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Reti di Riserve, la via trentina alla tutela ambientale

Arriva dal Trentino uno degli strumenti più innovativi per la conservazione attiva della natura e la valorizzazione del territorio: le Reti di Riserve che, introdotte nel 2007 e operative dal 2008, hanno rivoluzionato il sistema delle Aree Protette locali. Come funzionano e perché potrebbero diventare una buona pratica da esportare anche in altre regioni lo racconta a Piemonte Parchi Daniele Bassan, funzionario del Servizio Sviluppo Sostenibile Aree Protette della Provincia autonoma di Trento.

  • Ludovica Schiaroli
  • Giugno 2021
Martedì, 29 Giugno 2021
Reti di Riserve, la via trentina alla tutela ambientale

 

Partecipazione, integrazione, sussidiarietà. Sono le tre parole chiave che descrivono la filosofia del sistema delle Reti di Riserve che hanno come obiettivo tenere insieme politiche di conservazione e sviluppo sostenibile locale. Un modello di gestione dal basso, dove l'iniziativa è attivata su base volontaria dai Comuni in cui ricadono sistemi territoriali di particolare interesse naturale, scientifico, storico-culturale e paesaggistico.

«Il sistema delle Reti di Riserve nasce dall'esigenza e dal bisogno di gestire in modo efficace un sistema di aree protette molto esteso e complesso: il Trentino ha un'estensione di oltre 620mila ettari di cui un terzo tutelati, all'interno del quale si trovano un parco nazionale, due parchi naturali, 135 siti afferenti a Rete Natura 2000 e 46 riserve naturali provinciali. Con la legge provinciale 11 del 2007 abbiamo avuto l'opportunità di ridisegnare tutto il sistema della Rete ecologica locale, decidendo di abbandonare il sistema centralizzato, dove era la Provincia di Trento che sovrintendeva tutto, puntando invece su un approccio dal basso basato su partecipazione, integrazione, sussidiarietà responsabile».

I risultati non tardano ad arrivare: dal 2008 ad oggi le Reti di Riserve sono diventate dieci dimostrando un evidente consenso da parte delle comunità che partecipano al progetto. «Le comunità si responsabilizzano e contemporaneamente si porta avanti una cultura ambientale a 360 gradi, dove si comprende che azioni volte alla conservazione di habitat e specie possono portare anche ad uno sviluppo sostenibile del territorio».

Come diventare Reti di Riserve

A giugno arriverà una revisione normativa finalizzata alla semplificazione sia degli strumenti che del modello di governance in generale, «dopo più di dieci anni era necessario apportare alcune modifiche migliorative» spiega Bassan – un ruolo centrale continuerà ad averlo la Conferenza di Rete, alla quale partecipa un rappresentante per ogni Ente sottoscrittore dell'atto istitutivo della Rete e che ha potere di decidere e deliberare.

A livello di sistema provinciale, il coordinamento è assicurato dal Servizio Sviluppo Sostenibile Aree Protette e un ruolo fondamentale è garantito dalla Cabina di Regia delle aree protette, presieduta dall'Assessore provinciale competente in materia di ambiente che ha una funzione di regia e di predisposizione delle strategie ed indirizzi in materia di conservazione: di questo organismo fanno parte i presidenti dei parchi, i delegati delle Reti di Riserve, associazioni ambientaliste e portatori di interesse nell'ambito della fruizione e conservazione del territorio.

Attualmente la programmazione della rete è su base triennale. «In sintesi è una sorta di partenariato - aggiunge Bassan - i soggetti che aderiscono alle Reti di Riserve sono anche finanziatori, si tratta a tutti gli effetti di una nuova modalità di gestire le aree protette esistenti alle quali non si aggiunge alcun vincolo, anzi aderendo, tra i benefici c'è anche quello di poter accedere a fondi e contributi provinciali e/o europei».

Laboratorio LIFE+TEN

Il salto di qualità avviene nel 2012 con l'avvio del progetto europeo LIFE+TEN (Trentino Ecological Network) che aveva come obiettivo la definizione della nuova strategia gestionale da attuare per le aree protette del Trentino

«Il progetto è stato una sorta di incubatore che ci ha permesso l'implementazione di piani di lavoro delle Reti di Riserve che sono gli elementi cardine su cui si poggia la nuova Rete ecologica del Trentino» - racconta Bassan mentre spiega come il tutto è stato realizzato sviluppando delle linee guida che hanno individuato le modalità migliori per gestire le aree protette, gli habitat e per fare i monitoraggi.

Le azioni principali sono state la realizzazione di una banca dati e la suddivisone del territorio in 14 grandi aree omogenee, non dal punto di vista amministrativo ma ecologico e territoriale. «Per ognuna di queste aree abbiamo dato degli incarichi specifici, sia per realizzare valutazioni analitiche, che per verificare come migliorare la situazione - continua - abbiamo organizzato anche incontri con molti stakeholder settoriali, di categoria ma anche con le popolazioni e questo è stato fondamentale per capire i bisogni dei territori e dove avremmo dovuto intervenire. Sono stati cinque anni molto intesi che ci hanno permesso di ridisegnare il nuovo sistema delle aree protette basandolo sulle Reti di Riserve».

Tutelare il gallo forcello producendo olio essenziale: è possibile

Elemento caratterizzante delle Reti di Riserve è la necessità di fare sistema, non deve quindi stupire che già nel 2018 viene dato alle stampe un libro in cui sono raccolti 48 progetti (o buone pratiche) realizzati o in via di realizzazione all'interno di parchi e aree protette del Trentino. Molte di queste vengono copiate, sviluppate, implementate.

Su Piemonte Parchi abbiamo già raccontato il successo della Bat Box e come un'azione di tutela ambientale abbia anche contribuito a superare un pregiudizio. Ma Bassan ce ne segnala altre che, ancora una volta, insistono sull'importanza del concetto di conservazione che può coniugarsi felicemente con uno sviluppo sostenibile.

Siamo sulle Alpi Ledrensi dove si è sperimentato un modello di tutela attiva del gallo forcello, anche conosciuto come fagiano di monte. «Per migliorare il suo stato di conservazione abbiamo capito che dovevamo agire sulle mughete che sono il suo habitat - racconta Bassan - le mughete troppo fitte non sono idonee. Abbiamo quindi incaricato una ditta di effettuare dei tagli specifici finalizzati a realizzare un mosaico con un giusto rapporto tra spazi aperti e chiusi che permettessero al gallo di trovare riparo e rifugio soprattutto nelle fasi più delicate del proprio ciclo vitale». Ma non è finita qui: la parte innovativa del progetto si è concretizzata quando tutto il materiale di scarto, cioè le ramaglie che di solito vengono bruciate accatastate o cippate, sono invece state assegnate ad una azienda che ne ha estratto un olio essenziale, permettendo così di attivare una filiera di economia circolare sostenibile e locale unendo l'aspetto di conservazione e tutela (del gallo forcello) e, nel contempo, creando una piccola filiera locale di produzione di olio di mugolio.

Fa chi fa meglio

Migliorare ancora si può, spiega Bassan mentre scandisce la frase che esplicita la filosofia della riforma che ha aggiornato e reso più efficiente la governance delle Reti di Riserve: fa chi fa meglio.

In modo molto pragmatico si sono realizzati interventi per semplificare e cercare di superare problemi e difficoltà. «Abbiamo notato che alcune attività - soprattutto quelle più tecniche, legate ad esempio ai monitoraggi, dove ci vogliono competenze specifiche, capitava che non venissero realizzate per difficoltà tecniche organizzative, mentre altre ad esempio la comunicazione e la sensibilizzazione riuscivano molto bene. Così da giugno, appena entrerà in vigore la riforma, alcune competenze ritorneranno alla Provincia, mentre quelle in cui le diverse Reti di Riserve sono più efficienti resteranno a loro carico».

Reti di Riserve un modello esportabile

Alla domanda Bassan risponde senza esitazione sì. «Le Reti di Riserve sono un modello esportabile in tutte quelle regioni che hanno un sistema complesso di aree protette da gestire come riserve naturali e siti Natura 2000» e ribadisce come la partecipazione alla Rete è un modo efficace per responsabilizzare e promuovere la tutela dell'ambiente e lo sviluppo socio-economico del territorio.

Delle Reti di Riserve si incomincia a parlare, insomma, prova ne è la visita nell'autunno del 2019 organizzata dal Ministero per la Transizione Ecologica, nell'ambito del Progetto "Mettiamoci In Riga", delle Regioni Abruzzo, Lazio, Toscana e Sardegna per comprendere questo nuovo modello di governance trentino. Di poche settimane fa invece è la partecipazione - per ora concretizzatosi solo in un webinar virtuale – su richiesta della regione Puglia per approfondire altri aspetti delle Reti di Riserve.

Se ne parlerà ancora, ci sembra di poter dire con qualche certezza.

 

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