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Una terra resiliente all'ombra del Vesuvio

Nel mondo ci sono 800 milioni di persone che vivono entro 100 chilometri da un vulcano che ha potenzialmente la capacità di eruttare: sono spesso aree bellissime, dove il Pianeta è molto vivo. E così, nonostante le cicliche distruzioni, gli uomini tendono a ritornare perchè si sviluppa una una forte resilienza. Come alle pendici del Vesuvio. 

  • Claudia Reali
  • Giugno 2021
Venerdì, 25 Giugno 2021
Parco nazionale del Vesuvio  | Foto ENPV Parco nazionale del Vesuvio | Foto ENPV

 

"La nube si levava, non sapevamo con certezza da quale monte, poiché guardavamo da lontano; solo più tardi si ebbe la cognizione che il monte fu il Vesuvio. La sua forma era simile ad un pino più che a qualsiasi altro albero. Come da un tronco enorme la nube svettò nel cielo alto e si dilatava e quasi metteva rami". Il 24 settembre del 79 d.C. Plinio il Giovane, che viveva a Miseno insieme allo zio Gaio Plinio il Vecchio, assistette alla tragica eruzione che cancellò per sempre Pompei ed Ercolano sotto una coltre fitta di cenere e lapilli. Sopravvissuto alla catastrofe – contrariamente allo zio – scrisse il primo dettagliato reportage di un evento di questo genere, gettando le basi per la nascita, molti secoli più avanti, della vulcanologia moderna. Proprio alle falde del Vesuvio nel 1841 è stato infatti inaugurato il primo osservatorio vulcanologico al mondo: il Reale Osservatorio Meteorologico Vesuviano, fondato da Federico II di Borbone. Bisogna aspettare invece il 1995 per l'istituzione del Parco nazionale del Vesuvio, un concentrato di ricchezze straordinarie, dove la natura e la cultura si stringono in un abbraccio indissolubile. «È uno dei Parchi nazionali più piccoli d'Italia, solo 8400 ettari, ma è uno dei più complessi», racconta il presidente Agostino Casillo. «I paesaggi variano incredibilmente. Si passa dai fitti boschi sul Monte Somma alle terre lunari nella Valle dell'Inferno. Oltre 700 sono le specie vegetali. Il parco è un hotspot particolarmente importante per l'avifauna, essendo localizzato lungo le rotte migratorie». Le specie migratrici provenendo dal mare individuano nella sagoma del vulcano un punto di riferimento. È anche l'unico polmone verde di un'area fortemente urbanizzata. «Il parco comprende 13 comuni dove risiedono circa 350mila persone. Ma se allarghiamo il cerchio fuori dall'area protetta, comprendendo la cosiddetta "zona rossa", ossia quella da evacuare immediatamente in caso di eruzione vulcanica, si arriva a 800mila abitanti», continua Casillo. Uno sproposito, che "regala" all'area napoletana un primato agghiacciante: avere il più alto rischio vulcanico al mondo per l'alta esplosività di Vesuvio e Campi Flegrei in relazione alla densità di popolazione presente.

Ma qual è la ragione di una così bassa percezione del rischio?

Comm'è bella a muntagna

In epoca romana questa regione veniva chiamata "Campania felix" ed era considerata il giardino d'Italia. Poeti e scrittori ne lodavano il clima salutare, i campi fertili, gli ombrosi boschi, le abbondanti messi, i vini dall'aroma intenso. In generale le aree vulcaniche hanno terreni fertilissimi, microclima ideali e insenature pittoresche che costituiscono porti naturali. «Nel mondo ci sono 800 milioni di persone che vivono entro 100 chilometri da un vulcano che ha potenzialmente la capacità di eruttare», puntualizza Francesca Bianco, direttrice dell'Osservatorio Vesuviano dal 2016. «Sono spesso aree bellissime, dove il Pianeta è molto vivo. E così, nonostante le cicliche distruzioni, gli uomini tendono a ritornare. C'è una forte resilienza». L'area napoletana è da almeno 4000 anni che è densamente popolata. Lo dimostrano proprio le eruzioni vulcaniche che hanno conservato mirabilmente i resti delle civiltà antiche. Ma qui dal secondo dopoguerra la situazione è del tutto sfuggita di mano. «Dopo l'ultima eruzione del 1944 è iniziato il periodo di quiescenza del Vesuvio, che ha fatto in pratica dimenticare del tutto, nel sentimento popolare, l'impatto di queste catastrofi ed è iniziata una cementificazione selvaggia che in parte è stata frenata dalla costituzione del parco nazionale», continua Giuseppe De Natale, Dirigente di Ricerca INGV - Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia ed ex direttore dell'Osservatorio Vesuviano. «La mitigazione del rischio vulcanico in queste aree non può basarsi esclusivamente sulla 'scommessa' di una previsione esatta dell'eruzione, ma deve essere fondata su un'accurata preparazione del territorio e della consapevolezza dei suoi abitanti, per generare 'resilienza' e capacità di rispondere velocemente e razionalmente alle emergenze».

Un paziente speciale

C'è per fortuna da sottolineare un fatto. «Il Vesuvio e i Campi Flegrei sono i più monitorati al mondo», dice Francesca Bianco. «Il primo, pur essendo un vulcano attivo, si trova in uno stato di quiescenza, mentre il sistema flegreo – una caldera, caratterizzata dalla compresenza di numerosi crateri – presenta un livello di allerta 'giallo', che prevede cioè particolare attenzione e controllo. In entrambi i casi parliamo di vulcani a condotto ostruito, il che significa che per eruttare devono fare uno sforzo in più rispetto ad altri a condotto aperto come l'Etna. È poco probabile che il camino si apra senza dare dei segnali importanti prima e la nostra rete di monitoraggio è estremamente densa. Inoltre adottiamo un sistema mutiparametrico, cioè controlliamo molteplici parametri sia fisici che chimici in tempo reale, 24 ore su 24, e ciò consente di comprendere la dinamica vulcanica profondamente».

Ma quali sono i fenomeni precursori più importanti? «Senz'altro la sismicità, il sollevamento del suolo e le anomalie geochimiche nelle acque superficiali e nelle emissioni fumaroliche», specifica De Natale. Tutti i dati raccolti – compresi quelli che arrivano dai satelliti che misurano la deformazione del suolo – vengono convogliati al centro di analisi dell'Osservatorio Vesuviano che si trova a Napoli.

Nonostante questa enorme mole di strumentazioni e di tecnologia la previsione delle eruzioni non è una scienza esatta. Talvolta i segnali perdurano decenni senza mai culminare in un evento eruttivo, altre volte le cose accadono nell'arco di una manciata di ore. «Bisognerebbe fare un contratto con la camera magmatica», scherza la direttrice Bianco.

Non tutto il male...

E mentre la "muntagna" sonnecchia, il mondo fuori è alle prese con un nemico ben più piccolo ma non meno insidioso. «Durante il periodo di lockdown per l'emergenza sanitaria Covid il parco ha dovuto chiudere i battenti. Ma è stata solo una parentesi, perché nel frattempo abbiamo messo a punto un sistema tecnologico di gestione dei flussi di visitatori, implementando la biglietteria online», racconta il presidente Agostino Casillo. «Oggi si acquista il biglietto, arriva un codice a barre sul cellulare e si accede ai tornelli. Così noi otteniamo il tracciamento, il distanziamento e il contingentamento. In realtà questo intervento era già previsto nel masterplan denominato 'Grande Progetto Vesuvio', nato dopo il gravissimo incendio del 2017 e attivo su tre assi: riqualificazione della rete sentieristica; rinaturalizzazione delle aree colpite e accessibilità per le risalite al Gran Cono. Dal 2018 non ci siamo mai fermati!». È una terra resiliente quella che giace all'ombra del Vesuvio. Qui il giallo della ginestra spezza senza indugio il nero profondo della lava solidificata. È l'azzardo della vita che pullula nonostante la paura, sfidando il vulcano e la sua potenza distruttiva.

 

 

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