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I Bonhom di San Bernè

Negli alti pascoli della più settentrionale delle valli di Lanzo singolari strutture in pietra rimandano a tradizioni antichissime perpetuatesi sin quasi ai giorni nostri

  • Gian Marco Mondino
  • ottobre 2011
  • Mercoledì, 5 Ottobre 2011



Al di sopra di Chialamberto, in Val Grande, si estendono, sul versante a solatio, estesi pascoli, che un tempo costituivano un'importante risorsa dei montanari, ma oggi sono utilizzati solo più in misura modesta. Tali aree, situate al di sopra dei 1800 metri, sono state poco compromesse dalla vegetazione invasiva, cosicché si sono conservate intatte ed offrono tuttora un ambiente di grande pregio naturalistico. Al tempo delle fioriture i pascoli sono uno spettacolo di colori, che gli escursionisti possono apprezzare grazie ad una rete di sentieri ancora ben percorribili. Tale, ad esempio, è il caso di San Bernè, intorno ai 2000 metri di quota, in passato forse l'alpeggio più importante del territorio. I dintorni di San Bernè non si distinguono solo per le loro bellezze naturali, ma sono caratterizzati da un'emergenza storico-archeologica per molti versi nelle Alpi piemontesi: nella zona si colloca un numero del tutto eccezionale di "bonhom", i torricini di pietra tipici della montagna di un tempo, che qui presentano dimensioni e perfezione di fattura particolari. L'uso di costruire queste colonnine di pietra risale alla preistoria e si diffuse successivamente non solo ai Celti, ai popoli nordici e ai Romani, ma anche in luoghi lontani come il Nepal ed il Tibet. Gli esperti hanno discusso ampiamente sulla funzione di tali manufatti, formulando ipotesi diverse. Tuttavia qualsiasi studio dell'argomento non può che partire da una considerazione di base: presso i popoli antichi le montagne ebbero un ruolo fondamentale nell'immaginario collettivo, sia perché erano all'origine di fenomeni terribili, come i tuoni ed i lampi, o delle nubi portatrici delle piogge vitali, sia perché, nella loro altezza, avvicinavano al cielo e alle divinità e quindi rappresentavano un punto di contatto e di passaggio (basti pensare a Mosè sul monte Sinai). I "bonhom", nella loro struttura verticale, erano un simbolo, e probabilmente anche un'imitazione, dell'elevazione verso il cielo della montagna. Può anche darsi che si ispirassero, in casi particolari, a certi elementi naturali dovuti all'erosione, piloni o speroni di roccia, come quello del Passo dell'Ometto sotto l'Uja di Mondrone o lo spettacolare "gendarme" del Colle di Nora, per restare solo nelle Valli di Lanzo. Alcuni studiosi hanno ritenuto che questi torricini avessero acquisito anche una funzione magica e propiziatoria, come risulta per i Celti e i Romani, presso i quali era frequente che, in siti particolari lungo certi percorsi, non solo di montagna, ogni viaggiatore deponesse una pietra che si aggiungeva al cumulo delle altre, come ringraziamento per l'arrivo alla meta o voto per difficoltà da affrontare. Talvolta le pietre erano deposte su un tumulo, cosicché la colonnina assumeva una funzione sacrale, di collegamento con l'aldilà. Il Cristianesimo non fece che appropriarsi di questa usanza pagana, trasformando la "superstizione" in atto religioso: nacquero così i piloni votivi, costruiti per voto o come ringraziamento per un pericolo scampato, magari i malefici delle "masche". Con il tempo i "bonhom" acquisirono nuovi significati e funzioni. A parere di alcuni costituirono il contrassegno e il veicolo, in punti ben precisi della superficie, di forze sotterranee positive, portatrici di energia vitale e influssi benefici. Secondo una credenza diffusa ancora in tempi relativamente recenti, ad esempio in Val Malenco, avevano il compito di attirare i fulmini, specie in zone più esposte, stornandoli da case, persone, animali. Da un punto di vista pratico divennero elementi segnaletici di un punto particolare di percorso, come un valico, o di una sorgente o, semplicemente, di confine di un alpeggio. Infine non è da escludere che, ad un certo punto, persasi ormai la memoria dell'originaria funzione magico-sacrale, la costruzione di tali manufatti sia continuata, sia pur saltuariamente, per imitazione come mezzo per marcare il territorio della propria presenza, lasciare un ricordo di sé come nel caso dell'ardito torricino costruito su una roccia a strapiombo presso l'Alp d'lou Rous in Val d'Ala ("Comba di' Bric"). Se quello "d'lou Rous" è un esemplare isolato, una delle specificità di San Bernè è appunto la concentrazione di un alto numero di "bonhom" in una zona circoscritta. La gran parte di essi si trova al di sopra delle baite, in uno spazio in cui i pascoli diventano incolti o cessano cedendo alla pietraia, proprio ai piedi dei pendii che conducono alla soprastante cima del Gran Bernardè. Tale montagna è di altitudine piuttosto modesta (2747 m), ma termina con una caratteristica forma appuntita, che risalta al di sopra del paesaggio ondulato e uniforme della zona. Se c'è una cima che può evocare la tensione verso il cielo nei pastori primitivi, è proprio quella. Non è fuor di luogo, quindi, pensare che essa abbia svolto un suo ruolo nell'immaginario collettivo ed assegnare ai "bonhom" costruiti ai suoi piedi una funzione votiva. Nè è da escludere il ruolo apotropaico di difesa dai fulmini. I pascoli di San Bernè sono assai soggetti al fenomeno e infatti, in passato, si verificarono casi di bestiame ucciso, nelle stalle stesse, dalle saette. Alcuni hanno ipotizzato la presenza di sensibili quantità di ferro nel terreno, capaci di attirarle. Infine non va dimenticato che la zona, ricchissima d'erba, è povera d'acqua: sul territorio è presente una sola sorgente significativa, nel valloncello dei "Funs", che veniva utilizzata con grande cura, deviandola via via agli alpeggi utilizzati in un certo momento. Le piogge, quindi, rappresentavano una risorsa vitale e può darsi che fossero invocate con vari atti propiziatori. La collocazione sparsa, senza ordine evidente, fuori sentiero e in una zona non più specifica di pascolo fa escludere che i "bonhom" abbiano qui una funzione di segnalazione o di confine. Una seconda specificità di questi torricini è poi costituita dalle dimensioni e dalla fattura particolarmente accurata. In Val Grande di Lanzo si distingue tra quelli più modesti, con funzione segnaletica, chiamati "calette", e i "bonhom" veri e propri. Quest'ultimo è appunto il caso di San Bernè. La maggior parte dei manufatti supera i due metri, per non parlare del capolavoro costituito dal "Bonhom dou Cialvet", visibile fin dal fondovalle, che supera i tre metri. Esso, inoltre, è fornito di nicchie e di una finestrella che lo attraversa. Un altro torricino della zona è montato su due pietre in posizione obliqua sulla roccia, tanto da sembrare un uomo a gambe divaricate. In ogni caso le pietre sono montate con cura, per ottenere una forma regolare. Tale è anche il caso di un altro tipo di manufatto presente a San Bernè, e lì soltanto in tale misura, la "mongioia", come la definisce Pier Carlo Jorio. Si tratta di una serie di grandi parallelepipedi di pietra, disposti in fila appena a valle delle baite, quasi a delimitare il territorio. Essi sono di fattura particolarmente accurata (naturalmente non dobbiamo tener conto, osservandole, dei ciottoli che vi sono stati buttati sopra disordinatamente in tempi successivi): nella costruzione sono stati utilizzati, non solo per aumentare la stabilità, ma anche per fini evidentemente estetici, dei grandi lastroni di pietra portati lì appositamente, certo con fatica. È chiaro che queste "mongioie", al pari dei "bonhom", non sono il frutto di un semplice lavoro di spietramento, consueto nei pascoli di montagna, ma rispondono ad esigenze diverse e particolari che non è dato di sapere. Anche in tale caso Jorio ipotizza una funzione sacrale. Per completare il quadro voglio ricordare che "mongioie" analoghe e torricini, in posizione però isolata, si trovano pure in zone sottostanti, ma situate lungo il percorso che dalla "muanda" di Chiappili, sopra la frazione Candiela di Chialamberto, conduce appunto verso San Bernè. Uno studio più accurato necessiterebbe comunque l'intervento di specialisti. Probabilmente non si tratta di manufatti antichissimi, ma non dovrebbe essere fuor di luogo una collocazione in epoca medievale, presso gente che continuava una cultura litica d'origine lontana. Sappiamo che per lungo tempo le aree marginali, e soprattutto le montagne, hanno tramandato tali e quali o con una patina di cristianizzazione le usanze pagane. Come raggiungere San Bernè Da Pessinetto in Val di Lanzo si prende a destra per la Val Grande. Poco prima di Chialamberto si devia a destra per Vonzo, un caratteristico villaggio di media altitudine che un tempo era comune autonomo (vi si può fruire di un agriturismo come base). Parcheggiata l'auto sulla piazzetta della chiesa, a monte del paese, si imbocca un'asfaltata agro-pastorale che conduce a Chiappili. Appena a destra dell'ultima casa parte il sentiero (con scarsi bolli di segnalazione) che, attraverso i prati, sale a toccare un paio di piccoli alpeggi e sbocca in una sterrata. La si percorre verso sinistra, raggiungendo la stupenda conca glaciale di Pian di Vassola. Al termine della strada, si attraversa il ponticello piegando a sinistra verso un gruppo di baite, appena superate le quali si incontra, sulla destra, il sentiero, non segnalato ma evidente, che inizia a salire il pendio, attraversando più oltre una pietraia. Sbocca quindi nella zona aperta dei pascoli. Il tracciato raggiunge l'alpe della Cialmetta, con un bel "bonhom", sopra la quale piega a destra verso un altro gruppo di baite, da cui prosegue verso San Bernè, ormai in vista.

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