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Il "giallo" del pelodite punteggiato

Facciamo la conoscenza con il pelodite punteggiato, specie dalle caratteristiche ed abitudini peculiari, che si può osservare nella parte meridionale della nostra regione.

  • Franco Andreone
  • Settembre 2025
  • Martedì, 30 Settembre 2025
Il "giallo" del pelodite punteggiato

Oggi mi trovo alle prese con il Pelodytes punctatus, uno degli anfibi meno noti e più peculiari del nostro Paese. Si tratta infatti di una cosiddetta "specie marginale", che arriva in Italia dalla Francia meridionale e si trova in pochissime località della Liguria di Ponente e del Piemonte meridionale. I francesi lo chiamano "crapaud persillé", ovvero "rospo prezzemolo". Lo stesso fanno gli inglesi, che lo chiamano "parsley frog", dove però il termine "frog" (rana) contrasta con "crapaud" (rospo) e anticipa un discorso sulla ormai inarrestabile "fluidità zoologica": chi è mai un rospo e chi una rana? Spesso mi chiedo anche perché i nostri cugini francesi (e anche gli inglesi) debbano dare a questo grazioso anfibio il nome di un'erba aromatica da cucina. Sarà forse per via di quelle verruche verdoline che lo adornano come se avesse ricevuto una spolverata di erbe fini? O forse per via dell'odore pungente che emette quando viene maneggiato, predato o ferito? Insomma, "rana prezzemolo" ci starebbe anche bene, visto che si trova quasi esclusivamente in Liguria, con il suo pesto profumatissimo. Invece no. Noi italiani, con la nostra lingua neolatina e la nostra proverbiale sicumera scientifica, possiamo permetterci di essere un po' più aulici, ma anche più semplici e tecnici: pelodite punteggiato.

Le specie del genere Pelodytes

Ebbene sì, per l'appunto, chi caspita è codesto anfibio? Tassonomicamente parlando non è una rana, non è un rospo e nemmeno una raganella. Per quanto ne sappiamo appartiene a una famiglia sua specifica, quella dei Pelodytidae. Tra l'altro Pelodytes è una parola che vuol dire "tuffatore del fango", dal greco pēlos (πηλός): significa "fango" o "limo" e dytēs (δύτης), che significa "tuffatore" o "colui che si immerge", dal verbo dyō (δύω), "tuffarsi, immergersi". C'è quel termine "pelos", comune anche ad un altro genere, Pelobates, di cui parlerò sicuramente in futuro. Entrambi sono anuri bizzarri e un po' peculiari. In realtà il genere Pelodytes attualmente è rappresentato da ben cinque specie. Il Pelodytes punctatus (pelodite punteggiato) è diffuso in Francia nord-orientale, Italia nord-occidentale (Liguria e Piemonte) e Catalogna (Spagna nord-orientale). È la specie più settentrionale del genere. È la specie storicamente più nota e per lungo tempo si è pensato che tutte le popolazioni di Pelodytes in Europa occidentale appartenessero a questa specie, prima che gli studi genetici rivelassero la presenza di specie criptiche. Quindi Pelodytes ibericus (pelodite iberico) è presente nella Penisola iberica meridionale (Spagna sud-orientale e Portogallo meridionale) e una piccola area nel nord-est del Marocco (Catena del Rif). E' stato descritto come specie distinta da P. punctatus nel 2000. Pelodytes atlanticus (pelodite atlantico) è endemico del Portogallo centro-occidentale ed è stato descritto come specie a sé stante nel 2015. Le sue popolazioni erano precedentemente attribuite a P. ibericus. Pelodytes hespericus (pelodite occidentale) è tipico della Spagna centro-orientale, mentre è assente dalla fascia costiera mediterranea e dall'estremo nord. Anche questa specie è stata descritta nel 2015, separandola da quelle iberiche precedentemente conosciute. Infine, il Pelodytes caucasicus (pelodite del Caucaso) è la specie più orientale, diffusa lungo le pendici meridionali delle montagne del Caucaso, in Russia, Georgia, Turchia nord-orientale e (forse) Azerbaijan. Si tratta di una specie morfologicamente e geneticamente molto distinta dalle specie occidentali.

Uno speleologo della biodiversità

Per tornare al nostro "classico" pelodite punteggiato e alle sue (sparute) popolazioni italiane. Esso si riconosce (quasi mai a primo colpo) per la sua eleganza inattesa e dimessa. Ha un dorso che va dal grigio-verde al marroncino, cosparso (per l'appunto) di piccole verruche con puntini verdi, talora anche un po' arancioni o rossastri. Le sue zampe posteriori sono alquanto lunghe per un animaletto che misura sì e no 5 cm. E poi, gli occhi: alquanto sporgenti, con la pupilla verticale, un po' come quella di un gatto, che gli conferiscono un'aria perennemente sorpresa. Insomma, il pelodite ci parla di una rarità che ha spesso un suo fascino discreto. In Italia, in effetti, il nostro anfibio ha deciso di vivere in poche, selezionate località, un vero e proprio speleologo della biodiversità. E qui la storia si fa ancor più intrigante, perché il nostro rospetto prezzemolo è presente nella Liguria di ponente (segnalazioni fino a Noli). Infatti ha anche un passato piemontese d'alta classe. Correva l'anno 1894 quando il grande erpetologo Mario Giacinto Peracca, uno di quelli che di anfibi se ne intendeva (era conservatore al Museo Zoologico di Torino), ne trovò a bizzeffe – letteralmente – tra Castino e Cortemilia, cuore di quelle splendide Langhe che oggi sono patrimonio dell'umanità e, guarda caso, teatro di un vivace Festival dei Manga dove mia figlia si è recata proprio poco tempo fa (chissà se tra cosplayer e stand di sushi qualcuno ha gettato uno sguardo alle pozze vicine, sperando in un cameo naturale del pelobate?). Peracca descrisse l'area (dove lui aveva una casa, essendo un benestante conte) come una specie di roccaforte del pelodite. Eppure, oggi, lì come in molte altre zone del Piemonte, il silenzio è abbastanza sceso su quelle popolazioni. L'unica popolazione confermata è stata quella di Molare in provincia di Alessandria, dove il contributo è stato portato avanti dal caro amico e grande conduttore televisivo Emanuele Biggi. Oggi in Piemonte restano queste poche, sparute segnalazioni, relitti di una presenza un tempo probabilmente più ampia, come moniti di una biodiversità che arretra.

Il mio incontro con il pelodite punteggiato

Per quanto infine mi riguarda, da giovane naturalista, ho avuto il privilegio di incontrare per la prima volta questo lord anfibio durante una spedizione in Liguria, tra oliveti terrazzati e pozze temporanee. Che posto magnifico per tale bella scoperta! E qui la storia da manuale si fa più personale e vivida! Perché il pelodite non è una voce in una tabella di distribuzione, ma è un vero e proprio incontro. La mia prima volta fu sotto il cielo stellato e salmastro della Liguria di Ponente. Proprio lì, nel complesso carsico di Le Manie, un altopiano che domina Finale Ligure e Noli, fatto di rocce calcaree scolpite dal tempo e macchia mediterranea. Un posto da sogno, un labirinto di sentieri dove il profumo del timo e del rosmarino si mescola all'odore della terra umida dopo il tramonto. Lì l'ho trovato in alcune occasioni. La prima in primavera, nel periodo delle cosiddette piogge. In una cava abbandonata sulle Manie si formarono all'epoca. I pelodite vennero identificati grazie soprattutto al loro richiamo acustico estremamente peculiare. Che viene descritto come scricchiolio di una scarpa (!). Poi trovai anche il nostro eroe nel corso di uno di quegli autunni liguri, tipo dove "L'estate sta finendo" dei mitici Righeira: le prime piogge notturne arrivano a svegliare i segreti più nascosti.

Io, torcia frontale ben salda in testa e un po' di quella eccitazione da caccia al tesoro che non mi abbandona mai, stavo setacciando le piccole pozze d'acqua piovana che punteggiavano le depressioni della roccia. E fu allora che lo vidi. Non uno splash eclatante, ma un movimento furtivo, un guizzo laterale di una gracile figura colore dell'ombra. Un balzo spropositatamente lungo per la sua taglia minuta, che lo portò da una pietra all'altra con la grazia di un acrobata. E poi, il colpo di scena: non era solo. Nella pozza, attaccate a un filo d'erba sommersa, c'erano le uova. Il pelodite è tra l'altro una delle poche specie che hanno una doppia riproduzione, una primaverile e una autunnale. O, piuttosto, una poco anticipata (alle prime piogge autunnali) e poi un'altra quando arrivano le piogge di marzo aprile. Si tratta in effetti di un adattamento al clima mediterraneo, come si osserva anche per altre specie di anfibi della Francia meridionale e della Spagna. Piccoli cordoni gelatinosi, trasparenti, con minuscole sfere scure che sembravano perle nere in formazione. In autunno! Mentre la maggior parte degli anfibi italiani pensa già al letargo, lui, il sofisticato pelodite, sceglie proprio quel momento per dare inizio alla vita. Uno spettacolo di rara (e rana) poesia naturale, che mi fece dimenticare all'istante il freddo e l'ora tarda. Ultimo scorcio, questa volta piuttosto ecologico, al di là delle vocalizzazioni, letteralmente, come scricchiolio di scarpa,  il pelodite si distingue anche perché, al pari del pelobate e della bombina variegata, ha un accoppiamento lombare o inguinale, a differenza di quello di altre specie (rane, rospi, raganelle), che ce l'hanno ascellare. Questo bizzarro accoppiamento, o, per essere più tecnici, amplesso, è un tratto che conserva un che di primitivo.

Una specie da proteggere

Ecco, arriviamo infine, al capitolo affascinante della storia naturale italiana: il pelodite punteggiato, quello che tutti noi credevamo (o che i libri più vecchi dicevano) essere un abitante quasi esclusivo di Liguria e poche altre sparute località, invece ha un passato (e un presente) più complesso e intrigante. La sua distribuzione è a macchia di leopardo, un puzzle biogeografico che affascina noi conservazionisti. Le popolazioni italiane sono isolate, relitte, come isole in un arcipelago che un tempo era forse più connesso. Quelle della Liguria sono le più note, ma ci sono poche altre segnalazioni, piuttosto antiche, a volte da confermare, che punteggiano il Piemonte meridionale, a ricordarci che la natura non sta mai ferma e che le cartine di distribuzione vanno aggiornate con umiltà e passione. Molte di queste popolazioni sono a rischio, ed è per questo che la specie, considerata LC (Least Concern - Minore Preoccupazione) a livello globale dalla Red List dell'IUCN è invece classificata come EN (Endangered - Minacciato) nella Lista Rossa italiana.

Converrà infine prestare molta attenzione a queste popolazioni sparute e fare qualcosa, concretamente, per la loro conservazione. Ne ho parlato un po' in occasione di un mio intervento a UnoMattina, dove ho approfondito il discorso prioritario per questa specie. Grazie a studiosi del passato come Peracca e contemporanei come Biggi e a tutti coloro che dedicano la loro vita a comprendere e proteggere questa biodiversità nascosta, possiamo continuare a scoprire e raccontare queste meraviglie a beneficio delle generazioni future. E chissà, magari un giorno, in qualche pozza dimenticata proprio tra Càstino e Cortemilia, qualcuno riscoprirà il pelodite, a ricordarci che la natura è sempre pronta a sorprenderci, se solo le prestiamo il giusto sguardo. Ah, il pelodite punteggiato, una celebrità discreta, presente (quasi) in segreto, ma sempre affascinante. L'ho per l'appunto trovato anche lì dove non te l'aspettavi, un vero e proprio Sherlock Holmes degli anfibi, risolvendo il mistero della sua esistenza un piccolo indizio alla volta.

 

*Franco Andreone è Conservatore della Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, Co-Editor di FrogLog dell'Amphibian Specialist Group e Focal Person per l'Italia di IUCN/SSC

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