Stampa questa pagina

Conservazione e sviluppo nei parchi, una missione possibile!

All'interno della Riserva naturale orientata di Torre Salsa (Agrigento) dal 2019 si sperimenta un modello di sviluppo che coniuga conservazione del territorio, promozione delle attività tradizionali e agricoltura naturale a km zero. Ecco la storia della famiglia Todaro che dalla Toscana è tornata nella terra da cui era emigrata per aprire un caseificio.

  • Ludovica Schiaroli
  • Marzo 2021
Lunedì, 19 Aprile 2021
Giuseppe Ingraudo al pascolo con i suoi animali  - Foto.G. Culmone Giuseppe Ingraudo al pascolo con i suoi animali - Foto.G. Culmone

Una torre si erge solitaria sulla sommità di un promontorio di argilla e da secoli custodisce la bellezza di un ambiente incontaminato e selvaggio. È Torre Salsa, eretta per difendere il territorio dai pirati e dal 2000 Riserva naturale regionale. Della torre non restano che ruderi, ma ha dato il nome ai 762 ettari protetti che tra Siculana Marina ed Eraclea, a 30 km da Agrigento, rappresentano uno dei luoghi più ricchi di biodiversità del Mediterraneo. Un territorio prezioso e volubile caratterizzato da falesie, dune, immense spiagge di sabbia del colore dell'ocra, che diventa impervio e montuoso quando raggiunge le asprezze dei Monti Stella, Cupolone ed Eremita. Ma il cuore della riserva è la zona umida di Torre Salsa dove il paesaggio agrario ci ricorda che in questa terra la pastorizia era parte integrante della vita dell'uomo.

Una scelta di vita

Camminando nella riserva è possibile incontrare greggi di pecore che brucano tranquille e indisturbate, sono quelle della famiglia Todaro che all'interno dell'Oasi di Torre Salsa è autorizzata a lavorare i terreni e a fare pascolare gli animali.

Se la famiglia Todaro è tornata nella terra di origine è grazie alla cocciutaggine di Giuseppe che nemmeno ventenne convince la famiglia ad abbandonare la Toscana dove erano emigrati e tornare a Montallegro, in provincia di Agrigento, per aprire un caseificio. Il progetto si concretizzerà qualche anno dopo quando Giuseppe rileva la piccola azienda del nonno. «Per mio nonno era un passatempo - racconta Giuseppe Ingraudo, 25 anni appena compiuti - per me un sogno che si avverava: finalmente potevo vivere e lavorare nella mia terra di cui sono innamorato da quando ero bambino e ci venivo in vacanza».

Nel 2016 Giuseppe con il supporto di tutta la famiglia avvia le pratiche per aprire un caseificio all'interno della riserva, ma questo non si rivela possibile, mentre ottiene l'autorizzazione per coltivare la terra e farci pascolare gli animali. Nel 2019, dopo un lungo iter burocratico, il caseificio viene aperto in località Montallegro: "è stato il giorno più bello della mia vita", ammette Giuseppe.

Obiettivo km zero

«Lavoriamo la terra nel solco della tradizione - racconta Giuseppe - non utilizziamo prodotti chimici, la nostra è un'agricoltura naturale al cento per cento: l'unica cosa che mettiamo nei terreni sono gli escrementi dei nostri animali. Utilizziamo i macchinari solo dove è indispensabile, il resto come la semina, lo facciamo a mano». È un ciclo a 360 gradi dove tutto è collegato: quando il raccolto finisce e rimangono le piante in terra, invece che sradicarle vengono portati gli animali che le mangiano. Una scelta per ridurre l'impatto ambientale ma anche un modo per rispettare e valorizzare il territorio.

Tutta la famiglia lavora nell'azienda - «per fortuna siamo una famiglia numerosa!» aggiunge Giuseppe, che si occupa prevalentemente della lavorazione dei terreni e della preparazione della ricotta insieme alla mamma Giuseppina, la casara della famiglia e alla sorella, mentre il papà e lo zio portano al pascolo il gregge. Il nonno è invece il depositario della memoria storica e delle tradizioni, ma all'occorrenza sbriga qualunque faccenda nonostante i suoi 77 anni. «È il jolly di famiglia!»

Nel solco della tradizione la famiglia ha deciso di reimpiantare grani antichi come il Senatore Cappelli e da quest'anno il grano Giorgione, particolarmente adatto per i gran lievitati. Giuseppe quest'anno aveva in programma di andare a San Lazzaro di Bologna dove ci sono i campi sperimentali della Società Italiana Sementi per cercare semenze da portare in Sicilia, ma il Covid ha impedito la trasferta. «Per il momento conferiamo il grano al molino e poi portiamo la farina al pastificio, ma l'obiettivo - aggiunge - è aprire un nostro pastificio, e realizzare il km zero anche con la produzione della pasta».

La ricotta

Il caseificio è in paese ma le pecore, che escono tutti i giorni, si nutrono con il foraggio che cresce all'interno della riserva. Fino a qualche tempo fa anche la mungitura veniva fatto a mano, ma poi per questioni di igiene è stata aperta la sala mungitura. «Lavoriamo tutto a crudo - racconta Giuseppe mentre spiega come dal latte si ottenga la ricotta - il latte viene messo all'interno dell'agitatore dove la temperatura non supera i 40 gradi e viene girato con un bastone manualmente. Si aggiunge il caglio, riposa tre quarti d'ora, dopodiché inizia la rottura della cagliata, poi viene messa all'interno di fuscelle (contenitori) e pressata a mano. Finito il procedimento si versa il siero all'interno della pentola e si inizia a mescolare per un'oretta fino a quando non arriva alla temperatura di 80 gradi e diventa ricotta». Il siero rimanente viene utilizzato per scottare gli altri formaggi.

Lavorare all'interno di una riserva

Girolamo Culmone è stato direttore della Riserva Naturale fino al 2018 ed è stato lui ad autorizzare ed incoraggiare la famiglia Todaro a riprendere le attività di pastorizia all'interno dell'area protetta, dal 2000 gestita dal WWF.

«Torre Salsa è una riserva naturale orientata - spiega l'ex direttore - significa che la tutela non è integrale ma può essere orientata, ad esempio verso il mantenimento delle attività tradizionali, come la pastorizia o la coltura della vite, degli ulivi. La famiglia Todaro, con la loro attività è un esempio positivo che dimostra come le aree protette non sono territori mummificati ma al loro interno è possibile sperimentare modelli di sviluppo che coniugano conservazione del territorio, promozione delle attività tradizionali e agricoltura naturale a km zero. Il tutto nel solco della legalità».

Per Giuseppe lavorare all'interno di una riserva naturale è «qualcosa di spettacolare: se ami lavorare in maniera tradizionale è una grande opportunità, certo si devono rispettare le regole ed è più faticoso, ma ne vale pena». Alla domanda se consiglierebbe ad un altro ragazzo della sua età di fare la sua scelta, la risposta è articolata. «La vita che faccio me la sono scelta e mi piace, ma al mio paese molti se ne sono andati, emigrati al nord o all'estero. A me dà molte soddisfazioni, ma è una vita dura, io posso dire di essere un privilegiato perché ho una famiglia che mi sostiene e il primo di agosto mi permette di fare trenta giorni di riposo. Non capita a tutti».

 

 

Potrebbe interessarti anche...

Al centro del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna sorge il Pode ...
Questa storia ha inizio da una lettera inviata a un parco nazionale, da una professoressa di un i ...
Dal 2007 oltre cinquemila studenti hanno partecipato a Neve natura: il progetto didattico del Par ...
Paesaggi lunari all'ombra dei castelli, nel cuore dell'Emilia Romagna; dai fasti dei Canossa alle ...