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Montana, meglio i bisonti dei cowboy?

In Montana, da diciotto anni l'organizzazione American Prairie Reserve lavora per istituire uno dei più grandi parchi naturali degli Stati Uniti e creare uno spazio di tutela per i bisonti. I rancher, allevatori locali, non sono tutti d'accordo e si dichiarano i nuovi pellerossa. Ecco il racconto di una difficile convivenza. 

 

  • Nicola Scevola*
  • Aprile 2019
  • Mercoledì, 27 Marzo 2019
Bisonti e prateria del Montana Bisonti e prateria del Montana

 

Le praterie delle Grandi Pianure degli Stati Uniti fanno parte dell'archetipo americano come i canyon e i bisonti. E grazie a decine di film su cowboys e indiani, questi paesaggi incontaminati sono entrati anche nel nostro immaginario comune. Peccato che oggi di questi oceani di erba verde spazzata dal vento rimanga ben poco.

Secondo gli esperti, i pascoli sono l'ecosistema più in pericolo del pianeta. In ogni continente sono chiamati con nomi diversi, ma condividono la stessa triste sorte: la savana africana, la pampa del Sud America, la steppa asiatica o la prateria nordamericana, che un tempo ricoprivano complessivamente un quarto del globo, oggi sono in pericolo d'estinzione, decimate dal progredire delle colture agricole e dell'urbanizzazione. Il terreno dove si sviluppano è ricco di sostanze nutrienti, ma la pratica diffusa di coltivare intensamente senza rotazioni può impoverirlo nel giro di poco. Se non sono gestiti accortamente, anche gli allevamenti da pascolo rischiano di contribuire alla devastazione di questo habitat. Il risultato è che oggi, negli Stati Uniti, sopravvive solo il 5% delle praterie che un tempo ricoprivano le Grandi Pianure, quell'enorme regione che rappresenta la spina dorsale degli Stati Uniti e congiunge il Messico al Canada, correndo a est della catena delle Rocky Mountains. L'effetto di questo cambiamento sugli equilibri del Pianeta può essere drammatico: basti pensare che, in confronto a pascoli e praterie, le terre coltivate offrono agli uccelli una frazione delle risorse per il sostentamento.

Primo obiettivo, salvaguardare l'ecosistema

Da diciotto anni l'organizzazione no profit American Prairie Reserve (APR) lavora per preservare questo prezioso ecosistema, costruendo in Montana la più grande riserva naturale degli Stati Uniti fuori dall'Alaska.
Il Montana, ultimo Stato dell'Unione, fondato solo un secolo fa al confine col Canada, rappresenta la quintessenza della cultura western e del comunitarismo rurale. Qui ancora lo stato federale è proprietario di vasti appezzamenti di terreno, dati in concessione agli allevatori per pascolare le loro mandrie. Dopo un attento studio, la APR si è resa conto che, acquistando 500mila acri di terra (circa 200mila ettari) dai rancher locali e sommandola a quella pubblica data in concessione, si poteva creare un immenso parco di oltre 14mila chilometri quadrati per conservare la prateria, ripopolandola di animali autoctoni e aprendola all'uso ricreativo per il pubblico, come avviene negli altri grandi parchi naturali d'America. Una volta completata, questa riserva sarà più grande dello Yellowstone Park e dello Yosemite Park messi insieme. E promette di sostenere il ritorno dei grandi animali delle pianure come il lupo, l'orso grizzly, il bufalo, l'alce, il cervo e numerosi uccelli predatori, che oggi sopravvivono entro confini sempre più ristretti.

La regione dei bisonti

Il Montana è stata l'ultima regione in cui le mandrie di bisonti si rifugiarono prima degli stermini di fine Ottocento, che ne uccisero circa quattro milioni. Dopo che i nativi americani furono rinchiusi nelle riserve, i coloni che presero il loro posto su queste terre spazzarono via anche gli orsi e i lupi, considerati minacce per il bestiame. E insieme ai grandi predatori, cacciarono anche i pochi ungulati rimasti, come i bufali e le alci, per paura che sottraessero erba agli animali da allevamento.
Ad oggi, la riserva ricopre un'area di circa 1600 km quadrati e propone attività di hiking, pesca, caccia, birdwatching e campeggio. Nel suo perimetro vive già una concentrazione di bisonti che non si vedeva da oltre 140 anni. "La riserva offre ai visitatori un'opportunità unica per riconnettersi con la natura su vasta scala", dice il portavoce di APR Pete Geddes.

Una riserva per mitigare gli effetti del clima

Oltre a stimolare la consapevolezza e il rapporto tra l'uomo e l'ambiente naturale, l'idea di recuperare uno degli ultimi spazi incontaminati del pianeta ha anche scopi pratici: promuovere una gestione più sostenibile del territorio aiuta a mitigare i fenomeni metereologici più estremi, che da queste parti sono piuttosto frequenti. Ricordate l'alluvione che ha sommerso Houston nel 2017? In molti sostengono che non sarebbe stata così devastante, ci fosse stata più prateria intorno ad assorbire i rovesci piovuti sul Texas.
"I pascoli sono gli ecosistemi più in pericolo del pianeta", sottolinea la responsabile del WWF per le Grandi Pianure, Martha Kauffman. "Ne stiamo perdendo al ritmo di circa 400mila ettari l'anno. Questo significa che la prateria sta scomparendo più in fretta dalla foresta dell'Amazonia", ha avvertito l'esperta di conservazione in una recente intervista alla Tv americana CBS.

Incentivare un allevamento rispettoso dell'ambiente

Fra le attività più concrete messe in piedi da APR per promuovere un uso sostenibile della terra su cui intende costruire il parco c'è il Wild Sky Program, che prevede la distribuzione d'incentivi economici ai rancher che adottano metodi di allevamento mirati a preservare la biodiversità della zona. La vendita di animali da macello è un'attività tipica del Montana e, anche quando sarà completa, la riserva sarà circondata da pascoli. Incentivando l'adozione di metodi più sostenibili – come l'uso di recinzioni che permettono lo spostamento di alcune specie e della scala di Freese per valutare lo stato di salute del manto erboso, il divieto di utilizzare fertilizzanti chimici – APR conta di creare confini porosi fra il parco e i terreni circostanti. Per questo ha creato il marchio Wild Sky, con cui vende carne di manzo allevato al pascolo a un prezzo leggermente maggiorato. E reinveste una parte del ricavato per finanziare gli incentivi economici agli allevatori. A questo si aggiunge la possibilità per gli allevatori di guadagnare attraverso la commercializzazione delle immagini di animali selvatici ritratti con un sistema di foto-trappole fornito dall'associazione.
"I rancher che hanno aderito al programma, a fine anno ricevono 1 centesimo per ogni pound [450 gr, ndr] di carne prodotta. A cui si possono aggiungere fino a 6000 dollari, grazie alle foto", fa notare Geddes.

Il parco visto dai rancher

Vista dall'esterno, la missione dell'APR sembra romantica e ineccepibile. Ma fra quelli che nella prateria ci vivono e ci lavorano, c'è chi fa notare che il ritorno di un certo stile di vita rischia di distruggerne un altro.
D'altronde il rapporto degli Stati Uniti con la wilderness è sempre stato ambivalente. Hanno fondato il loro carattere spazzando via la natura che gli si parava davanti. Avrebbero asfaltato le praterie se solo fosse già esistito l'asfalto. Ma allo stesso tempo hanno dato i natali ad alcuni fra i padri del ecologia mondiale, come Henry David Thoreau, John Muir e Aldo Leopold, il cui libro Pensare come una montagna (uscito recentemente in versione integrale in Italia) è considerato un manifesto dell'ambientalismo moderno. E poco più di cent'anni fa, hanno inventato i parchi nazionali, che qualcuno ritiene sia il più importante sistema creato dall'uomo dopo quello della democrazia.
"Qui in Montana tutto è così vero e crudo. Voglio vedere quanti turisti verranno dalle città per visitare il nuovo parco", dice Vicki Olson, rancher titolare di 20mila acri vicino al villaggio di Malta (i nomi da queste parti venivano scelti dai capocantiere della ferrovia puntando alla cieca un dito sul mappamondo). Olson è contraria alla costruzione della riserva e descrive la sua posizione come emblematica del confronto fra un mondo urbano e globalizzato e un altro legato alla cultura pionieristica americana, che rischia di essere spazzato via per fare spazio ai bisonti. "Noi siamo quelli che si prendono cura della terra, la gente di città è così distaccata dalla vita rurale che non si rende conto che senza mucche al pascolo e campi di grano non ci sono più pane, latte, carne. La nostra contea produce cibo per due milioni e mezzo di persone ogni anno".

Lo zoccolo duro degli allevatori ribelli sta nell'area di Zortman, una città fantasma dei tempi della corsa all'oro, appollaiata a 1400 metri sulle Little Rocky Mountains, già rifugio di Kid Curry, feroce membro della Wild Bunch, la banda di cui facevano parte anche Butch Cassidy e Sundance Kid. "Non venderò mai, per nessuna cifra al mondo" dice Ed Bibeau, allevatore di pecore, vitelli e manzi. "Questa storia del parco ha fatto lievitare il prezzo della terra, nessun giovane è più in grado di comprare un appezzamento e così la nostra cultura rischia di scomparire". George Brown è un cowboy attempato, cappello nero e speroni, sguardo alla Lee Van Cleef, ha marchiato manzi tutto il giorno a cavallo, alla vecchia maniera.
"Quelli del parco? Sono della stessa razza di chi che ha rinchiuso gli indiani nelle riserve e ucciso i bisonti per sport. Ora vogliono cacciare noi rancher e rimetterci i bisonti: i cowboy sono i nuovi pellerossa".

*Nicola Scevola è giornalista professionista, autore di documentari e programmi tv, producer ghostwriter e consulente per agenzie di comunicazione

 

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