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Il Museo di Storia naturale di Verona, una lunga storia di ricerca e conservazione

Il Museo di Storia Naturale di Verona, nella sua sede storica di Palazzo Pompei, conta sedici sale espositive, la biblioteca, i laboratori, parte dei depositi delle collezioni e gli uffici, e si occupa della conservazione delle collezioni e di archivio, della ricerca sul campo e nelle collezioni stesse e della divulgazione scientifica.

  • Leonardo Latella
  • Gennaio 2026
  • Martedì, 27 Gennaio 2026
L'atrio del Museo di Storia Naturale di Verona  - Foto R. Salmaso L'atrio del Museo di Storia Naturale di Verona - Foto R. Salmaso

Tra i compiti di un Museo di Storia Naturale vi sono sicuramente quelli della ricerca e del monitoraggio sul territorio. Infatti, sono proprio i musei di storia naturale, in virtù della loro lunga tradizione di ricerche ambientali multidisciplinari e delle loro conoscenze scientifiche specialistiche, le istituzioni più adatte a programmare e coordinare studi di campo, a riportare sia al grande pubblico che alla comunità scientifica i risultati di tali indagini e a fornire strumenti applicativi di conservazione.

I musei sono inoltre i depositari di quelli che possono essere considerati gli archivi della biodiversità: le collezioni naturalistiche.

Nell'enunciazione delle funzioni dei musei di storia naturale, Sandro Ruffo (1971-1989), padre della museologia scientifica italiana e direttore del Museo di Verona dal 1964 al 1980, poneva l'accento sul ruolo da questi svolto nella conservazione delle collezioni e di archivio, nella ricerca sul campo e nelle collezioni stesse, e nella divulgazione scientifica. Questi concetti, poi recepiti e rielaborati dalla totalità dei museologi italiani, ben illustrano il ruolo dei nostri musei di storia naturale, anche e soprattutto per quel che riguarda le ricerche, i monitoraggi e la divulgazione dei risultati riguardanti la biodiversità.

La sede storica e lo sviluppo del Museo

Palazzo Pompei, sede del Museo di Storia Naturale di Verona, fu commissionato dalla ricca famiglia Lavezzola tra gli anni 1530 e 1540 all'architetto Michele Sanmicheli. Divenne successivamente di proprietà della famiglia Pompei e nel 1833 il conte Alessandro Pompei lo donò al Comune di Verona per accogliere esposizioni, raccolte d'arte e collezioni scientifiche di notevole prestigio e importanza della città.

Il nucleo originario del palazzo venne ampliato, a partire dal 1858, con la progressiva annessione di spazi e case adiacenti. Nelle ampie stanze del palazzo trovano oggi posto sedici sale espositive, la biblioteca, i laboratori, parte dei depositi delle collezioni e gli uffici del Museo camera-2112207 960 720.

Inizialmente il palazzo ospitava diverse collezioni civiche, non soltanto naturalistiche. Nel 1926, in seguito allo spostamento in altre sedi delle collezioni d'arte, il Museo di Storia Naturale divenne indipendente e ne fu affidata la direzione a Vittorio Dal Nero (1862-1948), custode ed erede della tradizione naturalistica veronese dell'Ottocento. In quegli anni approdarono al museo tre personaggi, che sarebbero poi stati decisivi per lo sviluppo del Museo di Storia Naturale di Verona. Tra il 1930 e il 1931 arrivarono infatti in Museo Angelo Pasa, Sandro Ruffo e Francesco Zorzi. Uniti dalla passione per la storia naturale, e per le grotte in particolare, cominciarono le prime esplorazioni delle aree intorno a Verona. Dopo il pensionamento di Dal Nero (1933), e in seguito ad un breve periodo di codirezione di Luciano Ligabò e Francesco Zorzi e la pausa obbligata dal secondo conflitto mondiale, Zorzi divenne unico direttore del Museo, con Angelo Pasa conservatore per la Geologia e Sandro Ruffo per la zoologia. Questi si impegnarono subito a ricostruire il Museo, gravemente danneggiato dalla guerra, a ricomporne le collezioni e a rilanciarne il ruolo di ente di ricerca. Nella pianificazione dell'attività del Museo di quegli anni, accanto agli aspetti più strettamente scientifici ed esplorativi delle ricerche, grande importanza veniva data alla divulgazione dei risultati ottenuti e alla formazione. Sono infatti dell'immediato dopoguerra la fondazione della Società Naturalisti Veronesi presso il Museo, fortemente voluta da Zorzi nel 1949 e a lui oggi intitolata, e la creazione, lo stesso anno, della serie delle Memorie del Museo Civico di Storia Naturale di Verona (oggi divise in tre diverse sezioni e affiancate dal Bollettino, dalla serie dedicata alle ricerche su Bolca e da "NatureCulture", serie dedicata alla storia della scienza).

Nel 1964 Ruffo assunse la direzione del Museo, che andava caratterizzandosi sempre più come centro di ricerca nazionale e internazionale. Sotto la sua direzione vengono organizzate numerose ricerche, convegni e molti studiosi, italiani e stranieri, iniziano a frequentare il Museo. Le collezioni, grazie ai materiali provenienti dalle ricerche di campo, alle donazioni e a qualche acquisto, aumentano rapidamente di numero. A Sandro Ruffo succedettero negli anni molti direttori e direttrici ma fu sempre mantenuta la rotta da lui tracciata nella seconda metà del Novecento.

Catalogazione e ricerca

Nel 1954 furono organizzate dal Museo le "Ricerche Appenniniche". Finanziate dal CNR, interessarono tutte le regioni dalla Toscana alla Sicilia. A tali campagne di ricerca, spesso della durata di più settimane, parteciparono numerosi zoologi italiani. I risultati furono pubblicati nelle Memorie del Museo Civico di Storia Naturale di Verona dal 1955 agli anni '70; nel 1969 i lavori apparsi erano 109. Le ricerche interessarono i principali gruppi di invertebrati, di cui pochissimo si sapeva allora e permisero la descrizione di quasi ottanta specie e sottospecie nuove per la scienza.

Vista la discreta quantità di dati risultanti dalle ricerche, fu deciso di creare, sempre presso il Museo di Verona, uno schedario della fauna appenninica che raccogliesse i dati corologici delle diverse specie campionate. Scopo dello schedario, come dichiarato da Ruffo stesso, era di «[...] fornire agli studiosi lo strumento di base per le ricerche faunistiche e zoogeografiche [...]». Per quanto in parte confluite in successivi progetti e database, queste schede rimangono una preziosa testimonianza della presenza e distribuzione delle specie animali negli Appennini del secolo scorso.

Una delle iniziative per le quali fu consultato lo schedario appenninico, oltre alle collezioni museali, fu il progetto Checklist delle specie della fauna italiana. Nato nel 1993, su iniziativa del Ministero dell'Ambiente e coordinato da Sandro Ruffo, Sandro Minelli e Sandro La Posta, il progetto ha portato alla catalogazione di tutte le specie della fauna italiana.

In seguito alla pubblicazione della Checklist in forma cartacea, il Museo di Storia Naturale di Verona, su incarico del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e in collaborazione con il Dipartimento di ecologia dell'Università della Calabria, realizzò il Progetto Checklist e distribuzione della fauna italiana (CKmap), con l'intenzione di quantificare le risorse faunistiche italiane e mappare la loro distribuzione sul territorio.

Nel 2014 il Museo di Storia Naturale di Verona fu tra i Soggetti Scientifici fondatori del progetto "Network Nazionale della Biodiversità (NNB)" (nell'ambito di "Sistema ambiente 2010"), network federato di database in cui confluirono anche i dati della Ckmap.

Negli ultimi anni, grazie anche alla partecipazione a diversi progetti PNRR, sono state digitalizzate diverse collezioni, tra le quali la collezione malacologica ed erpetologica Edoardo De Betta (1822-1896), costituita da circa 10.000 esemplari.

La ricerca è stata da sempre uno degli obiettivi prioritari delle quattro sezioni scientifiche del Museo di Verona, e da un paio di anni anche della biblioteca e archivi storici, impegnate in studi, indagini e monitoraggi sia sulle collezioni che sul campo. Attualmente molte delle ricerche sono incentrate sui monitoraggi del territorio e delle aree protette oltre che sugli effetti dei cambiamenti climatici.

Alla fine degli anni '90 del secolo scorso il Museo allargò le proprie ricerche all'estero organizzando più di dieci spedizioni nelle aree carsiche del Sud della Cina, diverse spedizioni nelle Filippine, in Sud America e nel Vicino Oriente.

Le collezioni

Le collezioni sono ospitate in parte presso la sede di Palazzo Pompei (Geologia e Paleontologia, Invertebrati) e in parte (Botanica, Vertebrati, Preistoria parte di Geologia), presso la sede dell'Arsenale Austriaco (momentaneamente spostate per lavori in una sede temporanea).

Le collezioni sono così ripartite:

- Geologia e Paleontologia, circa 200.000 campioni tra reperti fossili, rocce e minerali.

La collezione dei fossili di Bolca è certamente quella più importante e nota in tutto il mondo. Il nucleo della collezione è costituito dalle raccolte storiche, frutto di una lunga tradizione di collezionismo naturalistico che a Verona si sviluppò già a partire dal '500. Il Museo negli anni ha incrementato questa preziosa eredità con nuovi scavi presso i giacimenti della Pesciara di Bolca e del Monte Postale (VR).

- Botanica, più di 270.000 campioni di erbario tra cui l'Erbario fanerogamico, costituito da oltre 190.000 campioni, l'Erbario lichenologico con 7.540 campioni e 711 tipi delle raccolte di Abramo Massalongo (1824-1860) e 3.422 campioni di varia provenienza, l'Erbario micologico, con 17.250 campioni, l'Erbario briologico ed epatologico con 9.000 campioni. Sono conservati inoltre alcuni erbari antichi risalenti XVII e XVIII secolo.

- Zoologia, oltre 5.000.000 di esemplari conservati in liquido e a secco camera-2112207 960 720. Di particolare importanza alcuni gruppi di invertebrati, come gli anfipodi, i coleotteri, i ragni, gli echinodermi, i tardigradi. Sono conservate circa 9.000 scatole entomologiche con oltre 2.000.000 esemplari di insetti, 4.000 vasi con circa 620.000 esemplari di altri invertebrati conservati in alcool, 50.000 esemplari di invertebrati preparati a secco (tardigradi, echinodermi, collezioni malacologiche) e circa 20.000 esemplari di vertebrati. Degni di interesse gli esemplari appartenuti al Museo Calzolari, della metà del XVI secolo.

- Preistoria, sono conservati reperti risalenti al lungo periodo che va dal Paleolitico antico all'età del Ferro. La collezione archeologica comprende un piccolo nucleo di materiali proveniente dal Museo Moscardo costituito a Verona nel XVII secolo, ma deriva in gran parte dalle attività di archeologi veronesi operanti tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e l'inizio del Novecento e, soprattutto, dalle ricerche successive condotte dalla sezione stessa del Museo.

Di rilievo la collezione paleoantropologica, con alcuni dei più antichi fossili umani d'Italia e i reperti provenienti da oltre 20 insediamenti palafitticoli dell'area del lago di Garda e della pianura veronese e la ricchissima industria litica.

Dai ghiacciai sotteranei alle collezioni del Museo, testimonianze di un mondo che cambia

Un singolo reperto museale è portatore di una serie enorme di dati e informazioni. Un insetto conservato in una scatola entomologica con il suo cartellino di raccolta, può contribuire a studi tassonomici, filogenetici e ontogenetici, sulla presenza di inquinanti ambientali, sui cambiamenti del clima, sull'evoluzione della specie e della popolazione. I dati riportati sul cartellino che lo accompagna possono fornire indicazioni sulla fenologia, autoecologia e distribuzione della specie e molto altro.

Ogni esemplare è dunque un archivio, tanto più se questo proviene da ambienti scomparsi o destinati a scomparire. Tra questi i ghiacciai che si trovano all'interno delle cavità naturali, ambienti delicati e in forte riduzione soprattutto nelle aree prealpine, e che ospitano faune del tutto particolari e legate esclusivamente a questi ambienti.

Da diversi anni i ricercatori del Museo di Storia Naturale di Verona sono impegnati in ricerche sull'ecologia e la biodiversità di alcuni ghiacciai sotterranei del Veneto e del Trentino camera-2112207 960 720. Nel corso delle ricerche sono state identificate più di 100 specie di invertebrati di cui almeno 5 sono risultate specie nuove per la scienza. Gli esemplari campionati sono stati inseriti nelle collezioni del Museo di Verona e studiate poi negli anni dagli specialisti dei singoli gruppi.

Uno dei ghiacciai oggetto del monitoraggio (all'interno del Buso del Vallon, Verona) si è già completamente fuso. Studi successivi alla sua scomparsa, hanno dimostrato che l'associazione faunistica ha, di conseguenza, cominciato a cambiare: le popolazioni di alcune specie sono ora totalmente assenti e quindi scomparse dall'intera area. Gli esemplari conservati in Museo sono dunque l'unica testimonianza della presenza della specie nella zona. Questo è solo un esempio delle moltissime specie, o popolazioni, ora scomparse che possono essere studiate grazie alla loro presenza nelle collezioni dei musei di storia naturale.

Le foto di questo articolo sono gentilmente concesse dal Museo di Storia Naturale di Verona.

Gli articoli "I Musei delle Meraviglie" sono curati da Sabrina Lo Brutto, Università degli Studi di Palermo e National Biodiversity Future Center; Vittorio Ferrero, Università degli Studi di Torino; Paola Nicolosi, Museo di Storia Naturale, Università di Pisa e Franco Andreone, Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.