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Serve un passato che ci accompagni al futuro

  • Carlo Grande
  • aprile 2012
  • Lunedì, 16 Aprile 2012

Amo la natura e anche per questo mi piace pensare alle epoche passate: ce n'era di più... Mi volto indietro a costo di farmi venire il torcicollo: lo so che la storia è una grande maestra ma ha pessimi allievi, però dicono che chi non impara dagli errori è costretto a ripeterli. Se parlo di storia non penso allo "storytelling", recentissima tecnica di stravolgere l'antica (e ambigua) arte del narrare per sedurre con una "storiella" chi ti ascolta, chi compra o chi vota. "Mesi e mesi di ricerche, ora l'antico vaso andava portato in salvo"... Chi non ricorda la pubblicità del digestivo, con i mascelloni-archeologi che brindano intorno a un fuoco? O gli aneddoti di Steven Jobs, padre della Apple, sui primi leggendari (appunto) tentativi in un garage? Meglio una storiella che le fredde statistiche o un piccolo mito che l'algida esposizione del prodotto. È un infinito "Carosello" per noi, popolo di tele-stupefatti. I copyrighter impazzano nella "fiction", nella narrativa. Situazioni e personaggi standard, aneddoti commoventi, frasucce a effetto, slogan per sfiorare le corde più istintive... Innocui petardi, politicamente corretti, che suscitano un fugace "oooh"... Un bel soufflé e quando è finito hai più fame di prima. È un fenomeno in grande espansione: ha invaso politica, pubblicità, giornalismo. Anche l'amaro ha cambiato: ora un branco di sfaccendati è alla deriva (?) su "un barcone con gli strumenti" (?!). Musicisti albanesi? Voce fuori campo: "Il concerto era in pericolo"... E li vanno anche a salvare. Cosa ci siamo persi, chi è rimasto indietro? Ci sono cose immutabili nella natura umana e nella natura. Leggi e bisogni fondamentali che non cambieranno mai: sfamarsi (oggi più che mai attuale), avere un tetto sulla testa e qualche consimile che ti scaldi, qualche "because", direbbe Frengo di Albanese, per ripararsi dalla pioggia di "Why?" che rovescia addosso l'esistenza. Certo, ci si deve muovere, cambiare, andare avanti. Come l'arte, la poesia: "Questi artisti cercano la poesia nelle stazioni, come i nostri padri la trovavano nei fiumi e nelle foreste", scriveva Zola. Gli impressionisti, Monet e Manet dipingevano la stazione Saint-Lazare (e non solo), primo scalo ferroviario Parigino a metà Ottocento. Arcate di ferro-vetro, fumi, vapori... Ora è rifatta, piena di scale mobili, negozi, fast-food. Un "non luogo". Dicono: "Ah, non facciamo lirismo su natura, montagna, pascoli..." Aggiungono: "Certo che se l'aria è buona, c'è il tramonto, il panorama è bello..." E allora? L'uniformità, la standardizzazione e il conformismo uccidono la vita. Che è immensamente multiforme: la "biodiversità". Non esiste una sola dimensione - quella del futuro, le magnifiche sorti progressive – guardare ogni tanto indietro non è sbagliato. Dante e i fiorentini del Duecento – s'è chiesto Vassalli sul Corsera - erano meno svegli di noi? Potendo usare auto, frigo e ascensore non l'avrebbero fatto? Dante avrebbe risparmiato "lo scendere e 'l salir per l'altrui scale"... Siamo più furbi noi, immersi in un futile, continuo chiacchiericcio, pieni di vestiti e oggetti, di falsi amici? Dante e Guicciardini erano così "indietro"? A chi chiederemo consiglio per un libro, un film, una canzone che ci accompagni? A un amico, a un recensore fidato (che non usi le parole come un oggetto contundente, per blandire sodali e denigrare avversari), a un sito web, al caso? Come distingueremo la parola "vera" da quella "bastarda", senza padre né madre, che non risponde di sé ed è "irresponsabile", non offre risposte, "responsi" ma è pronunciata solo per vendere? Servono persone oneste, non personaggi. Bisogna fare attenzione, perché è quando non si crede più a niente che si è disposti a credere a tutto.

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