L'identikit della "signora in rosso"
La valigetta per le indagini anfibie è di nuovo pronta: al suo interno si trovano il solito calibro da erpetologo, un taccuino impermeabile, una lente d'ingrandimento e, naturalmente, guanti monouso in lattice o in nitrile per evitare contaminazioni. Oggi, per esempio, si torna a esplorare le acque misteriose degli stagni e dei fossi della Pianura Padana, e lo faccio richiamando alla memoria una precedente indagine in cui vi avevo anticipato la scoperta delle quattro rane rosse del Piemonte. In quell'occasione avevo raccontato che non tutte le rane sono verdi, ma che ne esistono di più schive, in qualche modo meno chiassose, dall'armocromia bruno-rossastra, maestre del mimetismo criptico tra le foglie secche del sottobosco autunnale: le cosiddette rane rosse o brown frogs, se vogliamo chiamarle alla moda della perfida Albione.
All'epoca avrete imparato a distinguere la rana temporaria, la rana agile o dalmatina, la rana appenninica e, infine, la protagonista di oggi: la rana di Lataste o rana agile italiana, nota in latino come Rana latastei. Si tratta di una specie endemica, vale a dire esclusiva, della nostra pianura, dove frequenta boschi planiziali e rive di fiumi a corso lento. Purtroppo è classificata come "In pericolo" nella Lista Rossa dell'IUCN.
Un omaggio scientifico e i caratteri diagnostici
Un tratto distintivo di questa specie la rende inconfondibile rispetto alle altre: la gola, che presenta un carattere diagnostico utile a distinguerla dalla sua sosia, la rana dalmatina (detta anche "pisacan" o "saltafoss"). Nella latastei, invece, la gola è di colore vinaccia con una striscia longitudinale più chiara che forma una sorta di T rovesciata. Nella cugina dalmatina, invece, la parte bianca è più estesa e meno definita, e ci sono delle sfumature giallastre, quantomeno a livello dell'inguine. Le sue dimensioni sono abbastanza contenute: è lunga 55-75 mm, ha una colorazione bruno-rossastra e non presenta tonalità gialle a livello delle zampe e del ventre, che invece è abbastanza pigmentato di rosso. La Rana latastei è un endemismo esclusivo della Pianura Padana, con areali che si estendono dal Piemonte all'Istria centro-occidentale, raggiungendo il Canton Ticino e alcune zone della Slovenia e della Croazia.
Habitat, migrazioni e i sospettati del declino
Per incontrare la nostra rana padana, dobbiamo immedesimarci nelle sue abitudini. Come tutte le rane rosse è nettamente più terragnola delle cugine verdi: entra in acqua quasi esclusivamente nel periodo riproduttivo e trascorre l'autunno e l'inverno lontano dall'acqua, rifugiandosi sotto accumuli di vegetali, in tane sotterranee o sotto le cortecce. Il suo habitat preferito è il bosco umido di latifoglie, in particolare il querceto misto di pianura con farnia e carpino bianco, a condizione che sia ricco di sottobosco e umidità del substrato. Tra febbraio e marzo, quando l'aria comincia a stormire tra i salici e a profumare di risveglio primaverile, inizia la grande migrazione verso l'acqua. Questa specie è tra le prime a lasciare i rifugi invernali per raggiungere i siti di riproduzione. Qui, le femmine depongono una massa gelatinosa sferica grande come un'arancia, fissata ai rami o alla vegetazione sommersa in pozze, lanche fluviali o fossati. La sua fertilità è sorprendentemente alta: ogni ovatura può contenere fino a 2.700 uova.
Ma perché la rana di Lataste è classificata come vulnerabile nella Lista Rossa IUCN ed è inserita negli Allegati II e IV della Direttiva Habitat e nell'Appendice II della Convenzione di Berna? Ci sono diversi motivi. Il primo è il più evidente: la distruzione e la frammentazione dell'habitat. La sua distribuzione è frammentata e in declino: i boschi umidi, le lanche e i fontanili sono spesso prosciugati, interrati o ricoperti di cemento. Il secondo è l'agricoltura intensiva: il taglio indiscriminato di siepi e boschetti, l'uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti, la bonifica delle zone paludose e la sistemazione dei corsi d'acqua, con le pratiche di ripulitura delle sponde che asportano le uova, sono tutti interventi che mettono a repentaglio la sopravvivenza della specie.
Il terzo motivo chiama in causa gli animali alieni: il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), introdotto dall'uomo, si ciba voracemente di uova e girini. Studi scientifici hanno dimostrato che a sud del Po una popolazione isolata di rana di Lataste è stata decimata proprio da questo predatore. Il quarto motivo è il più subdolo: i mutamenti climatici, che agiscono come un mandante criminale, con siccità prolungate in primavera che possono far seccare le pozze prima che i girini completino la metamorfosi.
Un monito per il futuro e i piani di reintroduzione
La prima località del mio sopralluogo è il Bosco del Merlino, in provincia di Cuneo. Non è un semplice bosco, come suggerisce anche il nome un po' magico. Si tratta di una riserva naturale inserita nella Zona Speciale di Conservazione IT1160010 e rappresenta uno degli ultimi rifugi di biodiversità della pianura cuneese. Già nel 2004, uno studio dell'Università di Torino aveva identificato il Bosco del Merlino come uno dei siti riproduttivi più importanti del Piemonte, con una popolazione stimata in oltre venti coppie. Un dato che lo poneva tra le prime tre località piemontesi per abbondanza della specie, insieme alla Lanca di San Michele di Carmagnola e ai boschi di Settimo Rottaro.
Tuttavia, indagini più recenti hanno rivelato che la situazione è cambiata. La signora dagli occhiali, un tempo così presente, sembra aver abbandonato la scena. Il secondo sito è il Bosco del Gerbasso nel comune di Carmagnola. Anche questo fa parte del sistema delle aree protette del Parco del Po e rappresenta un'area umida di grande valore ecologico, strettamente connessa al sistema della Lanca di San Michele. Proprio in quest'area, lo stesso studio del 2004 segnalava la presenza della rana di Lataste, confermando l'importanza del corridoio fluviale del Po per la sopravvivenza della specie. Il Bosco del Gerbasso, con le sue zone umide residue, rappresenta quindi un tassello fondamentale di quel mosaico di biodiversità che un tempo caratterizzava l'intera Pianura Padana.
Nel dicembre 2025 l'Ente di Gestione delle Aree Protette del Monviso ha presentato alla Regione Piemonte uno studio di fattibilità per un piano di reintroduzione della rana di Lataste nella Riserva Naturale del Bosco del Merlino. Da come riportato nel progetto si tratterà di prelevare esemplari dalla popolazione del Parco di Racconigi, poco distante in linea d'aria dalla popolazione del Bosco del Merlino. Il progetto prevede azioni di ripopolamento della specie, autorizzate ai sensi della normativa vigente, e la Regione Piemonte, dopo un'adeguata consultazione pubblica, dovrà rilasciare il nulla osta definitivo. La sfida per la sopravvivenza della rana di Lataste è ancora apertissima. La sua area di distribuzione in Piemonte è estremamente frammentata, il che la rende uno degli anfibi più localizzati della regione. Le popolazioni sono piuttosto esigue: in molte nuove stazioni scoperte lungo il Torrente Pellice, la media era di appena cinque ovature per sito. Eppure, la notizia del Bosco del Merlino ci dice che, a volte, la scienza e la volontà politica possono invertire la rotta.
L'allarme da Monza: quando la tutela non basta
Un'indagine parallela che getta una luce sinistra sul caso è lo studio pubblicato nel 2023 sulla rivista "Animals" da un team guidato da Ficetola e intitolato "Decline and extinction of the Italian agile frog Rana latastei from core areas of its range". Immaginate di monitorare una popolazione per oltre vent'anni, dal 2000 al 2023 e di farlo in un'area protetta, il Parco di Monza, a due passi da Milano, contando le ovature come indicatori del numero di femmine riproduttrici con una precisione superiore al 95%.
Fino al 2019, tutto sembrava procedere con le normali fluttuazioni. Poi, tra il 2021 e il 2023, la specie è scomparsa. I ricercatori hanno individuato i colpevoli: la conversione agricola dei siti riproduttivi, una gestione idrica inappropriata, la presenza del gambero della Louisiana e la siccità, probabilmente dovuta al cambiamento climatico. Ma il dato più preoccupante è un altro: la protezione legale non è bastata. Nonostante la rana di Lataste sia protetta dalla Direttiva Habitat europea e nonostante il Parco di Monza sia un'area tutelata, la specie si è estinta, portando con sé un patrimonio genetico unico, quello della popolazione più vicina al luogo in cui la specie è stata descritta per la prima volta.
Questo studio è dunque un monito: se è successo a Monza, può succedere anche al Bosco del Merlino e al Bosco del Gerbasso. Ecco perché i piani di reintroduzione sono urgenti. Non possiamo permetterci di perdere un'altra popolazione.
* Franco Andreone è Conservatore di Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro del gruppo di coordinamento dell' IUCN/SSC Amphibian Specialist Group, Co-Editor di FrogLog e Co-Chair di IUCN/SSC Italia.