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Marmorina: il parco sulla discarica

  • Enzo Gino
  • novembre 2011
  • Sabato, 5 Novembre 2011


Enzo Gino
A Torino sorge la seconda discarica per rifiuti solidi urbani più grande d'Italia. È preceduta solo da quella di Roma che a differenza di quella torinese è però gestita da privati anziché da un consorzio pubblico come l'Amiat.
A Torino sorge la seconda discarica per rifiuti solidi urbani più grande d'Italia. È preceduta solo da quella di Roma che a differenza di quella torinese è però gestita da privati anziché da un consorzio pubblico come l'Amiat. Questa discarica, nella parte più vecchia dovrebbe già essere un parco pubblico da molti anni ma purtroppo così non è per questioni amministrative legate ai costi, cosicché il Comune di Torino, sul cui territorio sorge l'impianto di smaltimento, non se ne è ancora fatto carico. L'argomento presenta molti aspetti interessanti, sia dal punto di vista ambientale che sociale data l'utilità che potrebbe derivarne per i torinesi e non solo. L'area iniziò a diventare un sito di deposito per rifiuti ancora prima dell'ultima guerra. In assenza di normative specifiche e di sensibilità ambientali era probabilmente stata individuata semplicemente perché era la propaggine territoriale più lontana dal centro urbano ai confini con Borgaro e la frazione Villaretto. Inoltre sorgeva fra due fiumi (la Dora e lo Stura) e per la mentalità dell'epoca già un luogo particolarmente "vocato". Divenne discarica per inerti subito dopo la guerra e negli anni '60 fu destinata ai rifiuti solidi urbani. Si dovette attendere la fine degli anni '60 con la creazione dell'AMRR per vedere una gestione più controllata e razionale dell'area con l'avvio della realizzazione degli impianti per la messa in sicurezza dei depositi e la costruzione degli immobili che ancor oggi si possono vedere in via Germagnano. La discarica è divisa in due aree separate da uno stradello. Quella più ad ovest che fiancheggia per circa un chilometro la tangenziale di Torino è la parte "nuova" nel senso che ha esaurito la sua attività di stoccaggio il 31 dicembre 2009, ed ha una estensione di circa 66 ettari. La parte "vecchia" di 23 ettari, ubicata più all'interno rispetto alla tangenziale, ha concluso la sua funzione di stoccaggio dei rifiuti sin dal 1982, e dal 1999 è stata completatala la sua rinaturalizzazione. Verso il 2004 questa parte venne recintata e fisicamente separata dalla parte che abbiamo chiamato "nuova" all'epoca in piena attività. Il ciclo vitale di una discarica secondo la recente normativa europea richiede almeno trent'anni dopo la chiusura per esaurirsi, in questo lungo periodo infatti le fasi di mineralizzazione e degrado delle componenti organiche dei rifiuti continuano generando anidride carbonica e metano. Ma come è nato questo impianto? Lungo la tangenziale a seguito dei prelievi di inerti utilizzati per la realizzazione dell'arteria autostradale si erano formati dei laghetti come spesso accadeva nelle cave di prestito che si spingevano oltre il livello della falda. Quando il comune acquisì l'area ricolmò in parte con i rifiuti inerti i laghetti quindi dispose strati di argilla e teli impermeabili per impedire ai percolati di infiltrarsi nelle falde superficiali e quindi nello Stura. Venne mantenuto però un canale che fiancheggia i 2/3 del perimetro della nuova discarica collegato con una chiusa sullo Stura. Si poteva così mantenere sostanzialmente costante il livello di falda sotto l'impianto e controllare eventuali perdite di percolato. Questo canale infatti consente alle istituzioni preposte, attraverso le analisi delle sue acque, di verificare la "tenuta" della discarica. Il complesso delle due aree risulta particolarmente interessante sotto il profilo ambientale. Si è infatti dimostrato molto gradito sia alla fauna che alla vegetazione. Sotto il profilo alimentare il continuo arrivo di tonnellate di rifiuti urbani che contenevano anche scarti alimentari era una fonte pressoché inesauribile per molte varietà di uccelli. A questo si sommava la presenza del canale con le sue acque di falda limpide popolate di pesci oltre la parte "vecchia" della discarica, ormai dismessa, ma recintata e quindi inaccessibile alle persone su cui negli anni, in assenza di manutenzione, si sono sviluppati boschi anche con grandi alberi di pioppi, faggi, querce, robinie con un fitto sottobosco costituito da flora spontanea. Un'area in cui lepri, fagiani, cinghiali, falchi, poiane, gabbiani, aironi, garzette, upupe, e tante altre specie si sono insediate in quella che di fatto assumeva le caratteristiche della tipica area rifugio. Nel canale poi anatre, germani e altri uccelli amanti delle zone umide trovavano un habitat ideale. Dell'importanza di questa area per la fauna si è avuta prova durante l'alluvione del 2000 quando l'esondazione della Stura causò un fuggi fuggi generale delle diverse specie verso la salvifica collina della vecchia discarica. Una collina che raggiunge quota 70 metri e che è preceduta per altezza solo da Superga, nonostante negli anni si sia abbassata di ben 5 metri a seguito della definitiva mineralizzazione dei rifiuti in essa accumulati. Il nuovo impianto anche se è stato chiuso e ricoperto di terra come prevede al legge continua a produrre metano. Circa il 50% dei gas generati è sostanzialmente costituito da questo combustibile. Se fosse rilasciato in atmosfera oltre allo spreco verrebbe immesso un pericoloso gas serra. Il metano infatti ha un potenziale di riscaldamento di circa una ventina di volte superiore alla famigerata CO2. Viene invece inviato a un impianto di cogenerazione realizzato sin dagli anni '80 e che funzionerà ancora per 14 anni dopo la chiusura della discarica. In esso attualmente vengono generati 14 megawatt di energia. Un peccato che il parco della Marmorina (nome preso da una vecchia cascina che negli anni è rimasta sepolta sotto la montagna di rifiuti) resti chiuso al pubblico. In esso sono già stati predisposti tre capanni per l'avvistamento della fauna, una centralina meteo, bacheche con la descrizioni dei luoghi, sentieri con tanto di transenne guida in legno oltre al citato interessante ed istruttivo impianto di recupero dei biogas, e lì di fronte la vista sul "nuovo" impianto di RSU che anche se chiuso è, e resterà ancora vivo per una trentina d'anni con i suoi tubi le fiaccole e le attrezzature per la raccolta di biogas che vengono inviati alla centrale. Ma ciò che si perde sono soprattutto una diversificata flora e fauna che popola la collina e una splendida vista a 360 gradi da cui si vedono le colline torinesi con la città distesa ai suoi piedi, da cui spiccano i profili della Mole, e le grandi travi d'acciaio bianco dello Juventus Stadium per arrivare, oltre la tangenziale, oltre il verde della pianura a nord-ovest a vedere le Alpi.

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