Eccomi qui, arranco tra queste montagne che sembrano uscite da un film drammatico, in attesa della pioggia che tanto invoco come se fossi un druido in cerca di benedizioni celesti. Spoiler: non sono qui per una passeggiata contemplativa. Ho una missione da supereroe della zoologia: monitorare le salamandre di Lanza
, quelle piccole influencer delle Alpi che, guarda caso, ho contribuito a descrivere qualche anno fa. Che onore, eh? Mentre cammino, il Monviso, il cosiddetto "Re di Pietra" osserva dall'alto dei suoi 3.800 metri, come a dire: "Che ci fai tu, mortale, nel mio regno?". E io, tra una nuvola e l'altra, cerco disperatamente queste salamandre, che sembrano giocare a nascondino meglio di un ninja. Ma c'è di più: la nebbia irrompe trionfalmente, trasformando il paesaggio in un set da film horror a basso budget. Un attimo vedo vette e pascoli, un attimo dopo mi ritrovo in un limbo bianco e freddo. Benvenuti nell'alta Valle Po: qui, a 2.020 metri di quota, l'umidità è così alta che anche le rocce sudano.
L'avvistamento
La salamandra di cui vi parlo qui è stata classificata in gergo "scientifichese" con il nome di Salamandra lanzai ed è una specie endemica, vale a dire esclusiva e unica di poche valli montane, oltre i 1500 metri, in provincia di Torino e Cuneo, nonché nell'attigua Vallée du Guil, in Francia. Mentre la cerco, la nebbia si trasforma in una pioggia insistente che inzuppa i prati su cui, poco prima, si sentivano allegri (o impauriti) fischi di marmotte. È un buon segno: quando piove in questo modo e la temperatura è idonea, le salamandre spesso escono dai propri nascondigli sotterranei. Oggi sembra proprio essere così: in questo pomeriggio di luglio, le salamandre che si muovono attorno a me sono improvvisamente decine, forse addirittura centinaia. Che spettacolo, non credete? La natura non smette mai di stupire, soprattutto quando piove a dirotto e ti ritrovi circondato da salamandre che sembrano uscite da un documentario di Attenborough.
Eccole lì, le salamandre di Lanza, nere e lucide come pezzi di liquirizia animata, che si muovono sul prato bagnato con l'eleganza di un robot un po' arrugginito: sembrano incespicare nell'erba, ma in realtà stanno solo cercando di conquistare il loro mondo. Alcune hanno già raggiunto delle postazioni privilegiate, come piccole vedette su massi sopraelevati. Scrutano l'orizzonte con aria tronfia, pronte a difendere il proprio territorio o a corteggiare chiunque capiti a tiro. Dei bulli romantici, insomma. Ed ecco il momento clou: appena vedono un'altra salamandra, iniziano a fare una serie di flessioni sulle zampe anteriori. Non so bene se stiano cercando di intimidire o di sedurre, ma di certo non sono molto convincenti.
La Salamandra lanzai è anche un po' una mia"creatura", avendola descritta nell'ormai lontano 1988. È uno dei rari vertebrati europei scoperti e battezzati negli ultimi decenni. Di solito, le nuove scoperte riguardano i tropici, dove la biodiversità esplode in un caos colorato, o gli insetti e gli invertebrati, che con i loro numeri stratosferici fanno sembrare le scoperte una routine. Ma no, qui parliamo di un vertebrato di climi temperati, una salamandra, niente meno! E pensate un po', il mondo è ancora pieno di specie sconosciute. Esatto, non abbiamo ancora scoperto tutto. Secondo alcune stime, ci sarebbero almeno 10 milioni di specie là fuori (escludendo parassiti e altri organismi altamente specializzati, che probabilmente stanno già ridacchiando nel loro angolino). Solo due milioni (circa) di queste specie sono state finora descritte o sono in via descrizione. Quindi, no, non abbiamo ancora catalogato tutto. E no ancora, non possiamo sederci rilassati e dire: "Abbiamo finito".
Storia di un riconoscimento
Anche se ne ho fornito una descrizione formale solo nel 1988, la sua presenza era nota da tempo. Già alla fine dell'800, Lorenzo Camerano, zoologo e direttore del Reale Museo Zoologico di Torino, ne parlava nella sua monografia sugli anfibi urodeli d'Italia. Peccato che, all'epoca, nessuno si fosse accorto che si trattasse di una specie a sé stante. Tutti la ritenevano una semplice Salamandra atra, detta dagli addetti ai lavori "salamandra nera" o "salamandra alpina", una specie che si credeva presente su tutto l'arco alpino. Insomma, la povera Salamandra lanzai è stata a lungo scambiata per un'altra, come un attore caratterista che aspetta il suo momento per brillare. Ma alla fine, la verità è venuta a galla: questa salamandra è unica, un tesoro delle nostre montagne piemontesi (anche un po' francesi, ma per ora sorvoliamo!).
Ah, gli anni '80, un decennio glorioso per la musica, la moda e... le salamandre! Anch'io, all'epoca, ero convinto che quelle salamandre nere del Monviso fossero semplicemente delle banali Salamandra atra. Ma poi, durante un'escursione in Svizzera, ebbi un'epifania. Vidi le Salamandra atra locali dal vivo e pensai: "Wait for while! queste qui sono più piccole e un po' "bitorzolute", con una doppia serie di ghiandole sul dorso che le facevano sembrare uscite da un film B di fantascienza degli anni Cinquanta. E poi c'erano le nostre salamandre del Monviso: lisce, eleganti, con una testa più larga e appiattita, due grandi ghiandole dietro gli occhi e una coda con punta arrotondata. Inoltre, erano più grandi: 16 cm di pura maestosità, contro i modesti 12 cm delle atra. Fu allora che mi resi conto: queste salamandre non erano semplicemente delle atra un po' fuori forma. Erano qualcosa di diverso, di unico. E così, con un misto di entusiasmo e determinazione, mi misi al lavoro per descrivere questa nuova specie.
Le differenze tra salamandre
Da bravo scienziato in erba, sapevo già che l'entusiasmo non bastava: dovevo essere sicuro che non si trattasse solo di una "variante di design" della natura, come quelle che a volte si trovano tra gli anfibi. Così, chiamai in aiuto il mio amico Massimo Capula, grande studioso di anfibi e di rettili, nonché compagno di avventure dottorali. Decidemmo di effettuare un'analisi comparativa utilizzando una tecnica all'avanguardia per l'epoca: l'elettroforesi gene-enzima. Non si poteva ancora ricorrere al DNA, troppo futuristico in quegli anni ma comunque era un metodo che ci avrebbe permesso di confrontare le due specie in modo scientificamente solido. Massimo, esperto del settore grazie alla sua collaborazione con il team dell'Università "La Sapienza" di Roma, era la persona giusta al momento giusto. E quando arrivarono i risultati, fu un momento da film: le due salamandre erano davvero specie diverse! Il mio primo commento? Un entusiastico "Wow!" seguito da una danza di gioia. Avevo appena scoperto la mia prima specie, e per di più un anfibio piemontese! Non avrei potuto chiedere di meglio. Era come vincere alla lotteria della biodiversità. La nuova specie fu battezzata Salamandra lanzai, un nome che rendeva omaggio a un vero gigante della scienza: Benedetto Lanza, o "Bettino", come amava farsi chiamare. Bettino, scomparso nel 2016, era un vero uomo del Rinascimento nel senso più autentico del termine: medico, zoologo, botanico, musicista e pittore. Un vero eclettico, insomma, con una passione smisurata per la biodiversità, termine che all'epoca non era ancora di moda, ma che lui incarnava già nella sua essenza. Non è un caso che la Salamandra lanzai porti il suo nome: Bettino ha dedicato la sua vita a far conoscere la biodiversità, proprio come noi stavamo facendo con questa nuova specie.
Durante i nostri studi, scoprimmo anche che tra l'areale della lanzai e quello della sua cugina atra, esisteva una vasta zona "no-salamander", una sorta di limbo dove nessuna delle due specie era stata documentata. Ciò ci fece capire che le differenze tra le due specie non erano un semplice capriccio della natura, ma il risultato di un classico "isolamento geografico". In pratica, le due specie si erano evolute separatamente, ognuna nel suo angolo di montagna, senza mai incontrarsi. Eppure, entrambe hanno sviluppato caratteristiche simili: il colore nero lucido e un comportamento riproduttivo adattato alle rigide condizioni alpine. Questo è un perfetto esempio di convergenza evolutiva, come se la natura avesse detto: "Ok, vivete in luoghi simili, quindi vi do soluzioni simili". Ma la Salamandra lanzai ha una vita davvero frenetica: la sua stagione attiva va da giugno a settembre, ovvero la cosiddetta "estate alpina". In pratica, ha solo tre mesi per fare tutto: mangiare, crescere, accoppiarsi e partorire. Per ottimizzare il poco tempo a disposizione, la lanzai sfrutta ogni occasione, soprattutto quando piove.
Indipendenti da 0 a 24 anni
Questa salamandra ha una strategia riproduttiva che la rende unica nel suo genere: partorisce pochi piccoli già completamente sviluppati, pronti a vivere sulla terraferma. Niente larve acquatiche, niente metamorfosi: i piccoli nascono già in versione "definitiva". Questo la distingue dalla sua cugina più famosa, la Salamandra salamandra, la salamandra pezzata, quella con le macchie gialle che nel Medioevo si credeva potesse vivere nel fuoco. La salamandra pezzata depone diverse decine di larve in acqua, dove queste si sviluppano fino alla metamorfosi. La Salamandra lanzai, invece, ha scelto una strada più "sofisticata": una gravidanza lunga, che può durare anche 2-3 anni, durante la quale le larve si sviluppano all'interno della madre. Queste larve hanno branchie arborescenti che si attaccano alle pareti dell'ovidotto materno, permettendo uno scambio di ossigeno e nutrienti. È come avere un alloggio con pensione completa! Tuttavia, non è tutto rose e fiori: durante questo periodo, le larve più grandi si mangiano quelle più piccole. Una lotta per la sopravvivenza intrauterina che alla fine lascia solo pochi sopravvissuti: da uno a sei piccoli, già pronti per la vita terrestre. Questa strategia è un adattamento alle condizioni alpine, dove il tempo è poco e le risorse sono scarse. I piccoli nascono già autonomi e pronti a cavarsela da soli. Anche se può sembrare crudele, è un modo efficace per garantire che solo i più forti sopravvivano.
Vivere in alta quota, con temperature basse e una stagione attiva ridotta a pochi mesi all'anno, ha i suoi vantaggi: queste salamandre sembrano avere il segreto dell'eterna giovinezza (o quasi). Grazie alla scheletrocronologia, una tecnica che sembra magia ma è pura scienza, abbiamo potuto studiare le loro falangi per scoprire la loro età. In pratica, le ossa delle salamandre conservano una sorta di "diario di bordo" della loro vita: le cosiddette linee di arresto della crescita, che corrispondono ai periodi invernali in cui il metabolismo rallenta e la crescita si ferma. Ogni linea rappresenta un anno di vita e, contandole, è possibile stimare l'età degli individui. Ed ecco la sorpresa: alcune salamandre di Lanza raggiungono i 24 anni, un'età notevole per un anfibio, soprattutto considerando che potrebbero vivere anche più a lungo.
La Salamandra lanzai è un perfetto esempio di quella che gli ecologi chiamano "specie K": una strategia di vita basata sulla qualità. Queste salamandre vivono a lungo, partoriscono pochi piccoli dopo una gravidanza che può durare anni e dedicano molte energie alla cura della prole. È un po' come se fossero i genitori iperprotettivi del mondo degli anfibi, che preferiscono avere pochi figli, ma assicurarsi che siano ben preparati per la vita.
Tuttavia, questa strategia ha un rovescio della medaglia: proprio per questo la Salamandra lanzai è estremamente sensibile alle alterazioni ambientali. Nel caso della popolazione di Salamandra lanzai in Val Pellice, la strada sterrata che porta a un rifugio famoso per le sue polentate è diventata una trappola mortale per queste piccole creature. Nei giorni di pioggia, quando le salamandre escono dai loro nascondigli per muoversi, finiscono spesso sotto le ruote dei SUV dei turisti. Una tragedia evitabile, ma che purtroppo si ripete ogni stagione, con decine di individui uccisi e schiacciati. Per cercare di limitare queste perdite, sono state installate barriere di polietilene per impedire alle salamandre di attraversare la strada e sono stati collocati dei pannelli di avvertimento per sensibilizzare i conducenti. Misure lodevoli, ma che, secondo me, sono solo un palliativo. La soluzione reale? Bisognerebbe chiudere o limitare drasticamente il traffico stradale, sostituendolo con una navetta che trasporti i turisti dall'ultimo tratto di strada asfaltata fino al rifugio. Una pratica già adottata con successo nella Vallée du Guil, in Francia, dove la biodiversità sembra essere presa più sul serio.
Purtroppo, in Italia, dove la biodiversità più apprezzata è spesso quella che finisce nel piatto, questa idea fatica a decollare. Eppure, proteggere la Salamandra lanzai non significa solo salvare una specie, ma preservare un intero ecosistema. Il riscaldamento globale è un altro grande nemico invisibile che minaccia non solo noi, ma anche le specie più fragili e specializzate come la salamandra di Lanza. Per le specie montane, i cambiamenti climatici sono particolarmente pericolosi: queste creature sono abituate a vivere in condizioni molto specifiche, con temperature basse e un clima complessivamente stabile. Tuttavia, con l'aumento delle temperature, gli habitat alpini stanno cambiando e le salamandre non hanno molte opzioni per adattarsi. Mentre altri animali potrebbero semplicemente "traslocare" salendo di quota per trovare condizioni più fresche, la Salamandra lanzai non è così mobile. Queste salamandre non sono esattamente delle grandi viaggiatrici: il loro areale è limitato e spostarsi verso quote più alte non è così praticabile. Il risultato? Le popolazioni rischiano di rimanere intrappolate in habitat sempre meno adatti, con il concreto rischio di estinzione. Applicando modelli climatici, abbiamo constatato che nei prossimi decenni l'areale della Salamandra lanzai si ridurrà drasticamente . Le temperature aumenteranno, e con esse la pressione su questa specie già vulnerabile. Cosa si può fare, allora? Una soluzione radicale sarebbe quella delle traslocazioni: si tratterebbe di spostare alcuni individui in aree più fresche e adatte, dove possano sopravvivere e riprodursi. Certo, non è una decisione da prendere alla leggera. Le traslocazioni devono essere studiate con attenzione per evitare di creare squilibri negli ecosistemi di destinazione. Se vogliamo salvare questa splendida specie, unica delle nostre Alpi, potrebbe essere l'unica strada percorribile.
Dopotutto, la Salamandra lanzai non è solo una "semplice" salamandra: è un simbolo della biodiversità alpina, e perderla significherebbe perdere un tassello della nostra eredità naturale.
Un fungo killer
Il Batrachochytrium salamandrivorans (o Bsal) è un fungo microscopico, dal nome impronunciabile e dagli effetti devastanti. Questo microscopico killer è specializzato nel "divorare" salamandre, tritoni e altri urodeli ed è già responsabile di drammatici declini popolazionali in Europa. A differenza del suo cugino meno esigente, il Batrachochytrium dendrobatidis (Bd), che colpisce tutti gli anfibi in modo "democratico", il Bsal ha un gusto raffinato: solo urodeli, per favore. Quando le spore di questo fungo entrano in contatto con una salamandra, iniziano a provocare ulcere epidermiche inguaribili. Le salamandre infette diventano letargiche, hanno difficoltà a muoversi e a mangiare e alla fine soccombono all'infezione. Finora, il Bsal non è stato rilevato in Italia, ma il rischio che arrivi è reale. Con il commercio di animali esotici e il movimento di persone e materiali, il fungo potrebbe essere introdotto in aree in cui vivono specie endemiche e vulnerabili. E se ciò accadesse, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Immaginate: un fungo che si diffonde rapidamente negli ambienti umidi, colpendo le salamandre, già minacciate dal cambiamento climatico, dalla distruzione dell'habitat e dal traffico stradale. Sarebbe un colpo durissimo per la biodiversità alpina.
La Salamandra lanzai, con il suo fascino misterioso e la sua eleganza nera e lucente, è un simbolo della fragilità della natura. Nonostante la sua apparente robustezza, questa specie è stata classificata come "In Pericolo Critico", un grido d'allarme che ci ricorda quanto sia fragile l'equilibrio degli ecosistemi. Spesso considerati resistenti e adattabili, gli anfibi sono in realtà tra le creature più vulnerabili del pianeta. Cambiamenti climatici, alterazioni degli habitat, inquinamento, traffico stradale e patogeni invasivi come il Bsal rappresentano minacce che, se combinate tra loro, possono condurre all'estinzione di intere specie.
Per approfondimenti:
La Salamandra di Lanza (sito Parco del Monviso)
Conosciamo meglio la Salamandra di Lanza (da Piemonte Parchi del 4/3/2025)
* Franco Andreone è Conservatore di Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro del gruppo di coordinamento dell' IUCN SSC Amphibian Specialist Group, editor di FrogLog e Focal Person per l'Italia dell'IUCN SSC.