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Un’armatura di ghiaccio

  • Claudia Bordese
  • Venerdì, 3 Dicembre 2010

Quando il manto nevoso che ricopre una montagna supera il limite delle nevi perenni, i fiocchi diventano ghiaccio e non si sciolgono più, formando una coltre più o meno spessa che per tutto l'anno nasconde le rocce al sole e alla vista. Per quanto ancorata alle pareti sottostanti, la massa di ghiaccio si sposta verso il basso, scivolando secondo un ovvio gradiente di gravità, e asportando lungo la sua lenta discesa sottili fettine della superficie rocciosa, in un'incessante opera di lima ed erosione che gli anglofoni hanno etichettato con il nome di "Teoria della sega circolare". La conseguenza è l'erosione delle montagne a opera dei ghiacciai, che in tal modo ne bloccano o meglio rallentano la crescita. Una recente ricerca messa in campo da un gruppo di geologi e geofisici dell'Università di Yale ha però dimostrato l'inadeguatezza di questa teoria, o quantomeno l'impossibilità di applicarla a tutti i ghiacciai del pianeta. Il loro lavoro si è concentrato in Sudamerica, sulla catena andina, in particolare nelle Ande meridionali patagoniche, caratterizzate da un'altezza più modesta e da temperature ovviamente più basse. Le altezze più contenute e il clima decisamente più glaciale facevano presupporre un maggior impatto dei ghiacciai sulle pareti rocciose, e quindi una maggiore erosione delle montagne stesse. D'altronde, i risultati ottenuti con gli esami eseguiti sulle vette centrali della catena, quelle cioè di maggior altitudine e presenti tra i 40° e i 50° di latitudine Sud, non facevano che confermare la teoria della sega circolare e quindi del freno imposto dai ghiacci alla crescita delle cime. Ben diversi si sono però rivelati i risultati degli esami sulle rocce delle Ande meridionali, collocate cioè a sud del 50° parallelo. L'analisi delle formazioni rocciose sotto il mantello di ghiaccio che ricopre tali montagne oltre il limite delle nevi perenni, ha evidenziato un'età delle stesse ben più antica di quanto presunto, a testimonianza della mancata erosione e della costante orogenesi. In pratica la conclusione cui sono giunti i ricercatori di Yale è che a quelle latitudini i ghiacciai operano da armatura protettiva per la montagna, ancorandosi alla sua superficie e proteggendola dall'erosione operata dai fattori atmosferici, e permettendole in tal modo di raggiungere altezze più elevate di quelle previste dalle attuali teorie sull'erosione. È ovvio che un ruolo di primo piano lo gioca la temperatura, giacché al suo alzarsi – come si verifica al di sotto dei 50° di latitudine Sud o Nord – si osserva lo sganciamento del ghiacciaio dalla superficie rocciosa e il lento scivolare che provoca l'erosione. Futuro obiettivo del gruppo di ricerca è l'elaborazione di un modello globale dell'erosione che possa essere applicato a tutti i ghiacciai del pianeta e che aiuti a comprendere gli effetti del clima sulla crescita delle montagne.

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