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Riso, il cereale più conosciuto al mondo

Valorizzazione e promuovere l'Alto Piemonte: questo l'obiettivo degli Enti di gestione delle aree protette della Valle Sesia, dell'Ossola, del Ticino e Lago Maggiore che organizzano l'evento itinerante "Dal Riso al Rosa: tre parchi, tre nature, tre culture, tre territori", ospitato quest'anno dal Parco del Ticino e Lago Maggiore il 21 e 22 ottobre, e dedicato al cereale più conosciuto al mondo, il riso.

Per contribuire al rilancio dell'iniziativa, pubblichiamo - dal nostro archivio - l'articolo 'Il cereale più conosciuto al mondo' (Speciale Piemonte Parchi 'Itinerari del gusto', ottobre 2004)

  • Enrico Massone
  • Ottobre 2004
  • Venerdì, 13 Ottobre 2017
Riso, il cereale più conosciuto al mondo

Alimento prezioso per le molte popolazioni asiatiche, il riso è il nutrimento di base per miliardi di persone. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi e nessuno è mai riuscito a stabilirle con precisione. Per coltivarlo sono necessarie radicali modifiche che conferiscono al paesaggio della risaia lineamenti originali e inconfondibili. Nel corso del tempo, il riso ha dato vita a civiltà millenarie in Oriente e da noi, nella pianura vercellese e novarese, intorno al riso è fiorita una specifica civiltà contadina che ha coinvolto intere generazioni. Si pensa che le prime coltivazioni, risalgano a 12.000 anni fa lungo le pendici dell'Himalaya e solo verso il 2000 a.C. si estendono in Indonesia e a Giava.

La pianta del riso, considerata un sacro dono degli dei, penetra poi in Sri Lanka dove viene coltivata prima a secco e poi in acqua, grazie ad ampi serbatoi idrici, dei quali sono ancora visibili le rovine; quindi raggiunge Cina, Corea e Giappone, dove fino al 1868 è un alimento esclusivamente riservato a guerrieri e mercanti. Sappiamo che arrivò in Europa, grazie agli arabi, più di mille anni fa, ma già Teofrasto, nel VI sec. a.C. ce ne da una generica descrizione: "Assomiglia alla nostra spelta e, mondato è come il grano. Ha un aspetto simile al loglio e cresce in acqua; non cresce sulla spiga ma su una specie di chioma come il miglio" (Historia plantarum, IV, 4, 10).

I greci lo scoprono quando Alessandro Magno conquista l'India: impiantano le colture, lo consumano, ma non lo diffondono. Invece i romani non lo conoscono, anche se Strabone, Orazio e Plinio ci informano che il riso è consumato in poche famiglie patrizie. Gi arabi iniziano a coltivarlo in ristrette zone della Sicilia e in tutta la fascia dell'Africa settentrionale, dall'Egitto al Marocco da dove, superato lo stretto di Gibilterra, giunge in Spagna per approdare poi nel Regno di Napoli con Federico d'Aragona, e in seguito in Lombardia e in Piemonte. Qui la presenza di notevoli estensioni paludose ne favorisce la coltivazione e intorno alla metà del Quattrocento, nasce la prima risaia. Nel 1475, Gian Galeazzo Sforza dona agli Estensi un sacco di semi di riso assicurando che "se ben impiegato si trasformerà in 12 sacchi di prodotto".

Una resa miracolosa per quei tempi, che presto diventa una costante per molte aree della Pianura Padana, dove verso la metà del Cinquecento le risaie occupano una superficie di oltre 5.000 ettari. I raccolti sono tutelati da appositi provvedimenti per impedire l'esportazione del seme e nel 1567, al mercato di Anversa il riso ha valore di una moneta di scambio al pari di armi e stoffe pregiate. Il gesuita Padre Calleri, tornando da un viaggio in una missione delle Filippine nel 1839, porta abusivamente in Italia 43 diverse qualità di semi di riso asiatico, che rinnovano il nostro scarno patrimonio genetico fino a quel momento dominato dalla sola varietà di riso 'nostrale' e fondano le basi della risicoltura moderna.

L'impianto delle risaie modifica il profilo delle campagne della pianura piemontese e lombarda, che per alcuni mesi all'anno si presenta come una laguna estesa e squadrata, da cui emergono filari di pioppi, strade e case. Quei terreni che fino all'epoca medievale erano ricoperti da una folta vegetazione, vengono progressivamente dissodati a favore delle coltivazioni, con il conseguente aumento della popolazione locale e l'incremento dei nuclei abitativi.

L'architetto Delleani afferma che "verso la fine del '700 si ha l'impianto delle più importanti cascine ad aia con complessi rustici costruiti in mattoni, cotti e crudi, con locali per abitazioni civili, tra cui quelle per i conduttori per conto dei proprietari, vere e proprie ville o piccoli castelli e torrioni o cappelle che firmavano la proprietà civile o religiosa con i loro simboli". Un'importante testimonianza della stratificazione degli interventi costruttivi è rappresentato dal complesso della Veneria, oggi parte integrante dell'Ecomuseo delle Terre d'acqua.

È significativo inoltre che anche il conte di Cavour avesse delle proprietà in questa zona, perché la coltivazione del riso fu economicamente rilevante nel programma di politica agraria inaugurato dal ministro, con il riordino e il potenziamento dell'intero sistema d'irrigazione delle risaie. Il metodo tradizionale prevede che dopo la concimazione e l'aratura del terreno, squadre di braccianti creino gli argini perimetrali e scavino i fossi per il rifornimento dell'acqua proveniente dal canale convogliatore attraverso una chiusa regolabile.

In primavera viene aperto l'invaso e l'acqua entra nel primo bacino e poi allaga tutti gli altri. Quando il livello raggiunge i 20 cm, s'interrompe il flusso e per qualche giorno si lascia che l'acqua permei il suolo. Angelo Merzario, ricorda che "questa parentesi di tempo era una occasione per i ragazzi di passeggiare indisturbati vicino al "lago" spinti dalla curiosità: con i miei occhi di bambino, che non aveva ancora visto il mare, lo spettacolo dell'acqua increspata dal vento di aprile, dove si specchiavano il cielo azzurro, gli alti pioppi e il volteggio degli uccelli acquatici, mi calavano in una atmosfera fiabesca ma il sogno durava poco. Mi riportava alla realtà il movimento degli erpici, trascinati dai cavalli, per rassodare il fondo preparandolo alla semina: i contadini si sedevano su piccoli carri anfibi trainati da cavalli, con le spalle rivolte al senso di marcia e, mentre gli animali procedevano lentamente ansimando nel terreno fangoso, gli uomini spandevano a piene mani la preziosa semente nell'acqua".

La rete di canalizzazione più antica, formata da un fitto intreccio di bealere, cavi e rogge che per deflusso naturale portavano l'acqua nelle camere di preriscaldamento, è alimentata da due grandi canali: il Naviglio Sforzesco (inizio Quattrocento), derivato dal Ticino per l'area milanese e il Naviglio d'Ivrea (1468), che prendeva acqua dalla Dora Baltea per l'area piemontese.
Con l'opera di potenziamento promossa da Cavour, la rete irrigua registra un forte incremento, favorendo la messa a coltura di ampie superfici di terreno: il Canale di Cigliano (costruito nel 1783 e ampliato nel 1858), derivato dalla Dora Baltea e il Canale Cavour (1866) che prendeva l'acqua dal Po.

L'imponente elegante edificio di presa del canale Cavour, resta tuttora il simbolo di quell'epoca di smisurata fiducia nella tecnica e nel progresso. Dalla descrizione dell'ingegnere Ajraghi: "Dalla galleria superiore di codesta costruzione l'occhio si spazia nel sottostante fiume e nel bel panorama delle colline che si innalzano sulla sponda destra. In linea pressoché parallela al corso del Po ed alla distanza di circa 400 metri a valle del Ponte per la strada militare Torino - Chivasso - Casale". Rapidità di esecuzione e precisione costruttiva fanno di quest'opera un capolavoro, il fiore all'occhiello dell'ingegneria italiana del periodo.

Ideato dal vercellese Francesco Rossi, progettato da Carlo Noè e realizzato in meno di tre anni, il canale è lungo 85 km. Con la portata massima circa 100 m³/s, costituisce l'ossatura portante del sistema di canalizzazioni delle risaie in Piemonte: per attraversamenti di strade e corsi d'acqua sono costruiti 101 ponti, 62 ponti-canali e 210 sifoni. Paradossalmente è proprio l'inaugurazione di un altro importantissimo canale, quello di Suez (1869) a mettere in crisi la coltivazione del riso in Italia per l'accentuata concorrenza
dei risi asiatici.

Il Corriere della Sera del 3 maggio 1882, scrive: "I risicoltori della bassa Lombardia, l'Oltre Ticino, sia per le imposte eccessive, sia per la concorrenza, si trovano in uno stato di vero disagio e bisognosi di ingenti provvidenze. Oh, povera agricoltura!". Una crisi che tende a diventare cronica, se si eccettua la breve parentesi della prima guerra mondiale, quando la generale scarsità di cibo incrementa produzione e consumo di riso. Per sostenere la risicoltura italiana, nel 1931 nasce l'Ente nazionale risi, ma la situazione peggiora nuovamente e nel 1945 la superficie coltivata risulta dimezzata e la produzione ridotta di un terzo.

Negli anni Cinquanta, una serie di eventi concomitanti (guerre in estremo oriente, avvio delle esportazioni e utilizzo del riso nei mangimi animali) determinano la rinascita del settore risicolo. Il duro lavoro delle mondine è fissato nelle immagini di "Riso amaro", film tanto famoso da ispirare il suo restauro nel '99 e addirittura una rivisitazione storica. Nel 2002 il regista di "Sorriso amaro" Matteo Bellizzi, ha riportato le mondine di allora nelle risaie di oggi, per ricomporre attraverso il ricordo vivo della loro esperienza, il ritratto di un'epoca.
Oggi l'Italia è il maggior produttore europeo.

L'estensione delle coltivazioni superano i 215.000 ettari suddivisi per ordine di grandezza nelle province di Vercelli, Pavia, Novara, Milano, Alessandria, Ferrara, Oristano, Mantova, Verona e in zone circoscritte di Toscana e Calabria.
Il Piemonte si trova al primo posto con 120.000 ettari e 5000 produttori circa. La produzione annuale nazionale s'aggira sui 13 milioni di quintali di risone, circa lo 0,25% di quella mondiale. Il mercato italiano assorbe 4 milioni e mezzo di quintali, il resto viene esportato nei Paesi della Unione Europea (3,5 milioni) e negli altri Paesi.

 Vai al programma dell'evento "Dal Riso al Rosa: tre parchi, tre nature, tre culture, tre territori" previsto a Villa Picchetta (Cameri) il 21 e 22 ottobre 2017.

Leggi l'articolo - dal nostro archivio - sul numero speciale di Piemonte Parchi 'Itinerari del gusto' (ottobre 2004)

 

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