Stampa questa pagina

Presente opaco, futuro incerto, le resilienze dei parchi italiani

A fronte di una situazione contemporanea in cui le forze di Governo costruiscono uno scarso richiamo sui temi della protezione della natura, l'associazionismo vive una debolezza che patisce una debole spinta dal basso e l'immagine delle aree protette rischia la banalizzazione. Abbiamo quasi 900 aree protette che tutelano oltre il 10% del territorio nazionale nelle quali vivono e lavorano decine di migliaia di persone. In più  esistono una legge quadro nazionale, che resta una delle più avanzate del Mondo, e una legge europea sul ripristino della natura. 

Questo articolo è l'ultimo della rassegna sulla storia delle aree protette italiane. Il contesto attuale è di "calma piatta" ma non intendiamo rinunciare a inviare un messaggio di speranza.

  • Luigi Piccioni
  • Giugno 2026
  • Lunedì, 22 Giugno 2026
Fonte Pixabay Fonte Pixabay

Quello chiusosi nel dicembre 2017 è solo l'ultimo dei tanti conflitti che, nel corso di un secolo, hanno attraversato l'arena politica e istituzionale per determinare il futuro delle aree protette italiane e il loro ruolo nella vita del Paese.
Sul territorio, nei parchi, d'altro canto, la crisi rimane e la situazione continua a essere contraddittoria: densa di ombre e di luci, di gravi problemi e di potenzialità. Ma soprattutto bloccata, come se di istituzioni importanti, nella vita di un Paese moderno e decisive per il futuro del Pianeta, come le aree naturali protette interessasse davvero poco a tutti.

Il lungo conflitto attorno al progetto di riforma D'Alì-Caleo ha acceso passioni e mobilitato energie in una sfida su obiettivi in realtà minimali, ma la situazione attuale fa rimpiangere quello scontro al ribasso. Negli oltre otto anni trascorsi da allora, infatti, l'unico segnale di vita significativo sono stati gli Stati generali delle aree protette organizzati dal Ministero nell'ottobre del 2004, svoltisi senza alcuna preparazione e senza alcun risultato né teorico, né programmatico, né pratico: una rapida sfilata di attori senza idee né slanci progettuali dopo la quale è tornato a regnare il silenzio.
Carlo Alberto Graziani ne ha riferito e ne ha fatto un bilancio per Mountain Wilderness, e si è interrogato su questa nuova fase di gelo, concludendo che si combinano oggi un'estraneità strutturale delle forze di Governo rispetto alla protezione della natura, e uno scarso richiamo - più in generale - della tematica per tutte le forze politiche, ripiegate oggi sulla ricerca di un consenso spicciolo e su altri temi, oltre a una perdurante debolezza dell'associazionismo, una scarsa spinta dal basso e - non ultimi - i frutti della banalizzazione dell'immagine delle aree protette sempre più considerate come una sorta di pro-loco territoriali che, intese in questo senso, diventano sempre più marginali e scarsamente interessanti.

Il vuoto di visione e programmatico che si è venuto così a creare finisce col somigliare a quello del periodo 1933-1968 ma in una situazione profondamente mutata.
A differenza degli anni del fascismo e dei primi decenni dell'Italia repubblicana, quando le aree protette erano istituzioni pressochè sconosciute, isolate e con compiti relativamente limitati, oggi esse hanno dimensioni, importanza e ruoli che ne fanno - o meglio, ne dovrebbero fare - dei gangli strategici non solo per le politiche ambientali ma anche per quelle economiche e per la stessa vita civile del Paese. Quasi 900 aree protette che tutelano oltre il 10% del territorio nazionale, nelle quali vivono decine di migliaia di persone e per le quali o grazie alle quali lavorano migliaia di persone, una legge quadro che - per quanto in parte inapplicata - è una delle più avanzate del Mondo, una legge europea sul ripristino della natura incentrata proprio sulla necessità di moltiplicare numeri e superfici delle aree sottoposte a tutela e infine un'acuta consapevolezza dei pesanti costi globali della perdita di biodiversità sono tutti elementi che imporrebbero l'adozione di strategie ambiziose ed estremamente attente, mentre nulla di tutto ciò - come abbiamo visto - si sta verificando.

Ma è stata proprio la lunga e travagliata storia che abbiamo ripercorso insieme a piantare i semi che oggi consentono al negletto mondo delle aree protette italiane di immaginare la possibilità di un futuro all'altezza delle sfide poste dalla crisi ambientale. Al di là dei finanziamenti scarsi, di meccanismi burocratici spesso paralizzanti, di interminabili gestioni provvisorie, di attacchi all'integrità delle aree e di lottizzazioni politiche senza qualità i parchi, le riserve vivono della passione, della fantasia e della competenza - in genere molto alta - del loro personale, dell'interesse e dell'amore delle tante persone che continuano a visitarle, della barriera ancora e sempre difficilmente aggirabile o valicabile della legge quadro e dei tanti regolamenti locali, molto spesso dell'attaccamento delle persone che le abitano e che hanno saputo trasformare i necessari vincoli in opportunità di vita e di lavoro.

Le stagioni del gelo, anche le più terribili, per le aree protette italiane alla fine sono passate. Le condizioni perché passi anche questa ci sono, sotto la neve i semi continuano a vivere. Possiamo e dobbiamo sperare che verrà presto il momento in esse torneranno a svolgere a pieno titolo e con pieno riconoscimento i molti e strategici ruoli che spettano loro e in particolare quello di indicare una strada parziale ma imprescindibile per il superamento della crisi ecologica globale.

 

Leggi le precedenti puntate della 'Storia delle Aree protette in Italia" 

 

 

Potrebbe interessarti anche...