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Uno 'sporco' lavoro per il fiore di S. Anna

Chamaenerion angustifolium è una specie rustica e bella da vedere, il candidato perfetto per un compito ingrato ma necessario: la fitodepurazione. Come il Parco naturale del Marguareis ha promosso la costruzione di un fitodepuratore per ripulire le acque reflue di un rifugio alpino cercando nella flora autoctona una pianta adatta a questo ruolo impegnativo.

  • Francesco Garello, Martino Adamo
  • Gennaio 2021
  • Lunedì, 8 Febbraio 2021
In alto, il Rifugio Garelli e le vasche del fitodepuratore (foto M. Adamo);  in basso Chamaenerion angustifolium (foto a sinistra, A. Salo; a destra, Z. Cebeci) In alto, il Rifugio Garelli e le vasche del fitodepuratore (foto M. Adamo); in basso Chamaenerion angustifolium (foto a sinistra, A. Salo; a destra, Z. Cebeci)

 

Il nome Chamaenerion angustifolium suonerà nuovo e difficile a molti, eppure è probabile che in tanti abbiano già incontrato questa pianta durante le passeggiate estive sulle Alpi o che i più sedentari l'abbiano vista in qualche documentario o nelle ultime immagini del film Into the Wild. Si tratta di una pianta tipica delle zone temperate fredde diffusa in tutta la nostra Penisola e in gran parte di Europa, Asia e Nord America (distribuzione oloartica). Nel periodo estivo è facile vederla in grandi popolazioni ai margini dei boschi al di sopra dei 1000 metri dove i suoi fiori sbocciano tra luglio e settembre colorando i prati montani con sfumature di rosa, rosso e violetto. Per questo è conosciuta anche come "fiore di Sant'Anna" mentre in ambito scientifico invece, dove i nomi delle specie sono assegnati secondo un rigido codice e sono modificabili solo a fronte di nuove scoperte, era definita Epilobium angustifolium, denominazione che spesso si affianca a quella attualmente accettata di Chamaenerion.

Tanti nomi, tanti usi

Tanti sono i nomi dell'epilobio, quanti sono i suoi usi. È infatti impiegato come erba officinale per alleviare le irritazioni delle mucose della bocca e della gola grazie alle sue proprietà antinfiammatorie. Inoltre i suoi germogli sono commestibili e possono essere consumati sia crudi che cotti, mentre nell'est Europa e in Russia venivano essiccati e utilizzati per la preparazione di tè e tisane.
Prati montani, scaffali delle erboristerie e tavole imbandite: non c'è luogo dove il camenerio non si sia ricavato una piccola nicchia. Ciononostante questa pianta dai fiori gentili non è stata vittima del suo successo ed è rimasta umile, forse fin troppo. In pochi si aspetterebbero di trovare il rosa dei suoi petali in luoghi apparentemente poco attraenti, dove il camenerio viene utilizzato per scopi e lavori meno "nobili" sebbene necessari. L'Epilobium angustifolium, infatti è una delle 29 specie che i ricercatori del Parco del Marguareis, nel Piemonte sud occidentale, hanno deciso di sperimentare per la depurazione delle acque di scarico.

Uno sporco lavoro, eppure...

La fitodepurazione è una tecnica che imita la capacità depurativa delle acque negli ecosistemi naturali tramite l'uso delle piante, che fungono da veri e propri sistemi di filtraggio. È quanto accade nelle aree umide come paludi, stagni e acquitrini che con il loro intrico di radici, sedimenti e lenti flussi d'acqua filtrano naturalmente i "rifiuti" che i corsi d'acqua raccolgono nel loro percorso e che qui rimangono intrappolati per poi venire degradati dalle comunità microbiche che popolano il sedimento e le radici delle piante. Un chiaro esempio di come l'ambiente sia in grado di fornire "servizi ecosistemici" da cui l'uomo trae vantaggio e ispirazione.

La gestione delle acque reflue è da decenni al centro delle politiche ambientali e sanitarie della maggior parte dei Paesi: dalla mappa di Broad Street di Londra (John Snow, 1854) che chiarì l'origine del colera e la sua diffusione tramite le acque inquinate, all'attenzione verso l'eutrofizzazione delle acque (Anni '70 del secolo scorso), è oramai chiaro che l'acqua che usiamo, quale ne sia l'uso che ne facciamo, deve poi essere "ripulita" e restituita all'ambiente. Questo oggi viene fatto principalmente attraverso gli impianti di depurazione industriali, quelle enormi vasche circolari che si trovano spesso ai confini delle città o attraverso le fosse imhoff, ossia i pozzi neri, ma questi sistemi richiedono grandi spazi e frequente manutenzione: devono essere svuotati, puliti e trattati. I fitodepuratori svolgono lo stesso ingrato compito, ma imitando tecniche naturali e in maniera più sostenibile, integrandosi meglio con l'ambiente circostante, tanto che spesso si presentano come piccoli canneti perfettamente armonizzati con il paesaggio.

Il progetto Fitodep

Nel 2014 il Parco Naturale del Marguareis ha costruito un fitodepuratore sperimentale per il trattamento dei reflui del Rifugio Piero Garelli in Valle Pesio nel cuore del parco, grazie al progetto Fitodep, sviluppato in collaborazione con SIVOM de Val Cenis (co-finanziamento EU ALCOTRA 2007-2013). L'impianto, semplice da realizzare e dal bassissimo impatto ambientale, si è rivelato la soluzione ideale per questo tipo di struttura. I suoi punti di forza sono infatti la capacità di adattarsi alle oscillazioni di carico, date dai lunghi periodi di fermo soprattutto durante la stagione invernale; la poca manutenzione richiesta; la minima produzione di scarto e infine i bassi consumi necessari per il suo funzionamento. L'esperimento è riuscito, tanto che recentemente altre strutture, come il Rifugio Vallanta (Parco del Monviso) e il Rifugio Baudinet (Valle Pesio), si sono volute dotare di un fitodepuratore e tra le specie che si trovano nelle vasche e hanno contribuito a questo successo, si trova anche Chamaenerion angustifolium. L'utilizzo di entità autoctone è, infatti, importante per non alterare gli equilibri ecologici fragili nei quali l'introduzione di specie alloctone (specie native di altre parti del mondo), può involontariamente stravolgere dinamiche naturali in atto da decine di migliaia di anni.

Piante e fitodepuratori

Il ruolo delle piante in un fitodepuratore è fondamentale, sono loro a creare un habitat idoneo alla crescita della flora microbica dalla quale dipende la depurazione. La costruzione di un fitodepuratore ben funzionante ad alta quota diventa allora un esercizio di equilibrio tra l'efficienza e l'alterazione: trovare le piante locali che possano servire allo scopo. L'epilobio e le altre specie selezionate dal Centro per la Biodiversità Vegetale tra cui Rumex alpinus e Mentha longifolia si sono rivelate le più adatte allo svolgimento di questa gravosa incombenza.
L'impianto di fitodepurazione del Rifugio Garelli da ormai sei anni restituisce acqua pulita nell'ambiente circostante e ha dimostrato la validità di questa tecnica anche in alta quota e contribuito a trovare un nuovo campo di utilizzo per Chamaenerion angustifolium che nonostante la delicata sfumatura dei suoi fiori si è dimostrata all'altezza anche di questo sporco lavoro.
Per citare Fabrizio De Andrè: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori".

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