Nel 2015, Pablo Servigne e Raphael Stevens, studiosi di biologia e socio-ecosistemi, pubblicarono in Francia il loro primo saggio Come tutto può crollare. Piccolo manuale di collassologia per l'uso delle generazioni presenti, opera nella quale introdussero per la prima volta la loro teoria. Successivamente, assieme al biologo Gauthier Chapelle, pubblicarono una seconda opera Un'altra fine del mondo è possibile. Vivere il collasso (e non solo sopravvivere).
Alla base di questa idea vi è la convinzione che prepararsi all'eventualità di un possibile collasso, sia come individui che come specie, rappresenti la miglior strategia che possiamo adottare per poter continuare a sperare in un futuro. Il vantaggio risiede nel fatto che, come affermano gli stessi autori: "Coloro che si stanno preparando, non troveranno la prova facile, ma hanno meno probabilità di essere schiacciati dalla crisi rispetto a coloro che rifiutano di pensarci".
Il concetto di fine
Tutte le culture umane si sono occupate del concetto di 'fine', dandone visioni e narrazioni differenti. Porsi quesiti sul senso del nostro esistere è qualcosa di talmente umano quanto di estremamente complesso: in fondo è proprio il mistero che avvolge il tema a essere il cardine dell'immaginario collettivo.
L'essere umano si è sempre dovuto rapportare al concetto di fine. La morte è parte dell'esperienza di vita, il lutto è un processo ciclico che accompagna la nostra storia. Cos'è ancora oggi il rito funebre se non un modo che gli esseri umani hanno per affrontare il trauma della perdita, dell'indicibile e del nulla, del senso dell'esistere?
La traiettoria che intercorre tra il rapportarsi alla fine della propria vita con la fine della vita in senso lato, non è così distante come può sembrare. Fin dagli inizi, l'uomo si è dovuto confrontare con cataclismi e disastri naturali di ogni tipo: terremoti, tsunami, uragani, eruzioni vulcaniche. La forza della natura che incombe sulle nostre vite segnala un legame inscindibile tra la vita dell'uomo e la vita del Pianeta, di cui noi siamo solo uno dei tanti esseri viventi.
Della fine del Mondo non se ne è solo parlato, ma vi sono già stati esempi reali che hanno riguardato alcune civiltà. In una conversazione con Cesare Cases, l'antropologo De Martino affermava: "La fine del Mondo c'è sempre stata. Che altro vuoi che abbiano pensato gli Incas o gli Aztechi di fronte ai conquistadores spagnoli, questi marziani piovuti da chissà dove, se non che quella era la fine...? Noi possiamo dire che era la fine del loro Mondo, ma che cos'è la fine del mondo se non sempre la fine del proprio Mondo?"
I collassi del passato
Facendo riferimento a esempi di collasso di civiltà del passato, una delle prime opere che viene in mente è senz'altro Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere di Jared Diamond, opera che ha saputo descrivere e presentare in maniera accurata la fine di società come quella dei Maya, dei Norvegesi della Groenlandia, dei Vichinghi e altre ancora. Diamond alla fine del libro si chiede come mai i popoli facciano scelte sbagliate: forse per mancanza di conoscenza? Per via di previsioni sbagliate? Eppure se la mancanza di informazioni può essere stata uno dei motivi per cui alcune di queste civiltà sono scomparse, la stessa cosa non può valere per la nostra società occidentale. Oggi è la scienza a dirci chiaramente che il limite è sempre più vicino, che presto non potremo più fare niente per impedire il nostro collasso. Ciononostante, sembriamo ugualmente incapaci di un'azione collettiva efficace.
Cos'è l'Antropocene
E' proprio qui che si genera il problema. Da anni si sente parlare di Antropocene, ovvero l'era in cui l'uomo è diventato forza geologica, imponendo la sua autorità sulla natura. Se accettiamo l'idea che il Pianeta Terra sia malato e che la sua malattia siamo noi, allora sorge una domanda inevitabile: dobbiamo combattere contro noi stessi? Com'è possibile che l'Umanità sia al tempo stesso la causa del problema e l'unica speranza per risolverlo?
Ma soprattutto è davvero un problema per il Pianeta? La tanto citata frase dell'antropologo Lévi-Strauss proveniente dalla sua opera i Tristi Tropici sembra la più chiara risposta a questo quesito: "Il mondo è cominciato senza l'uomo e finirà senza di lui".
Il trionfo della scienza, nei secoli precedenti, ci ha illuso di essere il centro dell'universo, il vertice di una piramide, gli unici esseri capaci di determinare il proprio corso dell'esistere svincolandosi dalle regole imposte dalla natura e pertanto gli unici esseri dotati delle capacità necessarie per imporre la propria visione. Solo recentemente, ci siamo resi conto di quanto questo modus operandi sia illusorio e soprattutto limitato.
La perdita di valori
Se è vero che di fine del Mondo, collasso e apocalissi, l'uomo si è sempre occupato a partire dalla seconda metà del Novecento, con la crisi climatica, la bomba atomica, la guerra nucleare, sembra che vi sia stato un ritorno preponderante di queste narrazioni. Dopo Nietzsche si è detto che Dio è morto, ma la perdita di questa presenza non siamo stati in grado di sostituirla con niente e così il nulla ci ha pervaso, spaventato, lasciandoci nelle nostre bolle individuali e individualiste. Non riuscendo a trovare un orizzonte di senso alternativo, funzione che nelle epoche passate è stata compiuta dalla mitologia e dalle religioni, questa perdita di senso, questa incapacità di immaginare un futuro, ci ha reso paradossalmente più catastrofici e apocalittici che mai.
De Martino affronta questo tema nell'opera La fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi culturali, opera pubblicata postuma e rimasta incompiuta. L'autore si occupa quindi non della fine del Mondo in senso naturalistico, ma in senso valoriale e culturale. Nella contemporaneità i miti sembrano aver perso la loro funzione e la loro importanza. Tutti i miti sembrano essere stati superati fuorché quello del progresso che sembra, nonostante tutto, ancora oggi più vivo che mai.
L'originalità del progetto di Servigne, Stevens e Chapelle non sta nella tematica che, come abbiamo visto, è stata ampiamente trattata nel corso della storia da varie angolature e da varie culture; il punto su cui pongono l'attenzione è ben sintetizzato nel titolo della loro seconda opera Un'altra fine del mondo è possibile. Vivere il collasso (e non solo sopravvivere).
Oltre la fine
I collassologi non cercano di proporci soluzioni disfattiste che, per certi aspetti, potrebbero risultare persino più rassicuranti. Lo sforzo che ci viene chiesto è più complesso e sta nel fatto di essere al contempo coscienti dell'eventuale collasso ma, nonostante ciò, non farsi annichilire da questo, cercando delle possibilità e narrazioni alternative per continuare a vivere.
Da qui, l'introduzione di una "nuova filosofia" per vivere e comprendere il collasso: la collassosofia, che vuole essere un modo per saper vivere felicemente come collassonauti, alla volta di un 'collasso felice'.
Quindi, finirà la società occidentale, ma sarà un passaggio necessario verso un mondo migliore.
La fine è, per la collassologia, un punto di partenza: il passo successivo è immaginarsi narrazioni alternative per creare senso in modi nuovi. I collassologi propongono suggestioni; non intendono imporre visioni del Mondo o soluzioni alternative ma, come affermano gli stessi autori: "Stiamo esplorando nuovi modi per aprire nuove possibilità. Dobbiamo rendere questi tentativi per quello che sono: tentativi, esperienze di pensieri che possono far vibrare in voi delle corde sensibili di cui non eravate a conoscenza".