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Le meraviglie del Museo Gemmellaro

Il Museo Geologico Gaetano Giorgio Gemmellaro si trova nel centro storico della Città di Palermo, a ridosso del pittoresco Mercato di Ballarò. Contiene oltre seicentomila reperti, ma soprattutto racconta ai visitatori storie straordinarie: dall'isola che non c'è, alla natura "elefantiaca" di Polifemo.

  • Alessandro Incarbona, Carolina D’Arpa, Carolina Di Patti, Giovanni Surdi
  • Settembre 2025
  • Lunedì, 15 Settembre 2025
Particolare della Sala degli Elefanti, con in primo piano Paleoloxodon mnaidriensis - Foto G. Surdi Particolare della Sala degli Elefanti, con in primo piano Paleoloxodon mnaidriensis - Foto G. Surdi

Il Museo Geologico Gaetano Giorgio Gemmellaro si trova nel centro storico della Città di Palermo, a ridosso del pittoresco Mercato di Ballarò. Fondato nel 1861, possiede un patrimonio di oltre 600 mila reperti di esemplari di fossili, rocce e minerali. Essendo un museo universitario, afferente al Sistema Museale di Ateneo-UniPa Heritage dell'Università degli Studi di Palermo, la sua storia corre su un binario parallelo a quello delle cattedre di Scienze Naturali e degli Istituti di Geologia dell'Ateneo. Ed infatti, i reperti in dotazione sono frutto delle campagne di ricerca dei docenti, arricchite da azioni mirate di acquisizione e scambi con vari istituti europei e da donazioni.

Il museo svolge attività di ricerca, didattica, educativa e divulgativa ed è frequentato da circa 30 mila visitatori ogni anno. Sono numerose le iniziative culturali, divulgative, scientifiche e di inclusione che vengono promosse, rendendo l'atmosfera del museo vivace e stimolante. È un nostro vanto segnalare che la cooperativa "Gea Servizi Scientifici", che cura le visite guidate ed i numerosi laboratori didattici, ha sviluppato con la dottoressa Francesca Monachino un percorso specifico per bambini autistici di basso grado della Scuola Primaria, permettendogli di fruire della visita e dei laboratori didattici insieme al proprio gruppo classe.

I racconti del museo

Il Museo Gemmellaro racconta la Storia Naturale della Sicilia e dell'area del Mediterraneo centrale, beneficiando dell'eccezionale patrimonio di Geodiversità caratterizzato da un'enorme varietà di paesaggi ed elementi naturalistici, con vulcani attivi, montagne, paesaggi costieri e riserve marine. Le rocce che oggi affiorano in Sicilia raccontano la storia degli ultimi 270 milioni di anni (fine del Paleozoico) senza sostanziali interruzioni temporali e con una eccezionale varietà di ambienti deposizionali. Una ricchezza di ambienti ed una lunga e continua storia che, considerando la limitata estensione del territorio, ha pochi uguali al mondo.

Tra questi antichi ambienti spiccano le antiche scogliere coralline del Mesozoico dell'Oceano Tetide, oggi scomparso e che rappresenta una sorta di "progenitore" dell'attuale Mare Mediterraneo. Ma sono comuni anche le successioni sedimentarie di ambienti marini più profondi, in cui si accumulavano, durante il Mesozoico ed il Cenozoico, resti di invertebrati come le ammoniti, resti di antichi cetacei o i denti di squali. A partire da circa due milioni di anni fa (Quaternario), la parte emersa dell'Isola iniziò ad ospitare una ricca fauna terrestre, caratterizzata da endemismo insulare, con elementi decisamente originali. Siamo sicuri che i visitatori rimarranno stupiti nel vedere come elefanti, ippopotami, orsi, leoni, iene, lupi e tartarughe terrestri giganti abitassero un tempo la Sicilia. Le sale dedicate alle collezioni mineralogiche e petrografiche del museo raccontano episodi particolarmente importanti della Storia Naturale del Mediterraneo, come la Crisi di Salinità del Messiniano, iniziata circa 7 milioni di anni fa, quando si assistette alla completa evaporazione del Mar Mediterraneo. Ma queste collezioni hanno anche e soprattutto l'ambizione di testimoniare come la storia geologica di un territorio ha la capacità di plasmare l'economia e la cultura delle comunità che lo abitano: le miniere della parte meridionale della Sicilia, da cui si estraevano i minerali precipitati dalle acque del Mediterraneo, sono state il volano dell'economia tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, quando l'Isola era il maggiore esportatore mondiale di zolfo al mondo; i materiali impiegati nei monumenti dello sterminato patrimonio artistico e culturale della Sicilia, per esempio quelli del Percorso Arabo-Normanno che sono Patrimonio UNESCO dell'Umanità, sono stati interamente reperiti nelle cave siciliane.

L'isola che non c'è

L'Isola Ferdinandea è l'emblema dell'effimero, e quindi non stupisce che sia stata frequentemente lo spunto di pièce letterarie, per esempio "Un filo di fumo" di Andrea Camilleri. Si tratta di un apparato vulcanico sottomarino, la cui sommità è oggi posta pochi metri al di sotto del pelo dell'acqua, a poche miglia di distanza dalla costa di Sciacca. Emerse all'inizio dell'estate del 1831, scatenando una disputa internazionale tra l'Impero Britannico, la Francia ed il Regno delle Due Sicilie, che ne rivendicarono il possesso. Disputa acre, alimentata da tensioni e minacce bellicose, in ragione del forte valore strategico per le rotte commerciali e per l'importanza militare. La vicenda dell'Isola Ferdinandea rappresenta uno di quei casi in cui la Natura si dimostra di gran lunga più saggia del genere umano, visto che ad inizio dell'autunno dello stesso anno fu smantellata dall'azione delle onde e si inabissò, mettendo fine al contenzioso. Il Museo Gemmellaro possiede alcuni reperti delle rocce vulcaniche dell'Isola Ferdinandea, prelevate quando era emersa da Carlo Gemmellaro, professore di Geologia all'Università di Catania e padre del fondatore del nostro museo. Questi reperti, unici nel loro genere, sono esposti in una vetrina insieme al bozzetto originale di uno splendido acquerello realizzato dal geologo Constant Prevost, raffigurante l'aspetto dell'Isola Ferdinandea nella sua breve ed effimera fase di emersione.

Un trilobite da Guinness dei Primati 

I più antichi fossili che si trovano in Sicilia sono quelli dei blocchi calcarei della Valle del Sosio (Palazzo Adriano, Palermo), una collezione di invertebrati marini del Permiano, risalenti a circa 270 milioni di anni fa. Questa collezione fu in gran parte recuperata e studiata da Gaetano Giorgio Gemmellaro, che ne riconobbe l'enorme valore scientifico e lo fece conoscere agli specialisti europei della seconda metà del XIX secolo. Il pregio della collezione risiede nello straordinario contenuto fossilifero dei blocchi di roccia, in termini di abbondanza, di preservazione e di diversità dell'associazione. Qualcosa di unico nel panorama paleontologico dell'area euro-mediterranea, dove le rocce di questa età sono del tutto prive di fossili o ne contengono quantità ed esemplari poco significativi. La collezione esposta e quella conservata nei depositi del museo sono ancora oggi oggetto di pellegrinaggio da parte degli specialisti di tutto il mondo. Gemmellaro istituì decine di nuove specie, ancora oggi considerate valide, che vennero più tardi ritrovate nelle rocce di luoghi anche remoti della Terra. Tra queste, particolarmente interessanti sono Richtofenia communis e Microphillipsia tetraptera. Richtofenia communis è un brachiopode che, per adattamento alla vita di scogliera, ha plasticamente plasmato le sue valve: una a forma di cono allungato, il cui apice si fissava al substrato, ed una rimpicciolita a fungere da opercolo. Microphillipsia tetraptera è un trilobite, cioè appartenente ad un tipo di artropodi estinto icona dell'Era Paleozoica, che è entrata di diritto nel libro del Guinness dei primati della paleontologia: è la specie di trilobite più piccola al mondo.

Polifemo era un elefante?

Il grande storico greco Tucidide menziona Ciclopi e Lestrigoni, cioè giganti antropomorfi e antropofagi, come i primi abitanti della Sicilia. Sorge il sospetto che la sua fosse un valutazione "interessata", orientata a giustificare la nascita delle colonie greche sull'Isola a dispetto di una popolazione autoctona con origini e costumi discutibili. Un esercizio retorico che ancora in tempi recenti è praticato da chi ha interesse nello screditare le popolazioni residenti di territori su cui si vuole porre strumenti di controllo. Comunque, come ogni mito o leggenda, è possibile che ci sia un fondo di verità. Polifemo, in particolare, è il ciclope protagonista del IX Libro dell'Odissea, ambientato sulle coste della Sicilia orientale. È probabile che il suo aspetto di gigante antropomorfo con un occhio solo derivi dal fraintendimento dovuto all'osservazione di crani fossili di elefanti, di cui le grotte siciliane sono eccezionalmente ricche: l'enorme cranio, rispetto a quello umano, sarebbe stato ben giustificato da un'altezza almeno tre volte superiore di un adulto; il foro al centro del cranio, che rappresenta il punto di inserzione della proboscide, sarebbe stato ben giustificato da un unico ed enorme occhio.

Almeno tre specie di elefanti hanno abitato la Sicilia nell'ultimo milione di anni, Paleoloxodon antiquus, P. falconeri e P. mnaidriensis, i cui scheletri e ricostruzioni sono esposte nel museo. Paleoloxodon antiquus aveva dimensioni simili a quelle di un elefante indiano moderno e transitava dallo Stretto di Messina in occasione di momenti particolarmente propizi, come i periodi glaciali quando il livello del mare era di diverse decine di metri più basso di oggi e l'attraversamento era più agevole. Una volta in Sicilia, per un fenomeno conosciuto come nanismo insulare, l'isolamento produceva una riduzione di taglia, che era conveniente per la scarsità di risorse e per la pressione predatoria ridotta. Fino agli anni '80, si pensava che a partire dal P. antiquus si fosse evoluto P. mnaidriensis (taglia media) e con il procedere del processo P. falconeri (di dimensioni di un metro al garrese, sostanzialmente la taglia di un cucciolo odierno). Enzo Burgio, già curatore del Museo Gemmellaro, capì dalla stratigrafia dei travertini di Alcamo (Trapani) come invece P. falconeri fosse più antico di P. mnaidriensis. È probabile quindi che P. falconeri e P. mnaidriensis si siano evoluti in maniera indipendente l'uno dall'altro e che la differente taglia sia da attribuire all'associazione faunistica con cui convivevano: Paleoloxodon mnaidriensis viveva insieme a grandi predatori come leoni e iene e quindi aveva la necessità di conservare una dimensione tale da potersi proteggere in caso di attacco; nessun predatore di grandi dimensioni esisteva quando è vissuto P. falconeri, che quindi poteva continuare a ridurre la sua taglia per sfruttare meglio le scarse risorse dell'isola.

Gli articoli "I Musei delle Meraviglie" sono curati da Sabrina Lo Brutto, Università degli Studi di Palermo e National Biodiversity Future Center; Vittorio Ferrero, Università degli Studi di Torino; Franco Andreone, Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.