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Con le piante si suona

Il mondo vegetale suona, risuona e scocca. Gli alberi non sono affatto silenziosi ma ci parlano della loro salute, del luogo in cui vivono e dei cambiamenti climatici. Se siamo in grado di ascoltare, la loro lingua si fa sentire attraverso il carbonio assorbito, la crescita in diametro, la condizione delle foglie e i flussi d'acqua dalle radici alle chiome. E ci possono dare anche 'donare' strumenti unici: parola di liutaio. 

  • Laura Succi
  • Dicembre 2019
  • Mercoledì, 11 Dicembre 2019
Con le piante si suona

Nel piccolo libro Suoni e musica della natura di Walter Maioli, Michela Rangoni Macchiavelli e Giordano Bianchi, edito da Cemb-Essegiemme Milano, suona un'orchestra di sassi che sono nacchere, pietre forate a mo' di fischietti, grappoli di ciottoli di ardesia che tintinnano al vento. I fiati sono delicati fili d'erba e sottili gambi di tarassaco dai semi volanti che vibrano fra le labbra socchiuse dei musicisti.

Si legge che prima di comporre una partitura per gli strumenti della natura, bisogna analizzare bene i loro timbri: fischietti, bambù sonori e zucche sonaglio hanno volumi e suoni molto variabili. Poi si inseriscono gli elementi impalpabili che donano complessità alla melodia, un mazzo-cespuglio di foglie o un grappolo di semi, o un gruppo di canne di bambù che risuonano battendole tra loro o in terra.

Il mondo vegetale suona, risuona e scocca. "In Resonantrees utilizzo gli alberi come corpi risonanti creando una dimensione aumentata del paesaggio naturale" spiega il musicista Federico Ortica che ha lavorato con gli alberi del bosco del Piegaro in Umbria. Gli alberi non sono affatto silenziosi ma ci parlano della loro salute, del luogo in cui vivono e dei cambiamenti climatici. Se siamo in grado di ascoltare, la loro lingua si fa sentire attraverso il carbonio assorbito, la crescita in diametro, la condizione delle foglie e i flussi d'acqua dalle radici alle chiome. Parte da questo presupposto l'esperimento "Tree Talker" fatto da un gruppo di scienziati, ricercatori e dottori forestali italiani che hanno applicato una sorta di scatola nera al tronco di 36 alberi del Piegaro e che coinvolge 400 alberi nel mondo ed è supervisionato dal Nobel per la pace Riccardo Valentini.

Dalle prime luci dell'umanità le piante offrono il loro legno per preziosi strumenti: si va nella foresta e si scelgono i legni migliori per trasformarli in oggetti d'arte. Stradivari li trovava in Val di Fiemme in Trentino, la rinomata foresta dei violini. "Tutti gli strumenti ad arco e anche i pianoforti hanno una tavola armonica e per quelle tavole si deve usare l'abete rosso: è particolarmente elastico e i suoi canali linfatici sono come minuscole canne d'organo che risuonano" spiega Enzo Cena, Presidente dell'Associazione liuteria piemontese che ha sede negli spazi concessi dai padri oratoriani della Chiesa di San Filippo Neri. Proprio in quello stesso edificio in via Accademia delle Scienze visse Giovan Battista Guadagnini, allievo di Stradivari, che avviò a Torino un'attività ereditata e portata avanti dai suoi figli e dai suoi discendenti, di generazione in generazione, fino al 1948.

Gli alberi per i liutai

L'ambiente in cui crescono è essenziale dice il maestro: "Le piante devono crescere in un microclima dove non c'è vento e le temperature sono rigide, in questo modo le piante generano anelli di crescita molto fini: una tessitura perfetta per la lavorazione. Anche il taglio ha la sua importanza, solo se viene fatto nel momento di minimo vegetativo garantisce la giusta compattezza al legno. L'abete rosso cresce anche in Piemonte, in Valsusa tra Bardonecchia e Ulzio ce n'è una bella quantità, però il versante è troppo esposto, gli alberi crescono troppo in fretta e sono troppo pesanti. Il peso specifico conta molto, è quello il primo esame: a Paneveggio cinesi e americani fanno impazzire col pesino, misurano il volume, soppesano e scelgono. In questi ultimi anni ci sono stati inverni meno rigidi e il legno si è formato più in fretta, il risultato è che ha un suono bellissimo ma ha meno forza, così alcuni liutai vanno a cercarne altro più a nord, nelle grandi foreste russe ai confini con la Cina". Nella 'foresta dei pugnali volanti' di Zhang Ymou.

"Il cambiamento climatico si fa sentire anche dalle nostre orecchie quindi, ma se il legno non ha la potenza adeguata sta agli artigiani correggere l'imperfezione, entro una certa misura naturalmente". E i liutai e il loro mondo vanno proprio nella direzione della protezione dell'ambiente utilizzando sempre piante certificate per la sostenibilità.

Per fare un violino si possono usare fino a quattordici legni diversi, ma: "Anche se si sa, i musicisti spesso sono capricciosi e richiedono legni celebri, qui in liuteria amiamo i legni nostrani: il salice per fare gli zocchetti, i rinforzi delle "C" sui lati degli strumenti, molto leggero ma molto compatto, il pero per quelli più grandi come le viole e violoncelli e il tiglio per le fasce e controfasce incollate lungo i bordi. L'acero riccio della Pianura Padana è più pesante dell'abete rosso, sembra impossibile ma questi 20-40 grammi fanno la differenza di suono, sta a noi intervenire trovando un punto di equilibrio tra legno e meccanica".

"Anche per preparare il legno usiamo prodotti naturali, sono più gentili e lo incoraggiano a dare il meglio di sé: l'Equiseto arvense delle zone umide, dei fossi e delle sponde dei fiumi, ricco di silice viene fatto seccare e macinato fine fine. Lo adoperiamo per levigare l'interno del violino, diventa quasi una pelle d'uovo". Cena sostiene che: "Alla fine si torna sempre indietro, non per essere eccentrici, ma le soluzioni naturali creano violini eccellenti, costano poco e danno risultati giusti, moderati".

Un'altra "magia" da liutaio è la polvere di erbaluce: "Usiamo i sarmenti, i rami lunghi e flessibili delle viti: con un chilo di cenere di questi vitigni ricchi di potassio e di calcio e due litri d'acqua facciamo una mistura che mescoliamo per ore mentre scoppietta per il potassio; poi la filtriamo con una stoffa di lino: il risultato è una birra gialla che sembra pipì". Racconta Cena: "Era il metodo degli intarsiatori del '600 e del '700 che creavano quelle belle patine dorate". Non solo spumanti e passiti DOCG quindi, dell'Erbaluce di Caluso non si spreca nulla.

"Una buona vernice contribuisce poi a fare uno strumento buono", dice Cena. Niente stravaganze: "Le vernici più semplici sono le migliori. Non devono soffocare le vibrazioni perciò si usano i prodotti morbidi e naturali che usavano i mobilieri nel '700: la sandracca e le essenze di trementina, ricavate dalla resina di alcune specie di conifere, il copale, una resina vegetale fossile e diversi tipi di oli, di lino cotto, di spigo (la Lavandula latifoglia), di rosmarino, di lavanda. Il colorante è il rosso: il rosso di robbia o garanza, un'altra erba, la Rubia tinctorum)".

La magnificenza delle piante però è nella loro unicità: "Sono diverse l'una dall'altra e dunque possono solo produrre strumenti unici. Per quanta maestria possa avere un liutaio non avrà mai il controllo completo sul suo lavoro; ogni strumento è il caos e si può leggere come un libro solo quando è compiuto. Il risultato a mio avviso è proprio la bellezza dell'imperfezione umana, la mano, la complessità, le differenze". Cena, che è di formazione un ingegnere, sulle ricerche fatte assieme al fisico e violinista Marco Casazza ha tenuto una lezione magistrale al Politecnico di Torino "Così ci siamo messi tutti l'anima in pace: tutte le nostre ricerche ci danno solo delle intuizioni". La bellezza è caos.

 

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