La curiosità nata nei mesi scorsi mi ha portata domenica a tastare finalmente questa montagna, a verificarne con il passo il richiamo che da lontano avevo avvertito. Così, nel pomeriggio, ho imboccato l'itinerario che prende avvio nei pressi del Rifugio Miravidi, uno dei punti più comodi e conosciuti per accedere ai sentieri del Monte Bracco.
Il sentiero entra quasi immediatamente nel bosco, come se la montagna volesse sottrarre il camminatore al mondo abitato per introdurlo in un altro ritmo. La progressione è costante: non ci sono lunghi falsopiani né tratti monotoni, ma una salita viva, scandita da tornanti regolari che guadagnano quota velocemente. Si alternano vecchie mulattiere selciate, testimonianza del passaggio umano di un tempo, tratti più stretti tra castagni e betulle, e improvvise aperture panoramiche che lasciano filtrare la pianura saluzzese, ampia e luminosa sotto il passo che sale.
Il Monte Bracco fu, in passato, un luogo importante per le sue cave di pietra. Perfino Leonardo da Vinci citò questa zona, attratto dalla qualità della quarzite locale. La Bargiolina, pietra pregiata estratta qui per secoli, racconta una storia in cui il monte è stato materia utile, risorsa economica e fatica quotidiana. Con quella pietra sono stati realizzati numerosi edifici storici del Piemonte, oltre a pavimentazioni, portali, scale e dettagli architettonici che ancora oggi attraversiamo senza sapere da quale montagna provengano. Così il Bracco, apparentemente immobile, continua a vivere disseminato nelle città e nei paesi della regione.
Dopo l'inverno, tuttavia, il percorso mostra anche il lato più ruvido della stagione trascorsa. In alcuni punti il fondo è coperto da foglie umide e sdrucciolevoli, altrove piccoli rami caduti rallentano il passo, mentre l'acqua delle piogge ha inciso brevi solchi sul tracciato. Nulla di problematico per chi cammina con attenzione, ma abbastanza da ricordare che il sentiero non è mai una strada addomesticata: è un organismo vivo, che ogni stagione riscrive a modo suo.
Raggiungo il Bivacco Mulatero poco prima del tramonto. Il piccolo ricovero, semplice e raccolto, porta il nome di Stefano Mulatero, scomparso nel 2005 e ricordato con affetto da chi frequenta queste montagne. Intitolare un bivacco a una persona significa molto più che apporre una targa: vuol dire riconoscere che i luoghi custodiscono memoria, che il paesaggio trattiene il passaggio di chi lo ha vissuto con passione, rispetto e dedizione.
Da qui lo sguardo si apre ampio sulla pianura cuneese. Nelle giornate limpide l'orizzonte corre fino all'arco alpino e al suo re di pietra, il Monviso, presenza sovrana e familiare insieme, montagna che domina l'immaginario di queste terre e che da qualunque prospettiva riesce sempre a imporsi come riferimento.
Poco distante si trova la Croce di Sanfront. È una delle tre croci del Bracco, insieme a quelle rivolte verso Envie e Rifreddo. Non sono soltanto segni religiosi nel senso stretto del termine, ma simboli che per lungo tempo hanno aiutato le comunità a riconoscersi nel paesaggio e a leggere la montagna come qualcosa di più di un semplice rilievo naturale.
Una croce posta in alto, visibile dai paesi sottostanti, diventava anzitutto punto di orientamento: indicava una direzione, una vetta, un versante familiare. Ma era anche un segno di protezione collettiva, rivolto ai campi, alle case, alle persone che vivevano ai piedi del monte. In epoche in cui la natura era percepita con maggiore intensità e timore, affidare una cima a un simbolo sacro significava cercare un dialogo con ciò che appariva potente e imprevedibile.
Le croci erano inoltre segni di appartenenza. Dicevano che quella montagna faceva parte della vita della comunità: dei suoi lavori, delle sue stagioni, delle sue fatiche e delle sue speranze. Non separavano l'uomo dal territorio, ma li univano in una stessa geografia materiale e spirituale.
È ancora l'ora del crepuscolo quando inizio la discesa, poco prima che il buio inghiotta il sentiero e ci trasformi in ombre. I rumori si espandono, il vento assume consistenza, i rami si allungano dondolando. Il sentiero, ora, richiede maggiore attenzione, soprattutto nei tratti più ripidi e sul fondo irregolare.
Per chi vive immerso nella luce artificiale, nella tecnologia che neutralizza l'imprevisto, questa condizione genera forse un disagio. Ma quel fastidio non nasce dal bosco: ha origine dalla distanza che abbiamo costruito rispetto alla nostra memoria più antica.
Per millenni l'essere umano ha conosciuto la notte naturale, ha abitato margini d'ombra, ha ascoltato ciò che oggi preferisce coprire con il rumore. Ma dentro di noi quella facoltà esiste ancora, anche se atrofizzata. Per questo camminare resta un gesto di libertà: ci sottrae all'omologazione e restituisce profondità allo sguardo.
Scendendo verso il Rifugio Miravidi, mentre in basso cominciano ad accendersi le luci dei paesi, simili a costellazioni terrestri, il Monte Bracco ci suggerisce che il territorio non è un fondale muto, ma una presenza viva. Ci osserva mentre lo attraversiamo. Ci misura. Ci ricorda che non siamo fuori dalla natura, ma una delle sue forme temporanee.
Scheda tecnica
Località di partenza: Rifugio Miravidi, Sanfront (CN)
Meta: Bivacco Mulatero – Croce di Sanfront
Quota partenza: circa 650 m
Quota arrivo: circa 1.250 m
Dislivello: 600 m circa
Sviluppo totale A/R: 6 km
Tempo di salita: 2 ore
Tempo totale: 4 ore circa (soste escluse)
Difficoltà: E (escursionistico)
Periodo consigliato: tutto l'anno, evitando giornate molto calde o con neve/ghiaccio