Lo scontro tra centralisti e regionalisti, la presentazione di nuove proposte di legge quadro, le discussioni parlamentari, l'emanazione delle normative regionali e la creazione di parchi e riserve di cui s'è discusso nella precedente puntata non avvennero in una bolla istituzionale separata dalla realtà. Sull'onda del successo ambientalista e della crescita della partecipazione popolare alla vita pubblica gli anni Settanta ma soprattutto gli anni Ottanta assistettero alla fioritura di proposte di aree protette di ogni tipo e in ogni parte d'Italia. Gran parte di queste proposte furono avanzate da comitati locali o da associazioni e furono promosse mediante assemblee affollate, studi, incontri con le autorità, articoli e lettere sulla stampa e petizioni popolari. Alcune andarono velocemente a buon fine, molte ebbero vita dura scontrandosi con opposizioni e boicottaggi sul terreno e nelle istituzioni, altre si arenarono per sempre. Se il risultato finale visto dalla prospettiva della metà degli anni Novanta fu straordinario, l'itinerario fu fatto di rallentamenti, di stasi e di accelerazioni.
Un andamento molto accidentato
Ancora nel maggio 1987, ad esempio, Stefano Ardito tratteggiava lo stato dell'arte sulla "Nuova ecologia" in modo piuttosto sconsolato. I parchi nazionali restavano i soliti cinque. Le 120 riserve naturali dello Stato e le 25 oasi del Wwf erano di piccola estensione, per quanto consolidate o in crescita. Le Regioni, alla fin fine e nonostante il grande dibattito sul decentramento, non avevano ancora fatto davvero molto. L'unico dato realmente positivo era "l'asse Savoia-Asburgo", cioè le 35 aree protette realizzate dalla Regione Piemonte, le sei della Provincia di Bolzano - che comunque continuava come sempre a insidiare l'integrità del Parco nazionale dello Stelvio - e le due della Provincia di Trento. La Lombardia, che aveva dato per prima l'esempio con il suo ambizioso programma, aveva difficoltà a realizzare i parchi montani e riusciva efficace solo sui parchi di pianura, di dimensioni più modeste. Sia pure con molto ritardo la Liguria si era messa sulla buona strada istituendo cinque aree protette e così stavano facendo, pur con lentezza e fra molte difficoltà, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Veneto. Le Regioni "rosse" facevano più leggi sul territorio (edilizia, inquinamento, vincoli paesistici) che parchi. Niente aree protette in Umbria e nelle Marche, pochissime in Emilia, due sole in Toscana. Dopo di ciò, in pratica, il deserto. Un deserto nel quale spiccava oltretutto una Val d'Aosta con la sua guerra al parco del Gran Paradiso, l'accoglienza entusiasta all'elettrodotto del Superphénix, il progetto dell'autostrada per il traforo del Bianco e non un solo metro quadrato di aree protette proprie.
Un quadro in movimento
In realtà le cose non erano così ferme. Al momento della pubblicazione del reportage di Ardito le Marche avevano, ad esempio, istituito da poche settimane un importante parco sul Monte Conero e la Sicilia aveva decretato in modo molto più indolore la nascita del Parco regionale dell'Etna, accolto anzi da un vasto consenso. La mossa della Regione Sicilia non solo dava attuazione alla legge regionale del 1981, non solo istituiva un grande parco di 58.000 ettari secondo solo tra quelli regionali al Ticino, ma rompeva l'inazione delle regioni meridionali denunciata da Ardito. La situazione, insomma, era di nuovo in movimento dopo alcuni anni di bonaccia. Se infatti i comitati locali e le associazioni continuavano a fare proposte, a redigere progetti, a tenere convegni e a organizzare manifestazioni e petizioni e se gli uffici delle Regioni e i partiti politici continuavano a discutere di normative e di piani da aggiornare o da adottare, il quadro politico nazionale stava subendo un piccolo terremoto che avrebbe avuto presto un effetto importante sulla vita delle aree protette: la comparsa di una rappresentanza politica ambientalista, peraltro già sperimentata qui e là a livello locale.
La comparsa degli ambientalisti sulla scena politica nazionale
Il fenomeno aveva tre radici. La prima era l'espansione apparentemente inarrestabile del richiamo delle tematiche ambientaliste: a dispetto del fenomeno del "riflusso", cioè del ritrarsi dell'ondata di partecipazione democratica e della fine del grande ciclo di lotte per i diritti e del lavoro iniziata nel '68, l'adesione alle organizzazioni ambientaliste, l'attivismo e le vertenze ambientali avevano continuato a crescere. La seconda radice, di converso, era proprio la crisi in cui era caduta la militanza di sinistra a partire dal biennio 1977-1978, crisi che aveva spinto un gran numero di attivisti e attiviste a cercare nuove tematiche e nuove forme di organizzazione politica in cui trasfondere il proprio desiderio di partecipazione. L'ambientalismo, le associazioni ecologiste (tra cui la prima dichiaratamente di sinistra, la Lega per l'ambiente-Arci, era nata non a caso nel 1980), le vertenze territoriali contro l'inquinamento e i progetti ad alto rischio furono uno sbocco privilegiato di quella ricerca. La terza e ultima radice fu la difficoltà dei grandi partiti, anche quelli più aperti e progressisti, e dei sindacati a fare proprie visioni e obiettivi del movimento ambientalista. Dai primi anni Ottanta una rappresentanza politica "verde" diventò così per molte e molti una necessità.
Annunciata dalla costituzione e dal buon successo di liste verdi a livello comunale e regionale e sospinta dall'emozione per la catastrofe di Chernobyl, la presentazione di una lista alle elezioni politiche del 1987 fu coronata da un buon successo che permise di aumentare sensibilmente la rappresentanza parlamentare verde già formatasi nel 1983 con l'elezione di alcuni ambientalisti nelle liste di Democrazia Proletaria e del Pci. Annusando l'aria, il segretario socialista Bettino Craxi volle per il proprio partito il Ministero dell'Ambiente affidandolo un tecnico prestigioso e sensibile come Giorgio Ruffolo.
Gli effetti di questi eventi sul mondo delle aree protette non si fecero attendere e furono di grande portata. Nella legge finanziaria approvata nel marzo 1988, fu inserito anzitutto un articolo che prevedeva l'istituzione di quattro nuovi parchi nazionali nel Massiccio del Pollino, sulle Dolomiti Bellunesi, nei Monti Sibillini e nel Golfo di Orosei, mentre nell'agosto successivo venne approvata la legge sulla programmazione triennale per la tutela ambientale che prevedeva l'istituzione di altri quattro parchi nazionali: il Delta del Po, il gruppo Falterona-Campigna-Foreste Casentinesi, l'Arcipelago Toscano e l'Aspromonte. Dal canto suo, la comparsa di un nutrito drappello di ambientalisti e di simpatizzanti della causa ambientale all'interno delle due Camere diede un inedito impulso all'iter della legge quadro che si trascinava stancamente da un quarto di secolo.