le zecche (come, del resto, per i lupi); gli inverni lunghi e freddissimi sono stati mitigati dai cambiamenti climatici. In natura, la somma di nuovi habitat adatti, più disponibilità di cibo, più assenza di fattori limitanti dà un solo risultato: espansione. A questi addendi va aggiunta la formidabile resistenza delle zecche: possono stare mesi in stato di vita sospesa, disidratandosi quasi completamente, per poi svolgere tutto il ciclo riproduttivo in poche settimane al ritorno delle condizioni favorevoli. Di recente si è scoperto che per evitare il grooming – la ricerca dei parassiti su peli e pelle tipica dei primati sociali – alcuni esemplari possono nascondersi nel naso e viaggiare indisturbati dall'Uganda al Wisconsin. Ci fanno schifo ma vanno ammirate!

Studiarle per conoscerle

L'Ente di gestione delle Aree protette delle Alpi Cozie è stato ed è in prima fila sia nella ricerca sia nell'informazione sulle zecche. I guardiaparco del Gran Bosco di Salbertrand hanno rilevato per primi l'insorgenza del nuovo pericolo e fin dal 2014 collaborano con il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell'Università di Torino per i rilievi di campo coordinati dai docenti Luca Rossi e Laura Tomassone. Il territorio di Exilles, Oulx, Sauze d'Oulx e Salbertrand è stato diviso in fasce altimetriche dal fondovalle ai 2000 metri e sono state selezionate aree differenti per esposizione, pendenza, tipo di vegetazione, frequentazione umana e animale. Lungo transetti di 100 metri viene trascinato un drappo bianco (dragging) al quale si attaccano le zecche, poi raccolte e messe sotto alcool. Durante le ultime 4 estati, da maggio ad agosto, sono stati trovati oltre 8.000 esemplari, in seguito determinati sia come specie (per la gran parte, Ixodes ricinus) sia come fase di sviluppo (la zecca ha bisogno di un solo pasto per ognuno dei suoi 4 stadi: uovo, larva, ninfa e adulto).

Le zecche dei boschi non sono schizzinose nella scelta dell'animale da parassitare: vanno bene cani, cervi, caprioli, scoiattoli, molti uccelli e - accidenti a loro! - umani. Le zecche non saltano e non volano; si appostano all'estremità delle piante aspettando il passaggio di un corpo caldo. Avvertono la sua presenza grazie all'anidride carbonica emessa dalla respirazione. Allora si lasciano cadere, zampettano inavvertite fino alle zone migliori per loro (il retro delle orecchie o delle ginocchia, l'inguine, le ascelle) e vi conficcano il rostro, beate, emettendo sostanze anestetiche che impediscono all'ospite di sentire dolore per il morso. Per rimanere attaccate, usano una specie di cemento liquido di cui si stanno studiando, per eventuali utilizzi medici, le straordinarie caratteristiche chimiche e fisiche. Il pasto di sangue dura qualche ora per le zecche molli, alcuni giorni o una settimana per quelle dure.

Se mi morde una zecca

L'azione del parco è proseguita e prosegue con diverse iniziative di divulgazione, rivolte sia a un pubblico generico di frequentatori della montagna - escursionisti, cacciatori, fungaioli, operatori forestali, impiantisti, guide alpine e naturalistiche - sia al personale sanitario locale che si trova ad affrontare la nuova emergenza e deve conoscere le tecniche e le profilassi corrette. Un esempio lo si può trovare nelle istruzioni per l'uso pubblicate sul sito del parco.

Nonostante solo una piccola percentuale di individui sia portatore di infezione, le zecche vanno rimosse subito perché la probabilità di contrarre una malattia è direttamente proporzionale alla durata della loro permanenza sull'ospite. Infatti, solo dopo alcune ore in cui sono saldamente ancorate le zecche rigurgitano parte del loro ultimo pasto, inoculando nel sangue dell'ospite eventuali patogeni. É per questo che per rimuoverle non bisogna mai usare alcol, benzina, ammoniaca, olio o grassi, né fiammiferi o sigarette, che potrebbero innescare il vomito del parassita esaltando così proprio il pericolo che si vuole evitare. La zecca deve essere afferrata con una pinzetta a punte sottili, il più possibile vicino alla superficie della pelle, meglio se con un apposito strumento "a piede di porco" (si trovano strumenti specifici in commercio e nelle sedi del parco) e rimossa tirando dolcemente con un leggero movimento rotatorio. Non bisogna schiacciare o spezzare il corpo della zecca perché potrebbe provocare un pericoloso rigurgito nel sangue.
Bisogna poi disinfettare la pelle e controllare nelle settimane successive che non compaiano irritazioni come l'eritema migrante o a bersaglio, che segnala l'avanzata dell'infezione. In questo caso o se si avvertono sintomi simil-influenzali (febbriciattole, malesseri, dolori articolari) è bene rivolgersi al medico. Se è possibile, è opportuno conservare il corpo della zecca in freezer o in alcool etilico, nel caso sia necessario analizzarla dopo l'insorgenza dei sintomi sospetti.

Ma la migliore precauzione è, come sempre, la prevenzione. Occorre adottare nuovi comportamenti, virtuosi e consapevoli. Indossare abiti chiari per rendere più facile l'individuazione delle zecche; usare scarponi chiusi alla caviglia, pantaloni lunghi e camicie senza maniche rimboccate per ostacolare le entrate al parassita; spruzzare repellenti specifici sulle calzature e sugli abiti; evitare di toccare l'erba lungo il margine dei sentieri, non addentrarsi nelle zone in cui l'erba è alta. Soprattutto, al termine dell'escursione effettuare un attento esame visivo e tattile della propria pelle, dei propri indumenti e spazzolarli prima di portarli all'interno delle abitazioni.
Poiché il fenomeno non accenna a fermarsi e anzi si espande nelle zone collinari, il Parco del Po torinese ha approfittato dell'esperienza delle Alpi Cozie e ha organizzato una serie di appuntamenti pubblici in collaborazione con l'Università di Torino. D'altronde, ancora una volta, ci si è comportati così con il ritorno del lupo: le buone pratiche si esportano da parco a parco!

Grazie a Elisa Ramassa e a Laura Tomassone, dipendenti dell'Ente di gestione delle Aree protette Alpi Cozie per la revisione scientifica

 

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