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Riscaldamento globale, anche gli ecosistemi in alta quota ne risentono

Video-intervista a Nicoletta Cannone, professoressa associata in botanica sistematica all'Università dell'Insubria dal 2014

  • Stefano Viazzo
  • Maggio 2018
  • Martedì, 22 Maggio 2018
 (Foto Pixabay) (Foto Pixabay)

Dottoressa Cannone, cosa insegna?

Insegno Botanica sistematica per la laurea triennale in scienze dell'ambiente e della natura e invece biodiversità e cambiamento climatico per la laurea magistrale in scienze ambientali.

 

Lei si dice orgogliosa di essere una naturalista. Perché?

Perché i naturalisti hanno un valore aggiunto: sviluppiamo un'ampia apertura mentale studiando sia le basi di geologia che quelle di biologia. Abbiamo quindi una visione completa dell'ambiente che ci permette di specializzarsi in ambiti specifici e comprendere anche le interazioni che la singola pianta ha con l'intero ecosistema.

E come ricercatrice di cosa si sta occupando ora?

Io mi sono specializzata sulle problematiche del cambiamento climatico, sulla vegetazione delle zone fredde, cioè delle alte quote in montagna e delle alte latitudini, Polo Nord e Polo Sud. La scelta è stata legata al fatto che l'impatto del cambiamento climatico, in particolare l'incremento delle temperature in questi ecosistemi ai limiti delle capacità di vita delle piante, si vede molto più chiaramente.

Quali progetti avete realizzato in questi ultimi anni?

Da quasi 25 anni abbiamo iniziato a lavorare sulle Alpi perché queste sono veramente uno dei punti dove si vedono più chiaramente gli impatti del cambiamento climatico. Da 20 anni lavoriamo al Polo Nord e infine, dal 2000, al Polo Sud. La zona che ci vede più impegnati sulle Alpi è l'alta Val Tellina in provincia di Sondrio, nelle Alpi retiche. Abbiamo una collaborazione di lungo periodo con il Parco Nazionale dello Stelvio. Questo perché in realtà le Alpi sono una delle tre zone del pianeta dove gli impatti del cambiamento climatico hanno avuto la maggiore quantificazione.
Faccio un esempio molto semplice nel periodo 1950-2000 il pianeta ha avuto un aumento della temperatura media annua di più 0,6° centigradi. Nello stesso periodo l'aumento di temperatura nelle Alpi, nella penisola antartica e in Alaska è stato di più 1,2° centigradi. Il doppio della media globale, nonostante un breve periodo di una decina d'anni di diminuzione delle temperature avvenuto negli anni '80 del secolo scorso.

Come si sta modificando l'ambiente alpino?

Abbiamo due tendenze. Una che si sviluppa fino a quota 2500 metri, sopra il limite del bosco, che ha visto come rispetto al 1950, il primo parametro di partenza del quale disponiamo un rilevamento cartografico, c'è stata una espansione notevolissima della fascia arbustiva che è andata ad invadere zone che prima erano esclusive della prateria alpina. Il tasso di espansione degli arbusti, in particolare nella zona del passo dello Stelvio, è il tasso di espansione più alto mai registrato sul pianeta.
Alle quote più alte ancora accade un fenomeno più complesso. L'avanzata della prateria alpina sta sostituendo gli altri tipi vegetali erodendogli proprio il terreno.

Nei siti di studio situati nelle aree polari, quali trend sono stati evidenziati?

Nelle aree polari dell'emisfero nord ci sono studi, anche non del nostro gruppo, che dimostrano come quest'espansione degli arbusti sia un processo globale e globalmente riconosciuto come un indizio di impatto di cambiamento climatico perché la variazione della vegetazione crea una condizione di squilibrio con il suolo che viene occupato dalla vegetazione e con la quantità di sostanza organica che il suolo immagazzina. Questa sostanza organica, se viene degradata dalla componente batterica del suolo, emette anidride carbonica. Il risultato netto è l'emissione di anidride carbonica. Questo fatto va moltiplicato per l'estensione vastissima delle superfici che vengono interessate da questo processo su tutti i sistemi montuosi e di alta quota, al di sopra del limite del bosco, non solo in Europa ma anche in Asia e in America.

In quali diverse aree lavorate in Antartide?

Noi lavoriamo in due zone che sono l'espressione delle due condizioni opposte della Antartide. La base italiana di ricerca di Mario Zucchelli, è in una bella zona dell'Antartide continentale dove abbiamo un clima molto freddo e siamo vicini alla base americana di Mc Murdo, (due ore di elicottero) che in una scala antartica è "vicino", a 74° sud. Si trova quindi nel pieno del continente gelido dei ghiacci dove troviamo il massimo delle condizioni estreme per quanto riguarda la vita. In questa zona non c'è un riscaldamento del clima però si vedono degli impatti in quanto c'è una degradazione del permafrost. In Antartide marittima, che è la zona prospiciente il Sudamerica, abbiamo invece la condizione opposta. Questo è uno dei tre punti caldi che nel periodo 1950-2000 ha avuto il massimo di riscaldamento nel mondo. Con il British Antarctic Survey, con il quale abbiamo iniziato a collaborare nel 2001, abbiamo dimostrato che in diverse zone della penisola antartica il cambiamento climatico ha avuto degli impatti molto importanti a livello di vegetazione.

 

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