In Europa di aree protette se ne cominciò a parlare sulla base di poche e vaghe informazioni solo nel corso degli anni Ottanta, anche perché alla penetrazione dell'idea di parco nazionale sul modello di Yellowstone si opponevano alcune caratteristiche del continente europeo che lo rendevano molto differente dal Canada e dagli Stati Uniti: una cultura protezionista ancora in embrione, un territorio relativamente piccolo e densamente insediato quasi del tutto privo delle grandi e remote aree americane che avevano consentito la nascita di gigantesche riserve come Yellowstone, Mount Rainier, Banff e Glacier e niente di paragonabile alle compagnie ferroviarie americane che avevano spinto per l'istituzione di parchi a fini turistici.
Se qualche informazione su Yellowstone giunse in Europa sia pure col contagocce già dagli anni Settanta, le prime proposte concrete per l'istituzione di parchi nazionali furono avanzate solo alla metà anni Novanta, anzitutto in Francia e in Germania. Tali proposte finirono necessariamente col riguardare aree molto diverse da quelle vaste, remote e disabitate del Nord America, al punto che il più importante e famoso conservazionista dell'epoca, il tedesco Hugo Wilhelm Conwentz, suggerì di abbandonare l'idea di istituire parchi nazionali in Europa e al loro posto propose la creazione di forme di tutela altrettanto rigorose ma più circoscritte territorialmente: i "monumenti naturali".
Tuttavia fu proprio grazie a una conferenza di Conwentz del 1904 a Stoccolma che il parlamento svedese prese in considerazione la possibilità di creare una serie di parchi nazionali nelle remote e semivuote regioni settentrionali del paese. Nel maggio 1909 il governo svedese fu così il primo in Europa a istituire ben nove parchi nazionali di cui due molto vicini al modello di Yellowstone: quelli di Sarek e di Stora Sjöfallet, rispettivamente di circa 130.000 ettari e poco meno di 200.000, per quanto il progetto originario prevedesse un'unica e molto più vasta area di 1.450.000 ettari.
A differenza della Svezia, nel cuore del continente le insormontabili difficoltà a tradurre il "modello Yellowstone" generarono tre diversi esiti.
Il primo fu quello di impedire puramente e semplicemente l'accoglimento delle proposte di parchi o riserve naturali. Le perplessità tecniche delle burocrazie ministeriali, la diffidenza delle popolazioni locali e dei loro eletti, la generale resistenza a imporre vincoli fecero in modo che nei più importanti stati europei non si creassero né parchi nazionali né - spesso - riserve naturali più modeste. In tre grandi e ricchi paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania sarebbe stato necessario attendere fino al secondo dopoguerra per avere delle riserve naturali e una politica ad hoc.
Il secondo esito fu il "trasferimento" del problema nelle colonie, dove difficoltà e resistenze potevano essere facilmente superate. Tra la metà degli anni Venti e la fine del decennio successivo, Francia, Gran Bretagna ma soprattutto Belgio, istituirono diversi parchi nazionali in Africa, America e Asia, a volte di dimensioni considerevoli come il belga Parc national Albert, oggi Virunga, guardandosi bene allo stesso tempo dal creare riserve analoghe in territorio metropolitano.
La terza via fu la creazione di parchi nazionali con caratteristiche diverse dal "modello Yellowstone". L'esempio più importante fu sicuramente quello svizzero, cioè il Parco nazionale dell'Engadina. La discussione sulla possibilità di creare un'area protetta in Svizzera iniziò nel 1906 e coinvolse diverse associazioni e una parte importante del mondo scientifico. Tra le proposte avanzate cominciò a farsi strada quella della Val Cluozza, al confine con l'Italia, studiata e apprezzata dal famoso botanico Carl Schröter. L'area misurava attorno ai 15.000 ettari, era piuttosto spettacolare ma soprattutto appariva molto integra dal punto di vista ambientale, non essendo insediata né attraversata da strade ed essendo soggetta a uno sfruttamento agro-silvo-pastorale molto limitato. Tra il 1906 e il 1908 i promotori studiarono i parchi svedesi, esaminarono varie proposte e infine optarono per essa in quanto lo scopo attribuito alla istituenda riserva naturale era la restaurazione di comunità biologiche naturali, preumane, e l'area si prestava magnificamente a tale scopo. Posto in questi termini il progetto riuscì a superare tutte le obiezioni e ottenne anche il sostegno di una ricca sottoscrizione popolare, finendo di fatto col tradire il modello dei grandi parchi nordamericani pensati anzitutto per il turismo, e lo fece in due modi: con le sue piccole dimensioni e con la sua finalizzazione alla protezione integrale dell'area a fini scientifici.
Nonostante la superficie del parco nazionale svizzero fosse decisamente piccola rispetto ai parchi nordamericani che costituivano ormai un riferimento obbligato per l'opinione pubblica europea, il suo iter progettuale e poi la sua nascita furono importanti non solo in patria. Il Parco nazionale svizzero fu infatti il primo istituito nel cuore dell'Europa continentale, aveva villaggi e città a pochi chilometri dai propri confini, era costituito tutto da terreni di privati e nasceva grazie a un'ampia campagna di promozione che coinvolse la stampa e l'opinione pubblica nazionale. Non a caso, l'iter che portò all'istituzione del parco ebbe un'influenza cruciale sul Paese straniero direttamente confinante con la riserva, vale a dire l'Italia.
*Luigi Piccioni insegna storia economica nell'Università della Calabria. Questo articolo e i successivi che pubblicheremo sono tratti dal volume 'Parchi naturali. Storia delle aree protette in Italia', Il Mulino (ed. 2023).