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Cannabis terapeutica, il Piemonte ne chiede di più

Da sempre sotto i riflettori per le sue potenzialità terapeutiche, oggi è il Piemonte a chiedere più cannabis terapeutica per i malati che possono beneficiare dei suoi effetti

  • Emanuela Celona
  • Ottobre 2018
  • Martedì, 23 Ottobre 2018
 Foto Pixabay Foto Pixabay

Attualmente può produrla solo lo Stabilimento chimico farmaceutico di Firenze e non basta a soddisfare tempestivamente tutte le richieste. E' quanto sostenuto dall'assessore regionale alla Sanità, Antonio Saitta, che ha chiesto al Ministero di autorizzare alla produzione di cannabis ad uso terapeutico altre strutture in Italia.

«C'è una richiesta crescente da parte dei pazienti e c'è un aumento delle prescrizioni di cannabis ad uso medico – ha sottolineato l'assessore regionale. Chiediamo dunque al Ministero della Salute, secondo quanto prevede la norma, di individuare e autorizzare altri enti alla produzione dei farmaci».

La cannabis a uso medico in Piemonte è stata regolamentata con una legge approvata dal Consiglio regionale nel 2015, può essere impiegata per sei aree di patologie e soltanto quando le terapie tradizionali si sono rivelate inefficaci. Oltre il 70% dei trattamenti riguarda analgesia nel dolore cronico o neurogeno. Nel 2017 i malati trattati con cannabis in Piemonte sono stati 639 (con un incremento rispetto al 2016 del 205,74%) per un totale di 2.683 prescrizioni. La spesa totale registrata del 2017 è stata di 193.089 euro, con un incremento del 107,07% rispetto all'anno prima.

Sull'efficacia e sulla sicurezza dei trattamenti con cannabis terapeutica, l'assessore regionale ha anche il finanziamento di uno studio clinico mirato, per valutare in modo certo l'opportunità del metodo, anche alla luce del fatto che l'utilizzo è in forte aumento ma allo stesso tempo l'argomento è oggetto di dibattito anche a livello scientifico.  Lo studio è promosso dall'azienda ospedaliero-universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino e verrà condotto su 90 pazienti per una durata complessiva di due anni, a aprtire da fine 2018, al fine di "valutare in modo certo l'efficacia e la sicurezza per i pazienti della cannabis ad uso medico, anche alla luce del fatto che l'utilizzo è in forte aumento ma allo stesso tempo l'argomento è oggetto di dibattito anche a livello scientifico", ha precisato l'assessore Saitta. 

Per ottenere risultati attendibili e comparabili è stata scelta una forma farmaceutica standard, una preparazione in capsule a base di olio di cannabis: i risultati ottenuti dopo questa prima fase permetteranno di sviluppare una seconda fase durante la quale il campione verrà ampliato. Verranno valutati l'efficacia del trattamento in termini di qualità della vita (benessere fisico, emotivo, funzionale e socio-familiare) e l'effettivo rapporto clinico rischio-beneficio dell'impiego della cannabis terapeutica.

"È la prima volta che una regione italiana avvia uno studio di questo tipo – aggiunge l'assessore Saitta, coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni -. Per questo motivo chiederò alle altre regioni di intraprendere progetti analoghi, in modo da ampliare il più possibile il numero di pazienti coinvolti e dunque contribuire in maniera significativa a consolidare le certezze scientifiche su questo tema".

In tempi ancora non 'sospetti' – correva l'anno 2006 – Piemonte Parchi (n. 158) pubblicò un articolo intitolato 'Cannabis terapeutica' che riportiamo qui in versione integrale.

Cannabis terapeutica

Malati di cancro, Aids, sclerosi multipla, morbo di Parkinson ed epilessia potranno coltivare in casa piante di marijuana e usarne le foglie a scopo terapeutico, senza incorrere in sanzioni penali. Questo è quanto previsto dalla proposta di legge che, al momento in cui scriviamo, dovrebbe essere presentata dal Consiglio Regionale del Lazio, e quindi permettere l'auto-coltivazione della cannabis per i pazienti che intendono
alleviare i sintomi della loro malattia.
Attualmente, per un paziente, è possibile, secondo un decreto ministeriale del 1997, importare farmaci prodotti all'estero e contenenti il trincio attivo Thc (il tetraidrocannabinolo) dietro permesso del medico
curante dell'Asl che, a sua volta, deve richiedere l'autorizzazione al ministero della Sanità. Queste procedure, però, sono lente e difficoltose. Senza contare che è in scadenza la deroga di prorogare
di 90 giorni dall'entrata in vigore della legge Fini-Giovanardi, la possibilità di prescrivere i farmaci derivanti dalla canapa indiana, deroga concessa dall'ex ministro della Salute Storace.
Sarebbe, dunque, davvero rivoluzionaria la proposta legislativa laziale che trasformerebbe l'Italia nel secondo Paese al mondo, il primo e l'unico è il Canada, a consentire la coltivazione della pianta
per uso medico personale. Ma prima di gridare allo "scandalo", guardiamoci intorno.

La sperimentazione in Europa

In Italia, il centro di medicina del dolore "Enzo Borzomati" del Policlinico Umberto I di Roma è il polo di coordinamento della più ampia sperimentazione della cannabis sintetica per curare il dolore nei malati di cancro, mentre all'ospedale Molinette di Torino si attende, dal Comitato etico, l'approvazione del protocollo per cominciare la sperimentazione.
In Inghilterra potrebbe essere presto legalizzata una medicina derivata dalla marijuana per la cura di alcune malattie neurologiche, tra cui la sclerosi multipla (fonte: Medical Research Council). In Belgio l'attenzione sulle ricerche mediche è alta, mentre in Olanda, la vendita in farmacia di confezioni di Cannabis purissima è autorizzata da qualche anno.
La vendita, ovviamente, è controllata: le dosi non possono superare i cinque grammi ciascuna; può essere prescritta solo ai malati gravi (per alleviare dolori chemioterapici, oppure dovuti da epilessia e sclerosi multipla) e i prezzi sono fissati dalla legge. Due i produttori scelti dal ministero della Sanità e autorizzati alle forniture farmaceutiche. Intanto i malati olandesi che usano una delle "medicine" più antiche nella Storia aumentano, contribuendo a ridare dignità a uno di quegli oppiacei usato come medicinale da quando l'uomo abbia memoria. È, infatti, quella degli oppiacei, una storia che ha inizio nella "notte dei tempi".

La storia degli oppiacei

Già nel 3000 a.C. il papavero era conosciuto in Europa centro-meridionale, e lo testimoniano tavole mediche numeriche, papiri egiziani e bassorilievi in cui il fiore è rappresentato. Perfino Ippocrate (V-IV sec. a.C.) ne parla diffusamente considerandolo medicinale narcotico e contro la dissenteria. Nell'epoca romana il papavero è consigliato contro il dolore e anche i più famosi imperatori ne fanno uso. Ma il periodo d'oro di produzione e diffusione del papavero è intorno al VII secolo a.C., quando dal Medio Oriente arriva in Asia.
Subisce, invece, in Europa, una poderosa battuta d'arresto durante il Medioevo: gli esigui scambi commerciali, la decadenza delle Scienze e la condanna della Chiesa cattolica disincentivano l'uso e la sperimentazione dell'oppio nella cura delle malattie. Bisognerà aspettare il XIX secolo per avere l'isolamento di una sostanza che Friedrich W. A. Sertürner chiamerà Morphium, da Morfeo, dio dei sogni. Lo "specifico elemento narcotico dell'oppio", più tardi, diverrà la morfina. Comincia un consumo di massa degli oppiacei: d'altra parte ricorrere a un medico è privilegio di pochi, perché molto costoso, e allora ci si affida a metodi "antichi" naturali, e lo si usa per curare dolori di ogni tipo, ma anche diarrea, tosse, TBC, diabete, depressione, insonnia, malaria...
A metà Ottocento la siringa ipodermica viene utilizzata per somministrare la morfina che si guadagnerà, in un mondo dominato dalle guerre, l'appellativo di "God's own medicine", la medicina di Dio. È con il Novecento che si comincia a parlare di "uso" e "abuso" di stupefacenti, definendo con questi termini un problema sociale, e da qui la proibizione di ogni uso non medico degli oppiacei che influenzerà, non poco, metodica e comportamenti dei medici stessi.

La Cannabis, in particolare, ha vissuto una storia analoga. Originaria dell'Asia orientale e nota in Cina e in India come pianta ansiolitica, perde in Europa il suo uso medico durante il Medioevo ma riscopre le sue potenzialità agli albori dell'Età moderna. Tra metà Ottocento e inizi del Novecento, vengono pubblicati numerosi articoli sull'uso medico della Cannabis, insostitubile analgesico nelle nevralgie, nell'emicrania, negli spasmi muscolari. Ma nel 1937 Gli Stati Uniti la inseriscono nella lista delle droghe proibite, insieme con l'oppio, la morfina e la cocaina. Solo negli anni Ottanta, finalmente, si risveglia l'interesse medico per i cannabinoidi.

La parola al medico. Intervista ad Antonio Mussa (già primario reparto Chirurgia oncologica Molinette di Torino)

Professore, cosa ne pensa della proposta di legge della Regione Lazio?

Per la verità la proposta di legge del Lazio è qualcosa di diverso da quello che stiamo tentando di fare qui a Torino: il protocollo che attende l'approvazione da parte del Comitato etico prevede un programma che riguarda l'uso del cannabinoide sintetico, da solo, o associato alla morfina, per lenire il dolore nei pazienti oncologici.
Ma proprio oggi (1 giugno 2006, ndr) il Comitato etico delle Molinette ha bocciato il protocollo, sostenendo che la cannabis non ha evidenti effetti antidolorifici.

Una bocciatura, dunque. Secondo lei, si tratta di un tabù radicato che riguarda la cannabis, o bisogna giustamente essere "moderati" in questo tipo di sperimentazioni considerati gli effetti collaterali?

Se il cannabinoide può non essere considerato un vero antidolorifico, non possono, comunque, essere negati i minori effetti collaterali che il suo uso comporterebbe, se paragonato a qualsiasi altro antidolorifico. Anche per questo, apporteremo le correzioni al protocollo, secondo le indicazioni date dal Comitato etico, e lo ripresenteremo.
La resistenza di oggi all'uso della cannabis a scopo terapeutico è molto simile a quella che incontrò, un po' di tempo, fa il professore Veronesi quando propose l'uso della morfina. Poi anche questa venne liberalizzata, e accettata.

Crede che, negli ultimi anni, si siano fatti progressi nella cura del "dolore"? I malati, oltre a voler guarire, chiedono di soffrire meno? Pensa che sarebbero disposti a fare uso anche di cannabis?

Credo che i pazienti desiderino una migliore qualità della vita. Inizialmente, era opinione comune che la morfina servisse solo per i malati terminali. Oggi, invece, si è arrivati a comprendere che si somministra per combattere il dolore. Io dico sempre ai miei pazienti: "Se non posso aumentare la quantità di vita, almeno posso assicurare una sua migliore qualità". E questo è molto importante.
E la cannabis può essere sfruttata in questo senso. D'altra parte, da diversi anni, viene usata a scopo terapeutico in America e in Olanda; a Filadelfia la sperimentazione dovrebbe cominciare a breve; e qui in Italia, Milano aspetta di poter partire mentre il Lazio è già sulla buona strada.

Mi sembra, comunque, dalle sue parole, che anche Torino non si voglia arrendere alle resistenze...

Certamente. Io sono abituato a insistere. Anche perché, non dobbiamo mai dimenticare che, dall'altra parte, c'è un paziente oncologico, e non una persona qualsiasi.

 

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