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Dallo Stelvio all'Artico, via permafrost

Mauro Guglielmin, docente di Geografia fisica e Geomorfologia nel dipartimento di Scienze Teoriche Applicate dell'Università dell'Insubria, ci racconta in una video intervista gli effetti del riscaldamento globale nel Parco nazionale dello Stelvio e dello scioglimento del permafrost presente nelle Alpi, confrontandoli con le situazioni artiche e antartiche.

  • Stefano Viazzo*
  • Ottobre 2018
  • Lunedì, 22 Ottobre 2018
 Foto Pixabay Foto Pixabay

Professore Guglielmin perché ci troviamo nel Parco nazionale delle Stelvio?

Ci troviamo qui, nel Parco Nazionale dello Stelvio, a più di 2700 m di quota perché questo è uno dei siti principali per lo studio del permafrost.

Perché studiate il permafrost?

È importante capire se nel permafrost c'è ghiaccio oppure no. Perché, se c'è ghiaccio, con l'aumento della temperatura questo si scioglierà. Se invece il ghiaccio non c'è cambierà poco, quindi una delle cose che noi studiamo è capire dov'è il permafrost e laddove c'è, se c'è ghiaccio oppure no.
Questo è necessario per prevedere e prevenire i possibili cambiamenti del paesaggio, della sua superficie, dovuti appunto allo scioglimento del ghiaccio che ci può essere al suo interno.
Questo posto vicino al passo dello Stelvio ci dà un esempio clamoroso di questi fenomeni. Clamoroso e unico. Perché qui possiamo osservare sia condizioni naturali di evoluzione dell'ambiente del permafrost, sia come l'impatto dell'uomo abbia modificato in parte questa evoluzione.

 


Come si fa a verificare la presenza di ghiaccio nel permafrost?

Le tecniche possono essere dirette o indirette. Le tecniche indirette, come quelle chiamate geofisiche con l'utilizzo di un particolare tipo di segnale, possono mettere in evidenza come a una certa profondità ci possa essere del ghiaccio. Le tecniche dirette, invece, sono le perforazioni cioè dei buchi in cui si va a prendere direttamente il campione di quello che c'è dentro il deposito.

Da quanto tempo state studiando questo sito?

Ormai da vent'anni, quando iniziammo un progetto europeo che fu il primo sul permafrost e si chiamava PACE (Permafrost And Climate in Europe) terminato poi nel 2001.


Quali dati avete raccolto in tutti questi anni?

In questa zona specifica abbiamo trovato ghiaccio dal 1998 a oggi, sempre in questo periodo dell'anno ad una profondità minima di 2 metri e mezzo e con uno spessore massimo di una ventina di metri. Le nuove misure che stiamo facendo quest'anno ci dicono che il permafrost non è più presente nella zona piana.

 

Come avvengono tecnicamente le misurazioni?

Qui abbiamo la strumentazione della tomografia elettrica. Il principio, come dicevo prima, è abbastanza semplice perché a partire da una batteria viene immessa la corrente in una serie di picchetti conficcati nel terreno e il terreno fa da resistenza. Lo schermo ci fa vedere le singole misure.

Come si modifica la superficie?

Proprio qui davanti abbiamo questa depressione che in termini tecnici si chiama termocarst, che è dovuta allo scioglimento del ghiaccio che era all'interno di questo deposito. Dieci anni fa questa buca non esisteva, adesso come si vede e profonda più di 2 metri. Ciò vuol dire che si sono sciolti non solo  metri di ghiaccio, ma molti di più.



Qual è l'effetto dell'acqua in queste zone di scioglimento?

L'acqua ha un effetto molto importante perché riscalda ulteriormente il permafrost che è rimasto sotto la depressione e se in esso era presente della sostanza organica legata alle foreste, come è il caso dell'Artico siberiano. Nel momento in cui il permafrost si scongela può ricominciare a decomporsi e quindi emettere anidride carbonica e metano. Questi monitoraggi avvengono qui grazie al team della prof.ssa Nicoletta Cannone dell'Università dell'Insubria.


Quali sono le analogie tra questo sito di studio e le zone artiche?

L'analogia principale che abbiamo qui nelle Alpi con le zone artiche è ovviamente la temperatura, perché a queste quote la temperatura è molto simile a quella che abbiamo alle Isole Svalbard, dove tra l'altro il nostro gruppo di ricerca ha un altro punto di studio del permafrost. La grossa differenza invece è l'orografia. Qui abbiamo montagne molto più alte e questo fa sì che la neve abbia un'influenza molto importante, ancora maggiore rispetto alla radiazione solare. Essendo le Isole Svalbard al centro dell'oceano, con molte più nuvole in estate, l'effetto della radiazione è minore.


Esistono dei pericoli per le popolazioni delle valli in relazione allo scioglimento del permafrost?

In estati molto calde come questa lo strato di permafrost all'interno della roccia diventa più profondo. Se ciò avviene in modo veloce il ghiaccio all'interno delle fratture della roccia si può sciogliere e se le condizioni geologiche sono sfavorevoli possono avvenire dei crolli.
Sono invece le frane profonde quelle che possono generare morti, come avvenne per la frana di 3 milioni di metri cubi di roccia della Val Pola nel 1997, a pochi chilometri da dove ci troviamo ora.
Infine sono le piccole frane ad avere, nel loro complesso, un impatto economico più elevato in termini economici ostruendo strade o distruggendo qualche casa, perché la somma di queste piccole cifre raggiunge un costo complessivo assai elevato.

 

*Stefano Viazzo è un collaboratore di Piemonte Parchi

 

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