La nascita dei due parchi nazionali italiani, a cavallo tra 1922 e 1923, fu il frutto di anni di sforzi e di pressioni e della volontà di Mussolini di dare qualche segnale di attivismo appena conquistato il potere. Il movimento e l'associazionismo ambientalista, tuttavia, erano nati nel crogiuolo politico del mondo liberale mentre all'interno dei nuovi partiti di massa, quello cattolico, quelli legati al movimento operaio e quello fascista la sensibilità verso la tutela era pari a zero. E fu proprio l'ultimo di questi partiti a sopprimere nel giro di pochi anni la dialettica democratica e a instaurare un regime totalitario nel quale il confronto di culture, idee e progetti che aveva permesso la nascita del primo ambientalismo italiano fu completamente azzerato. I due parchi nazionali e l'importante legge di tutela delle bellezze naturali approvata nel giugno 1922 costituirono di conseguenza due grandi conquiste ma anche, per lunghissimi anni, l'ultima e isolata eredità di una stagione ormai finita. Con l'inverno 1922-23 si chiusero insomma tanto la stagione della prima democrazia quanto quella del primo ambientalismo italiano.
I Parchi sotto il fascismo
A sugellare questo tramonto anche dal punto di vista istituzionale venne nel 1933 l'improvvisa e inattesa abrogazione degli enti di gestione dei due parchi nazionali che, pur tra mille ristrettezze, avevano funzionato per oltre dieci anni garantendo non solo un buon livello di protezione della natura ma anche un costante e proficuo dialogo tra popolazioni locali, mondo scientifico e associazionismo. La Milizia nazionale forestale, la branca dell'esercito privato mussoliniano che aveva sostituito nel 1928 il Corpo reale delle foreste, riuscì infatti a ottenere il pieno controllo sulle due riserve naturali che da quel momento furono gestite da Roma come semplici stazioni forestali, senza interessi né competenze per quanto riguardava la tutela ambientale e senza nessuna consultazione con altri soggetti. Quando durante la Seconda guerra mondiale Renzo Videsott iniziò a interessarsi al Parco del Gran Paradiso, che avrebbe poi diretto per oltre vent'anni, ne documentò il profondo degrado dovuto appunto alla gestione burocratica e corrotta della Milizia. Non molto diversamente le cose andarono in Abruzzo.
I due nuovi Parchi nazionali
In questo contesto caratterizzato dall'abbandono e dal degrado sorsero paradossalmente altri due parchi nazionali: quello del Circeo nel 1934 e quello dello Stelvio nel 1935. Ciò potè avvenire perché in entrambi i casi l'impulso fondamentale non fu quello della conservazione della natura. Nel primo caso la creazione del parco nazionale, insistente su poco più di 3.000 ettari degli oltre 10.000 che costituivano originariamente la Selva omonima, fu dovuta a un tenace e aspro conflitto di potere tra l'Opera nazionale combattenti che stava bonificando, infrastrutturando e mettendo a coltura l'area e la Milizia forestale che intendeva al contrario preservare il bosco a fini selviculturali. Per quanto riguarda lo Stelvio, area di notevole interesse naturalistico ma mai considerata dai protezionisti come possibile area da tutelare, prevalsero invece gli interessi della sezione milanese del Touring Club Italiano che intendeva infrastrutturare e indirizzare l'area a fini turistici. La proposta poté però fare breccia a livello ministeriale e parlamentare anzitutto a causa delle potenzialità di italianizzazione dell'Alto Adige ed è stata proprio questa originaria intenzione colonizzatrice a generare negli amministratori locali sud-tirolesi una tenace e irriducibile ostilità verso la riserva, ostilità trascinatasi dal 1948 al 2015 quando infine il parco nazionale - pur rimanendo tale di nome - ha smesso di esistere in quanto tale ed è stato smembrato in tre tronconi "a sovranità locale": uno lombardo, uno trentino e uno sud-tirolese, caso unico sicuramente in Europa e forse nel mondo.
Il dopoguerra e la figura di Renzo Videsott
Alla fine della guerra e del regime fascista non corrispose una ripresa della cultura e del vivace associazionismo ambientalista dei primi anni del secolo. Solo poche figure isolate e prive di potere effettivo conservavano un interesse per la protezione della natura e solo due o tre di esse avevano una qualche memoria della ricca fase di attivismo di quegli anni.
In questo scenario desolato emerse quasi dal nulla la figura di Renzo Videsott. Trentino, tra i più forti arrampicatori italiani degli anni Venti, studente e poi docente universitario di veterinaria a Torino, nel 1943 - in piena guerra - aveva casualmente "scoperto" tanto l'esistenza degli stambecchi del Gran Paradiso e del "loro" parco nazionale quanto il rischio di scomparsa che minacciava entrambi. Intrecciando militanza partigiana e attività protezionista, sin dal 1944 e con gli occupanti tedeschi in casa, Videsott aveva provveduto personalmente a riorganizzare il servizio di sorveglianza e ad avviare il ripristino delle funzioni del Parco. Iniziò in questo modo avventuroso un percorso che gli consentì di ottenere dapprima il ripristino dell'ente di gestione autonomo e poi la sua direzione, che avrebbe tenuto dal 1947 al 1969. Con il contributo della passione e dell'ispirazione visionaria di Videsott il Parco nazionale del Gran Paradiso non tornò soltanto ad essere una riserva naturale gestita con criteri coerenti e moderni, ma divenne per molti anni un faro pressoché isolato della conservazione della natura in Italia, riconosciuto in Europa e nel mondo grazie anche all'intensa attività internazionale del suo direttore.
Il programma visionario di Videsott non si realizzò invece nella parte che prevedeva la creazione di nuovi parchi nazionali, ostacolato da gelosie ma soprattutto da una persistente sordità del mondo politico che, almeno sotto questo aspetto, risultava essere in continuità con l'epoca fascista. Non a caso il primo parco nazionale istituito in Italia dopo quello dello Stelvio sarebbe stato quello "finto" della Calabria creato trentatre anni dopo, mentre per vedere dei nuovi parchi nazionali degni di questo nome si sarebbero dovuti attendere altri vent'anni, con l'istituzione nel 1988 del Parco delle Dolomiti Bellunesi e di quello del Pollino.
Nasce la prima riserva integrale italiana
Un timido ma importante segnale di ripresa si potè invece avvertire alla fine degli anni Cinquanta sia pure su scala "minore". Ne fu responsabile un'altra figura leggendaria, il forestale Fabio Clauser, che col sostegno dell'entomologo Mario Pavan riuscì a convincere il ministero a sottoporre a riserva integrale un piccolo (113 ettari) lembo di foresta rimasto pressoché intatto nel comprensorio delle Foreste Casentinesi. Con Sasso Fratino nasceva la prima riserva integrale italiana e, dopo un quarto di secolo di stasi, ripartiva la storia delle aree protette italiane.