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Quella "Diga" di fango che depura l'acqua

  • Paolo Procaccini
  • giugno 2012
  • Mercoledì, 6 Giugno 2012

Tecnologica, senza cemento né calcestruzzo: ad Avigliana c'è l'unica barriera permeabile reattiva in Italia. Filtra l'acqua inquinata e la restituisce pulita.
Gli Stati Uniti ne hanno 67, ma il Canada solo una. Tre sono state realizzate in Giappone e 12 nella vecchia Europa. Ed è da qui che, come uno zoom che dalla mappa planetaria scenda al dettaglio di un Comune, per trovare l'unica barriera permeabile reattiva d'Italia si deve andare in Piemonte, in provincia di Torino e quindi nel Comune di Avigliana. Inventata in Canada a metà degli anni '90, la barriera funziona come un filtro: l'acqua inquinata che l'attraversa è restituita all'ambiente "depurata" grazie ad un complesso sistema di degradamento degli agenti inquinanti. Tutto funziona grazie ad una barriera di fango, senza cemento, né calcestruzzo. E Antonio Di Molfetta, docente di ingegneria degli acquiferi del Politecnico di Torino e unico professionista dello Stivale che sia riuscito a portare a compimento l'operazione, lo scrive nero su bianco: «Per la realizzazione della barriera è stato utilizzato un fango costituito da farina di guar ed acqua potabile». Ma facciamo un passo indietro. La grande industrializzazione degli anni '60, '70 e '80 trasforma un'ampia area verde in un'infelice discarica a un centinaio di metri dalla Dora Riparia, affluente del Po. Sotto un buon metro di terra sono nascoste molte sostanze chimiche utilizzate nei processi industriali, tra cui acidi e solventi. «Il sito è stato utilizzato in passato per lo smaltimento e lo stoccaggio di notevoli quantità di materiali provenienti da attività di lavorazione meccanica e di fonderia», conferma la relazione tecnica della barriera. Certo, l'intervento migliore sarebbe far tornare a splendere il lotto di terra e restituirgli l'antico smalto. Il problema però è sempre lo stesso: per sanare l'area, riallocare tutto il contaminato e poi smaltirlo sarebbe necessario un capitale decisamente elevato. Quando verso la metà degli anni '90 sorge la necessità di risanare l'area, analisi dopo analisi emerge la peggiore delle conseguenze. Non soltanto il terreno è inquinato al punto del "non ritorno", ma sotto di esso c'è una falda acquifera. Il risultato è facile immaginarlo: l'acqua piovana che cade sul terreno raccoglie i veleni abbandonati, raggiunge la falda e con una corsa sotterranea di pochi metri finisce nel fiume. La cura per "salvare il salvabile" è intervenire "a valle", con l'obiettivo di sbarrare la strada agli inquinanti che raggiungono il fiume da oltre 30 anni. Tanto che è lo stesso Di Molfetta a scrivere: «La tecnologia si configura come un trattamento di bonifica di una contaminazione a carico del sistema acquifero di tipo passivo». I primi studi partono nel 1999 e tra i tecnici che si occupano del campionamento del terreno (sono stati eseguiti 73 sondaggi) c'è anche il prof. Di Molfetta. Quattro anni di prove di laboratorio danno come risultato un'unica diagnosi e quindi terapia. In tre parole: barriera reattiva permeabile. La procedura seguita per realizzare il "filtro" è complessa, a partire dalla produzione della farina utilizzata per creare il fango. «È estratta dai semi della Cyamopsis tetragonoloba, una pianta leguminosa originaria dell'Asia tropicale ora coltivata anche negli Stati Uniti. I suoi polimeri, a contatto con l'acqua, danno origine a soluzioni pseudoplastiche altamente viscose», scrive Di Molfetta. Il principio di funzionamento però è chiaro: «Del materiale reattivo permeabile viene posto all'interno del sistema acquifero in modo da essere attraversato dall'acqua contaminata. I processi chimico-fisici che avvengono all'interno della barriera consentono di degradare, immobilizzare o adsorbire il contaminante nella fase di attraversamento», recita il documento tecnico della barriera. È a questo punto che entra in gioco il ferro zero-valente, chiave di volta su cui si regge il sistema di filtraggio. Tutta la barriera sarebbe di per sé inutile se non ci fosse il materiale reagente e, nonostante: «I materiali reattivi che possono essere utilizzati come riempimento di una barriera permeabile possono essere molteplici, il ferro metallico granulare, comunemente denominato ferro zero-valente, è il mezzo reattivo più utilizzato», illustra ancora Di Molfetta. Lunga 120 metri, profonda 13 e spessa 60 cm, l'opera è stata realizzata in poco meno di un anno, dall'ottobre del 2004 al luglio del 2005, con un tratto reattivo compreso tra i 9 e gli 11 metri. A pagare le maggior parte delle spese fu la società che negli anni precedenti inquinò l'area. Nel complesso, 5 milioni e 387 mila euro, di cui 1 milione e 400 mila euro per realizzare la sola barriera (inclusi i 154 mila euro di royalties per il brevetto all'epoca in vigore, ma oggi scaduto). Quasi 4 milioni furono invece spesi per il capping, un sistema progettato per prevenire l'intrusione delle acque di pioggia all'interno del terreno inquinato. A conti fatti, visto che non ci sono costi di gestione, ma la vita della barriera è stimata in 30 anni, l'acqua trattata in questo modo costa 0,62 euro a metro cubo. Insomma, se la soluzione migliore rimane evitare di inquinare intere aree del nostro territorio, la barriera permeabile reattiva è una valida alternativa per proteggere corsi d'acqua e falde acquifere. A cui tutti dovremmo tenere di più.

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